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domenica 28 novembre 2021
 
Calo demografico
 

Tra 10 anni classi deserte?

27/04/2018  L’allarmante studio della Fondazione Agnelli. Tra gli effetti del calo demografico anche lo svuotamento delle scuole. Un milione di studenti in meno entro il 2028

La previsione è cupa: un milione di ragazzi in meno, tra i 3 e i 18 anni, risucchiati dal buco nero del calo demografico, senza che l’immigrazione dei giovanissimi, con o senza “ius soli”, riesca più a pareggiare il conto.

La prima istituzione a ricevere gli effetti di questa risacca sarà la scuola, non a caso la prima forma di Stato che si incontra dopo la famiglia: il luogo su cui – con gli ospedali e i tribunali – si scaricano, nudi e crudi, i problemi di un Paese: a lanciare l’allarme è uno studio, piccolo nelle dimensioni – poche, dense pagine – ma deflagrante nelle conclusioni, condotto da Fondazione Agnelli, elaborando dati Istat.

Traducendo l’impatto del calo delle nascite sul sistema dell’istruzione di ogni ordine e grado i ricercatori hanno valutato che, mantenendo le regole attuali in tema di dimensioni delle classi e monte ore, ci saranno 55.600 cattedre e 36.721 classi in meno di qui al 2028, tra scuola d’infanzia e secondaria superiore.

A dispetto delle apparenze, spiega Stefano Molina, che ha incrociato i numeri, non si tratta tanto di un problema immediatamente sindacale, quanto qualitativo, di linfa vitale non solo dell’Italia ma anche della scuola: «Non ci saranno esuberi, ma di sicuro aumenterà un problema che già c’è: l’età avanzata degli insegnanti italiani. Oggi alle superiori abbiamo il 71% con più di 50 anni, contro il 37% del Giappone, Paese non certo giovane. Mentre abbiamo lo zero per cento sotto i 30 anni. Queste età cresceranno perché chi andrà in pensione non verrà sostituito da giovani leve e questo ridurrà, inevitabilmente, il grado di innovazione nella scuola, che parte sempre dall’energia delle forze fresche, dalla loro naturalmente maggiore carica di fantasia».

Chi ha fatto i calcoli non nasconde che si tratti di cifre fosche, ma rifiuta di prenderne atto, limitandosi a rilevare il bicchiere innegabilmente mezzo vuoto della popolazione che invecchia senza ricambi. Coglie, invece, l’occasione della proiezione di lungo periodo per suggerire al Paese, «senza pretendere di dettar legge in tema di politica scolastica», precisa Molina, di affrontare il problema degli effetti sulla scuola, dotandosi di uno sguardo altrettanto lungo.

Il primo invito che la Fondazione rivolge, attraverso questo allarme, al governo del sistema istruzione e indirettamente del sistema Paese, è di non limitarsi ad aspettare sulla riva del fiume il “risparmio” di 1.826.000 euro, calcolato citando i dati sulla Buona scuola del Miur, che si otterrebbe semplicemente attendendo la naturale contrazione di alunni e cattedre: «Sarebbe miope», spiega Molina, «leggere il demoltiplicatore demografico semplicemente come una voce di risparmio: la questione dell’istruzione e della formazione non può essere affrontata su un piano di mera quantità, ma con una logica che si ponga il problema della qualità. Investendo questo denaro nella scuola possiamo trasformarlo nell’opportunità di offrire ai nostri figli una scuola migliore: si pensi alla possibilità di sfruttare le risorse che avanzano per aprire le scuole al pomeriggio... Non per replicare il mattino, ma per sport, recupero, ulteriori opportunità di conoscenza musicale o artistica».

Tanto più che incrociando questi dati elaborati dalla Fondazione Agnelli con quelli dell’Ocse e dell’Eurostat (2017, relativi al 2015, dunque non aggiornati al post “Buona scuola”) scopriamo che l’Italia spende in istruzione (il parametro è “education”, che comprende la scuola con annessi e connessi – inclusi mense e servizi di trasporto – dall’infanzia all’università) circa il 4% di Pil (prodotto interno lordo) contro il 5,2 della media Ocse (fonte rapporto “Education at a glance” dell’Ocse, 2017), ed è, per questo versante della spesa pubblica, tra i fanalini di coda della Ue anche in cifre assolute, con investimenti dirottati più generosamente alla scuola primaria e in discesa verso l’università a dispetto dei pochi laureati italiani.

Il problema in prospettiva è grande, decisiva la visione strategica: «La nostra» continua Molina, «è un’esortazione al Paese, comprese le persone che nell’istruzione lavorano, a guardare la scuola con minori tatticismi e a noi tra dieci anni: si pensi a quanto si potrebbe fare impiegando gli insegnanti in più per ridurre il numero di alunni per classe nei contesti socialmente più difficili, a maggior rischio dispersione, si pensi a una riflessione più ampia sul tema delle competenze, che in Italia sono state tradotte con un riduttivo “saper fare”, mentre nella sfida del futuro che attende i nostri figli la competenza più importante sarà il “saper pensare”».

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