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martedì 26 ottobre 2021
 
RICERCA
 

Tra farm e canguri, giovani italiani in Australia

24/04/2016  Negli ultimi anni l’arrivo di connazionali in quel lontano Paese (oltre 24 mila presenze in tutto) ha superato il flusso migratorio record degli inizi degli anni Cinquanta. Forti, tenaci, ma anche umili: uno studio della Fondazione Migrantes traccia l'identikit di chi parte.

Ventiquattro ore di viaggio aereo separano l’Italia dall’Australia, un Paese che esercita una forte attrazione sui nostri giovani che cercano opportunità nuove di lavoro e di futuro. Malgrado l’Australia non sia proprio dietro l’angolo negli ultimi anni l’arrivo di connazionali in questo Paese ha superato il flusso migratorio degli inizi degli anni Cinquanta, con più di 24.000 nuove presenze suddivise in residenti temporanei, residenti permanenti e nuovi cittadini australiani. Ai 14.138 giovani italiani arrivati in Australia, nel 2014-15, con un visto Working Holiday, si aggiungono i 5.602 giovani italiani titolari del visto Student e i 2.105 professionisti del visto Skilled Work, solo per elencare la tipologia dei visti più numerosi. Ai dati dei cittadini italiani arrivati in Australia con un visto temporaneo, vanno aggiunti i 1.355 cittadini italiani che hanno ottenuto la residenza permanente e gli 824 cittadini italiani che hanno acquisito la cittadinanza australiana, per un totale (parziale) di 24.024 giovani italiani solo negli ultimi dodici mesi: un fenomeno migratorio che, quindi, nel 2014-15 ha raggiunto e superato il numero di italiani emigrati in Australia nel 1950-51 i quali, secondo le statistiche del Department of Immigration, furono 19.007.

A focalizzare meglio questo fenomeno è una ricerca della Fondazione Migrantes “Giovani italiani in Australia. Un ‘viaggio’ da temporaneo a permanente” frutto di un lavoro che ha coinvolto i ricercatori italiani residenti in questo Continente – Michele Grigoletti e Silvia Pianelli – che in alcuni anni di lavoro ha coinvolto molti giovani italiani che hanno voluto raccontare la loro esperienza. Un lavoro confluito in parte in un video-reportage “88 giorni nelle farm australiane” del regista Matteo Maffesanti allegato alla ricerca che raccoglie alcune delle storie presenti sul sito www.88days.com: una testimonianza visiva – spiegano gli autori della ricerca – dello spaccato giovanile che mostra e fa capire coma mai i giovani hanno fatto questa scelta, dove e con chi vivono, cosa pensano del proprio futuro e cosa si aspettano da un Paese come l’Australia. Sono giovani forti, tenaci, coraggiosi, pronti a mettersi alla prova, consapevoli di cosa significa fare sacrifici e compromessi, umili ma decisi. Non si tratta di “bamboccioni”, né di persone che disprezzano opportunità di lavoro che non rispettino le proprie qualifiche – spiega la ricerca - soprattutto in un paese straniero, dove sembra quasi un passaggio obbligato l’accettazione di lavori umili e con paghe relativamente basse.

I giovani che emigrano in Australia, al contrario, conoscono e apprezzano i valori della cultura italiana: la famiglia, ad esempio, considerata un punto di riferimento imprescindibile, un sostegno costante nei momenti di difficoltà. Vedono l’Australia come il luogo in cui il lavoratore, di qualunque nazionalità, viene rispettato e pagato il giusto, anche se giovanissimo e alla prima esperienza. La “terra dei canguri” è un Paese dinamico, meritocratico, che offre possibilità, ma che “non regala niente perché il prezzo da pagare è alto e richiede sacrifici, costanza, perseveranza e tanti compromessi”, spiega ancora la ricerca che racconta anche l’attività di questi giovani nelle farm australiane dove lavorano nei campi o nelle fattorie: lavori che comportano anche una notevole fatica fisica.

Papa Francesco “sprona i giovani a non lasciarsi rubare la speranza”, ha detto, presentando la ricerca, il presidente della Migrantes, il vescovo Guerino Di Tora e questo è “un volume di speranza e di entusiasmo, di giovani che amano l’Italia, ma che descrivono minuziosamente gli errori compiuti, le cose che non vanno. Ed è da quegli errori che bisogna ripartire mettendo al centro le loro esigenze espresse ma che dicono a noi che siamo chiamati a fare, ciascuno nella propria posizione, la direzione da prendere, da dove dobbiamo partire per fare e, soprattutto, per fare meglio”. Una ricerca – come ha detto il direttore generale della Fondazione Migrantes, monsignor Giancarlo Perego – che “ci ricorda il cammino nuovo di molti giovani italiani oggi verso l’Australia, alla ricerca di un lavoro, ma soprattutto per conoscere una realtà economica e sociale diversa e per valutare la possibilità di mettere a frutto conoscenze e competenze”. Da una lettura attenta della ricerca emerge la possibilità, sostiene l’organismo pastorale della Cei, di nuove soluzioni e nuove idee rispetto ai dibattiti più accesi in questo momento in Italia e in Europa nela “consapevolezza che lo spostamento delle persone non è mai stato né sarà mai arrestabile, che dalla storia si può e si deve imparare per meglio gestire il futuro e che una buona e giusta soluzione è quella di trovare strade nuove e al passo con i tempi, che siano basate sull’imprescindibile necessità di condividere il lavoro tra Paesi nella piena transnazionalità operativa e di vita”.

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