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venerdì 03 dicembre 2021
 
 

Torino, insieme contro la crisi

28/09/2014  Politica, imprenditoria, sindacato, privato sociale: sabato 27 settembre, l'Agorà del sociale ha visto le migliori energie riunirsi su invito della diocesi. Un progetto nato un anno fa per riflettere su come rilanciare la città post-industriale.

Chiesa, istituzioni civili, mondo della scuola e del lavoro uniti per fronteggiare la crisi e proporre un nuovo modello di sviluppo. Ecco, in sintesi, l'Agorà del sociale, un percorso fortemente voluto dall'arcivescovo di Torino, monsignor Cesare Nosiglia. In tempi duri nessuno si salva da solo, la sola risposta possibile è una risposta di sistema. E' da questa consapevolezza che la Diocesi di Torino si è impegnata in un progetto ambizioso e articolato, nel quale trovano posto, oltre ovviamente alla dimensione ecclesiale, anime diverse: la politica, l'imprenditoria, i sindacati, la ricerca, l'università, le fondazioni bancarie, il terzo settore.

Inaugurato nell'estate 2013, l'Agorà del sociale si è da subito messo all'opera lungo tre direttrici fondamentali, cioè lavoro, formazione e welfare. Tutto questo con un'attenzione particolare rivolta agli ultimi. A distanza di oltre un anno (il 27 settembre, proprio nel giorno che la liturgia dedica alla memoria di Vincenzo de' Paoli) i principali attori del progetto sono stati chiamati per un momento di confronto. «Non è un incontro conclusivo: anzi siamo appena all'inizio» ha più volte ricordato l'Arcivescovo, che ha voluto dare alla giornata un taglio molto concreto: l'obiettivo, ha sottolineato è «progettare una strategia comune e collaborativa. Altrimenti ci limiteremmo a un esercizio teorico che accontenta chi vi partecipa, ma lascia i problemi al loro posto».

Che Torino, come il resto del Paese, stia attraversando una crisi strutturale di enormi proporzioni lo dice l'esperienza quotidiana di migliaia di persone, ma lo dicono anche i numeri. E' stato il sindaco Piero Fassino a porre l'attenzione su alcuni dati allarmanti: oggi il 7% della popolazione cittadina vive in condizioni di estrema povertà (una percentuale quasi raddoppiata rispetto a sette anni fa); solo nel 2013, 11.000 famiglie si sono rivolte per la prima volta ai servizi sociali e 6.000 anziani non autosufficienti hanno fatto richiesta di sostegno. Per non parlare dell'emergenza abitativa: gli sfratti, che nel 2008 erano circa 2.500, nel 2013 hanno raggiunto quota 4.000 (il 97% dei quali dovuti a morosità, in molti casi incolpevole); l'Agenzia Territoriale per la Casa ha ricevuto 12.000 richieste di case popolari, a fronte di un sistema che può garantire ogni anno non più di 500 alloggi. Davanti a un quadro così drammatico, la sola strada percorribile sta, secondo Fassino, nel «congiungere le risorse pubbliche con quelle private, facendo sempre più ricorso agli attori sociali, mobilitando anche la capacità di donare e quella tradizione di welfare così radicata nella città».

«Meno di trent'anni fa – ha aggiunto il governatore del Piemonte, Sergio Chiamparino – in questa Regione si costruivano due tra i prodotti più venduti in Europa e nel mondo: il computer Olivetti M24 e la Fiat Uno. C'erano insomma risorse straordinarie che in buona parte sono andate perdute. Non tutte, però». Da qui la necessità di «tornare a investire nella manifattura e nelle realtà industriali d'eccellenza». Scommettendo sulla formazione. Anche perché, come ha fatto notare Licia Mattioli, presidente Unione Industriale di Torino, ci troviamo davanti a un paradosso: «da un lato i giovani che vivono sulla loro pelle la disoccupazione, dall'altro le aziende, che a volte faticano a trovare le figure professionali di cui avrebbero bisogno».

In un anno segnato dalla memoria di don Bosco, il richiamo alla formazione professionale (intesa come avvicinamento al lavoro, a tutti i livelli) si carica di un significato particolare. Ed è uno stimolo che non può prescindere dall'università. «Sono ormai lontani i tempi del “Buona fortuna, fuori c'è un lavoro che ti aspetta” - ha ricordato Gianmaria Ajani, rettore Università di Torino - Serve un efficiente servizio di job placement, capace di accompagnare i nostri laureati». E se il baricentro della produttività si sposta verso est, rendendo la competitività ogni giorno più sfavorevole per il nostro mondo, «abbiamo bisogno di un modello nuovo», che «rimetta al centro la cultura del dato e del fatto, non solo del dire», ma che sappia anche «valorizzare la creatività delle imprese culturali e delle scienze umane».

C'è chi ha avuto parole molto critiche verso l'assemblea dell'Agorà, bollandola come “la solita riunione dei soliti noti”. A queste provocazioni e al rischio di chiudersi in un discorso autoreferenziale, i relatori presenti, compresi Domenico Lo Bianco (segretario generale Cisl Torino-Canavese), Luca Remmert (presidente Compagnia di San Paolo) e Marco Canta (portavoce Forum Terzo Settore) hanno cercato di reagire impegnandosi in prima persona in un “patto sociale e generazionale”. L'obiettivo, dunque, è costruire una rete che, basandosi su rapporti in gran parte già avviati, riesca a proporre in tempi rapidi soluzioni realistiche. Partendo proprio dalle realtà più critiche e più trascurate. «Abbiamo l'opportunità di costruire una grande speranza per Torino e il suo territorio – ha detto Monsignor Nosiglia a conclusione dei lavori - La grave crisi che stiamo attraversando ci ha obbligati a riscoprire le nostre risorse più autentiche. La vera vittoria sulla crisi non consiste nel tornare al passato: si tratta, invece, di trovare il modo di non perdere nessun cittadino, offrendo le opportunità che ciascuno saprà cogliere».

 
 
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