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Froome: al Tour il ciclismo di domani

22/07/2013  Sulle strade del Tour de France è stato consacrato un ciclismo nuovo, internazionale, non più chiuso nel fortino di Italia, Francia e Belgio. E quanto ad Armstrong e al doping...

La centesima edizione del Tour de France ha ucciso e seppellito il vecchio ciclismo imponendo un copione nuovo recitato da attori nuovissimi in lingue mai usate prima. Però la recita è avvenuta davanti al solito pubblico di appassionati, alla solita tifoseria che va sulle montagne, ai soliti fanatici che adorano un atleta però mai si permettono uno spintone, un alterco, un buffetto derisorio, insomma una rivalità appena blandamente calcistica nei riguardi di chi tifa per il campione “altro”. Davamti ai soliti bizzarri inspiegabili bipedi per però sono milioni, e crescono di numero e appartengono ormai a paesi di tutto il mondo.

Per loro ha vinto Chris Froome, un inglese smilzo nato in Kenya e cresciuto in Sudafrica, senza muscoli vistosi ma capace di sviluppare potenze enormi con una pedalata frenetica, quasi ridolinesca. Un bel mistero, un mistero comunque sano (Froome non ha muscolacci artificiali e ha vinto una malattia grave del sangue) per uno sport che più viene dichiarato agonizzante dai sapientoni più attira sulle sue strade i poveri di spirito, che non sono i fessi ma quelli che usano bene lo spirito da poveri, dei poveri. E chiama alle competizioni gente di ormai tutti i continenti. Sono state tre settimane abbondanti controcorrente, o meglio contro la nostra corrente. I corvi riprendono posto sul trespolo, dopo tanto svolazzare gracidante.

Doveva essere il Tour della sepoltura del ciclismo, dopo che sette vittorie finali al Tour erano state tolte allo statunitense Armstrong autore della truffa chimica più sensazionale e strana e controllata e tollerata di ogni tempo e dopo che i figlioletti di Armstrong avevano continuato a peccare, anche al Giro d’Italia. Doveva essere il Tour scosso da rivelazioni su controlli antidoping di provette custodite dal lontano 1998, l’anno grande di Pantani, e ricontrollate con nuovi sofisticatissimi sistemi, ma c’è stata una sorta di pudore frenante, ritardante da parte della polizia chimica francese, come se uno scoprisse che Napoleone si faceva la pipì addosso e trovasse però assurdo divulgarlo in giorni e posti sbagliati.

E’ stato un Tour bellissimo, seguitissimo, chiarissimo nei suoi sviluppi. Froome, secondo l‘anno scorso (sul podio fra Wiggins il primo inglese in giallo a Parigi e Nibali italiano) era annunciatissimo, ha corso sapendo che c’è chi lo pensa in possesso di pozioni magiche, se ne è infischiato e ha avuto applausi come nessun altro ciclista in questo millennio. Sulle strade e davanti alla televisione la gente ha seguito come non mai la corsa che in Francia fa da collante nazionale, anche se nessun francese vince dal 1985 di Hinault, e nel mondo diffonde ancora ed anzi incrementa la cultura della fatica, del sudore, del saper soffrire.

Data per uccisa dall’automobile, la bicicletta ha presentato pedalatori di tutto il mondo, squadre sostenute da industrie grandissime quando non addirittura intitolate direttamente alla capitale, l’Astana kazaka, proprio “lei”, di un paese arricchito intanto che sporcato dal petrolio dittatoriale, ha occupato le televisioni di ogni paese, ha mandato in briciole il villaggio italo-franco-belga in cui il ciclismo è stato costretto, nel nome di un animale domestico spesso malato che si chiama tradizione, per troppi anni.

Interpretiamo nel Tour 2013 la sola tappa vinta da un italiano, Trentin, la sola da un francese, Riblon, come una dolorosa funzione sacrificale per certificare l’avvento della mondializzazione del ciclismo, con una classifica finale in cui i paesi di Bartali e Coppi (Italia), Anquetil e Hinault (Francia), Van Looy e Merckx (Belgio) non ce la fanno neanche a sistemare un inquilino ai piani alti (primo francese 14°, primo belga 15°, primo italiano 49°, risparmiamo i noni). Quanto al doping, questo Tour ha addirittura “goduto” dello scandalo in salsa giamaicana della grande atletica.

Mai così tanto ciclismo nel mondo, mai così poco in Italia: riusciamo a cambiare aria, a lasciare le arie da furbi in stato preagonico e partecipare al sano respiro corale del mondo, quando questo respiro c’è, è vento e non rantolo? Abbiamo Nibali che quest’anno ha scelto e vinto, stravinto il Giro, possiamo persino accedere al pronostico ottimale di una parte sua forte (in maglia Astana, però…) nel copione francese 2014. Ma dobbiamo compiere uno sforzo anche qui, come in tante altre situazioni mica soltanto sportive, per far uscire il nostro povero paese dalla contemplazione del proprio ombelico, per bello che esso sia stato.

In Francia uomini di alta cultura chiedono l’onore di scrivere del Tour su giornali sanamente popolari, in Italia giornali in crisi trattano il Tour con poche righe messe insieme da un giornalista precario stando davanti alla televisione. Comunque tempo poche settimane e ricomincia il campionato di calcio.

 
 
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