Contribuisci a mantenere questo sito gratuito

Riusciamo a fornire informazione gratuita grazie alla pubblicità erogata dai nostri partner.
Accettando i consensi richiesti permetti ad i nostri partner di creare un'esperienza personalizzata ed offrirti un miglior servizio.
Avrai comunque la possibilità di revocare il consenso in qualunque momento.

Selezionando 'Accetta tutto', vedrai più spesso annunci su argomenti che ti interessano.
Selezionando 'Accetta solo cookie necessari', vedrai annunci generici non necessariamente attinenti ai tuoi interessi.

logo san paolo
domenica 26 maggio 2024
 
 

L'Italia sotto le bombe d'acqua

06/11/2011  A colloquio col geologo Mario Tozzi: "Incuria, cementificazione, condoni edilizi, mancanza di una cultura della prevenzione: ecco tutte le cause dei nubifragi"

 In gergo si chiamano «bombe d’acqua». Bastano pochi minuti, come è accaduto a Genova, perché un inferno di acqua e fango trascini via tutto.

Il rischio di alluvioni e inondazioni riguarda molte città italiane, molte delle quali «non sono affatto attrezzate con piani di evacuazione in caso di emergenza», avverte Mario Tozzi, geologo del Cnr e presidente del Parco nazionale dell’Arcipelago Toscano, noto a tutti gli italiani per il suo programma Tv "Gaia- Il pianeta che vive". Gli esperti lo dicono da tempo: le piogge eccezionali, sempre più frequenti negli ultimi anni anche a causa dei cambiamenti climatici, possono innescare fenomeni estremi. In Italia, le città in pericolo sono molte: Napoli, Palermo, Bologna, Roma, Messina. Il motivo? «Sotto il loro suolo», spiega Tozzi, «scorrono dei corsi d’acqua che a partire dagli anni Trenta sono stati progressivamente tombati per costruirci sopra. Ma i fiumi devono avere la possibilità di respirare, di sfogarsi. Se li restringiamo in piccoli canali è la fine. Sotto la città di Napoli, ad esempio, scorre il Simeto, a Palermo il Kemonia e il Papireto, a Bologna il Reno. Tutti, sono delle potenziali bombe ad orologeria.

Genova, da questo punto di vista, è un caso esemplare purtroppo. La città nel passato si estendeva fino al quartiere Marassi, poi è stato tombato il Fereggiano e gli altri affluenti e si è continuato a costruire sopra con le conseguenze che sappiamo».

L'idrofobia urbana è un effetto dell’eccessiva antropizzazione, ha spiegato Legambiente nel rapporto “Ambiente Italia 2011”: l’acqua, in pratica, non viene assorbita a sufficienza a causa dell’eccessiva impermeabilizzazione del suolo. Il record nostrano di impermeabilizzazione del suolo, si legge nello studio, lo detiene Napoli con il 62,3 per cento del territorio che ha difficoltà ad assorbire l’acqua. A seguire Milano con il 61,6 per cento, Torino con il 54,7, Monza con il 48,2, Brescia con il 44,1, e infine Padova con il 41,5 per cento.

Soluzioni immediate non ce ne sono. Occorre fare prevenzione, un leit-motiv ripetuto puntualmente dopo ogni tragedia e puntualmente disatteso, e soprattutto scelte politiche diverse. «Bisogna smetterla», spiega Tozzi, «di varare Piani casa nelle zone a rischio e fare condoni edilizi. Anche dopo Genova, molti politici hanno puntato il dito contro la cementificazione selvaggia. Ma la responsabilità dei condoni di chi è, se non di chi governa? Inoltre», prosegue, «vanno allestiti dei piani di evacuazione, come succede in tante città del mondo, da far scattare in caso di emergenza. New York, ad esempio, qualche mese fa è stata fatta completamente evacuare per l’allarme uragano. I nostri sindaci, da questo punto di vista, devono essere più coraggiosi. Infine, da alcuni territori come Sarno, in Campania, dove dopo l’alluvione del 1998 si è tornati a costruire di nuovo, la gente deve andarsene via».

La cementificazione selvaggia è l’altro imputato. «La Regione Liguria», fa sapere Tozzi, «ha varato di recente un Piano casa che permette di costruire a soli tre metri di distanza dai fiumi e non più a dieci. Poi non possiamo lamentarci quando accadono queste tragedie. Costruire selvaggiamente impedisce al terreno di assorbire in modo naturale l’acqua come una spugna». Secondo il dossier di Legambiente, ogni anno vengono “consumati” oltre 500 chilometri quadrati di territorio. In sostanza, è come se ogni quattro mesi spuntasse in Italia una città delle stesse dimensioni di Milano. I cambiamenti climatici sono l’altra causa che innesca fenomeni atmosferici rovinosi. Secondo l’ultimo rapporto della Commissione intergovernativa sul cambiamento climatico (Ipcc), le calamità più pericolose per l’uomo da qui alla fine del secolo saranno le ondate di calore, con diversi giorni consecutivi di temperature estive superiori di 9 gradi centigradi rispetto alla media, nonché le piogge violente.

Le alluvioni estreme che durano solo un giorno, come quelle che stanno funestando l’Italia in questi mesi, quadruplicheranno la propria frequenza, avvenendo non più una volta ogni vent’anni ma una ogni cinque. L'incremento delle alluvioni nel nostro Paese è un fenomeno già osservabile: dagli anni Novanta le alluvioni sono aumentate: ce ne sono state due nel ‘95 e nel ‘96, una nel ‘98, due nel 2000, una nel 2003 e due nel 2008, per poi passare a tre nel 2009 e a quattro sia nel 2010 che nel 2011. «Dobbiamo fare un passo indietro e rispettare di più la natura», conclude Tozzi.

 

 

 

 

 

 

 
 
Pubblicità
Edicola San Paolo