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venerdì 10 luglio 2020
 
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La Tosca in Tv, perché la lirica è la vera musica pop italiana

05/12/2019  Il capolavoro di Puccini inaugura la stagione scaligera alla presenza di Mattarella. Raiuno, sulla scorta degli ottimi ascolti degli anni scorsi, trasmette in diretta l’evento. Altro che musica d’élite, il melodramma con le sue passioni, vizi, amori e vendette è la colonna sonora del nostro Paese

Diceva Agatha Christie che un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova. Parliamo della Prima della Scala (la Tosca di Puccini, quest’anno) che dal 2016 la Rai trasmette in diretta e in esclusiva. Non su Rai 5, dov’era confinata fino al 2015, ma su Raiuno. Ogni anno i dati Auditel hanno registrato un successo sorprendente. Quasi tre milioni di spettatori l’anno scorso per l’Attila di Verdi, due e mezzo con picchi di tre per l’Andrea Chénier di Umberto Giordano andato in scena il 7 dicembre 2017. In Tv l’opera funziona, piace, è seguita.

Va detto che i dati di ascolto si riferiscono alla sola trasmissione televisiva su Raiuno, cui sono da aggiungere gli ascolti radiofonici su Radio 3, sulla piattaforma online Rai Play (dove può essere vista per 14 giorni dopo la prima) e soprattutto i risultati delle trasmissioni all’estero: Attila, per dire, l’anno scorso è stato trasmessa in diretta su ARTE (Francia, Germania e relativi territori linguistici), su Ceska Televize nella Repubblica Ceca, su Mtva in Ungheria e su Rsi in Svizzera, e in differita su Nhk in Giappone, su Il Media in Corea del Sud e su Rtp in Portogallo e su 17 emittenti radiofoniche internazionali host della piattaforma Euroradio, dalla Russia all’Australia.

Programma che vince non si cambia, dunque. E quest’anno la Tosca di Puccini diretta dal maestro Riccardo Chailly, con il regista Davide Livermore e le grandi voci di Anna Netrebko (da sola vale il prezzo del biglietto, come si dice in questi casi), Francesco Meli e Luca Salsi, torna su Raiuno per la Prima più famosa del globo: quella milanese di Sant’Ambroeus.

L'Italia si è fatta nei teatri d'opera più di quanto si creda

  

E dunque, perché stupirsi degli ottimi ascolti televisivi e del fatto che a Milano, ogni anno, si moltiplicano i luoghi dove viene trasmessa? Dal carcere di San Vittore ai teatri, dagli aeroporti ai musei, dalle piazze alla Galleria. In tutto, tra città e hinterland, trentotto luoghi dove potersi emozionare con Lucevan le stelle, una delle arie pucciniane più celebri, o la struggente Vissi d’arte. Tutto sold out, peraltro, non dentro la Scala (cosa scontata per la Prima) ma anche fuori. Non si trova un posto neanche a pagarlo oro.

Al netto dell’effetto-evento, ci si dimentica sempre quando si parla dell’opera che il melodramma è stato ed è la vera musica popolare italiana, la colona sonora dell’italianità, la sua autentica tradizione musicale. Per il suo efficace genere di narrazione («dramma interamente cantato con accompagnamento strumentale»), per i temi che tratta: amori e tradimenti, passioni e vendette di eroi popolari e vicini a noi che il pubblico sente credibili, autentici, veri nel groviglio di affetti e miserie, sentimenti e meschinità. Altro che musica d’èlite. L’Italia, perenne incompiuta, si è fatta nei teatri d’opera più di quanto si creda.

C’è Verdi, il quale insieme a pochi altri grandi compatrioti (Machiavelli, Leopardi, Fellini) ha saputo descrivere gli italiani non per come credono di essere, ma per come sono veramente: «La prima scena del Rigoletto sembra svolgersi durante una delle cene eleganti di Arcore», ha scritto Alberto Mattioli nel delizioso pamphlet Meno grigi, più Verdi (Garzanti), «il protagonista di Un ballo in maschera è l’archetipo del bamboccione di provincia, già pronto per comparire nei Vitelloni; Radamès è il ragazzo di buona famiglia che si innamora della colf immigrata Aida invece che di un mezzosoprano socialmente compatibile».

Dal brindisi di Traviata a Violetta che grida il suo amore per Alfredo

  

E vogliamo parlare del dileggio del tradito, autentico sport nazionale ben riassunto in quel «in testa che avete signor di Ceprano?» (Rigoletto). Per non parlare del «Libiamo ne’ lieti calici» (Traviata), il brindisi più celebre della storia del melodramma divenuto sinonimo di (effimera) spensieratezza. E quel «pace mio Dio / Fatalità! Fatalità! Fatalità! / Un delitto disgiunti n’ha quaggiù!» (La forza del destino) spesso eseguita ai matrimoni e ai funerali per la sua potente riflessione sul male e sul fato. C’è Gilda che in Rigoletto intona ancora «caro nome tua sarò» per una promessa fatta «tutte le sere al tempio», per sentirsi ripetere dal Duca di Mantova che «questa o quella per me pari sono» perché «la donna è mobile qual piuma al vento». Eleonora che nel Trovatore spasima per Manrico che si scalda solo se sente il calore della battaglia e corre a spegnere «di quella pira l’orrendo foco» per poi scoprire che tanto pathos e desiderio di protezione è dedicato, come ogni maschio italico che si rispetti, alla madre «abbietta zingara» Azucena.

Eroine sfortunate, innamorate respinte o tradite, come Violetta che nella Traviata si sgola con «Amami Alfredo» per sentirsi rispondere dall’ingrato «quella donna pagata io l’ho». O la poetica Casta Diva (solo i duri di cuore non si commuovono all’esecuzione di Maria Callas) nella Norma di Vincenzo Bellini alla quale si sacrifica il fedifrago Pollione che vuole salvare l’amante Adalgisa: «ti prendi la mia vita, ma di lei pietà». Il coro del Nabucco, quel Va’ pensiero utilizzato dai leghisti pre-Salvini e che qualcuno vorrebbe come inno nazionale senza sapere che i protagonisti sono gli ebrei in fuga dall’Egitto. Si potrebbe continuare a lungo. Ma un appunto lo merita Il pirata di Vincenzo Bellini, opera forse meno mainstream delle altre, con Imogene che assiste, nella trance del sogno, alla decapitazione dell’amato amante con una scena splatter che neanche un film di Quentin Tarantino: «là vedete il palco funesto (…) Al guardo mi cela la barbara scure… Ma il sangue già gronda; ma tutta m’innonda…».

Quel melodramma che nell'Ottocento ha riunificato l'Italia

  

Poi c’è la musica, ovviamente. Le marce eseguite dalle bande delle feste patronali, diffuse soprattutto al Sud, sono un florilegio delle più celebri arie del melodramma. Molti le hanno ascoltate, assimilandole, senza neanche sapere bene l’origine. Insomma, non stupisca poi tanto il successo mediatico e pop dell’opera perché, prima dell’unità politica, nell’Ottocento c’è stata l’unità “melodrammatica” che ha unificato il Paese inglobando le melodie napoletane, lo stornello romano, le sonorità padane, con cori stonati e romanze fischiettate anche nelle fiere paesane.

Oggi l’opera non è più nazionalpopolare, almeno non nella sua diffusione, perché andare nei teatri lirici costa, e non tutti possono permetterselo. Ma il melodramma è rimasto la nostra colonna sonora pop più autentica. Menomale che c’è la Rai, ogni anno, a portarcela nel salotto di casa.

 

 

(Le immagini di questo articolo sono dell'ufficio stampa del Teatro Alla Scala di Milano e Ansa)

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