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mercoledì 01 dicembre 2021
 
 

Torino-Roma solo andata, di corsa

22/05/2011  L'altro Giro d'Italia, inventato da un gruppo di ultramaratoneti in partenza dal capoluogo piemontese alla volta della Capitale.

Roy Pirrung.
Roy Pirrung.

Quattro giorni dopo la fine del Giro d’Italia in bicicletta, una ventina di podisti anzi di ultramaratoneti, quattro dei quali donne, partiranno da Torino (ore 11, piazza Castello, pieno centro) per arrivare al centro di Roma: 712 km a piedi, di corsa, in sette giorni, con un tempo limite di dieci ore oltre il settimo giorno. La prova nel quadro di Esperienza Italia 150, l’insieme delle celebrazioni per il secolo e mezzo dell’Unità. Tutti italiani fuorché uno che si chiama Roy Pirrung, statunitense del Wisconsin, classe 1948, la leggenda dell’ultramaratona, nel suo palmarès anche quattro “corse degli dei”, dall’Acropoli di Atene al Monte Olimpo per 246 km. Uno che ha coperto 100 km in meno di 8 ore, in 24 ore ne ha coperti 248.


I nomi più quotati dei nostri sono quelli di Vincenzo Tarascio, Fiorenzo Capecci, Vincenzo Cattaneo, Antonio Tallarita ed Enzo Caporaso: quest’ultimo sta nel Guinness dei primati: torinese di 51 anni, due figli, è l’uomo delle 51 maratone (km 42,195) in 51 giorni consecutivi e dei 100 km al giorno corsi per sette giorni di seguito. E’ il suo club, che si chiama Giro d’Italia Run, a organizzare la prova, che prevede una “porzione” di 100 km al giorno, passando attraverso 13 “cancelli” di controllo per i concorrenti, controllato ognuno da un chip elettronico che monitorerà i suoi spostamenti e certificherà la sua posizione. 

Attraversate 11 province di 4 regioni, garantita l’assistenza medica e sportiva, al seguito moto e auto e camper. Se chiedete a Caporaso e alla sua banda un perché e però formulate la domanda appesa implicitamente all’interrogativo inevitabile (“siete pazzi?”), lui vi parla di esplorazione di se stessi, e di accertamento dei nostri limiti, che sono assai più avanti di quello che pensiamo. Più o meno anche gli altri concordano, e di essere pazzi lo ammettono soltanto se messi alle strette: ma trattasi di pazzia orgogliosa, sana. 

Sono tutte persone diciamo normali, con una discreta attività podistica nel vasto mondo dei maratoneti, età media sui quarantacinque, senso forte di fare parte di una tribù, trasversale nel pianeta, che si scambia appuntamenti sotto il campanile del paesello italiano come nella piazza del villaggio indiano, sempre cercando gare strane. E qualcuno si cimenta addirittura nelle prove dell’Ironman (“uomo di ferro”, gara nata nelle isole del Pacifico) nuoto (3,8 km) più podismo (42,195, la maratona classica) più ciclismo (140 km), ovviamente di seguito, e quando si fa davvero sul serio si ripete la sequenza anche tre, cinque, dieci volte senza soste... Non c’è nessuno dal fisico di superman, nessun possibile vincitore di una maratona olimpica o mondiale, nessun supremo asceta della fatica. 

Il premio spesso è un bel pasto in libertà di pastasciutta, con anche un poco di vino.  Nessuna motivazione mirata, nessuna aria di pellegrinaggio. Ognuno che vuole battere gli altri e se stesso: e basta. Sembra strano, pazzesco, ma questi si pagano le spese o hanno sponsor modestini, di solito amici, niente premi, tante strette di mano: insomma, lo fanno per sport.                                                         

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