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lunedì 27 giugno 2022
 
 

Questa Violetta ce la ricorderemo a lungo

08/12/2013  Diana Damrau, con la sua superba interpretazione della protagonista della "Traviata", è l'episodio più memorabile dello spettacolo che ha inaugurato la stagione della Scala e celebrato il bicentenario verdiano.

L’anno del bicentenario verdiano si conclude con tre inaugurazioni di stagione nel nome del Maestro. Spicca naturalmente la Traviata che il 7 dicembre ha inaugurato per l’ultima volta la Scala del sovrintendente Stéphane Lissner, prossimo a ritornare in Francia. Lo spettacolo ha dato adito a discussioni, sfociate in sonori (e in parte scontati) dissensi da parte dei loggionisti più attaccati alla tradizione. Quello firmato da Dmitri Tcherniakov è uno spettacolo coerente, impostato su un piano di sano realismo, refrattario tanto a forme di ingessamento quanto alla trasgressione fine a se stessa.

Certo alcune scelte possono suscitare qualche perplessità, ma ciò che colpisce di questa regia in ogni caso emozionante è il dinamismo scenico (a volte fin eccessivo) e la gestualità molto curata, ricca di sfumature e lontana dagli stereotipi melodrammatici. Da brividi il finale, con uno svogliato Alfredo che guarda impaziente l’orologio, non accetta il ritratto (una fotografia, ché l’ambientazione è in epoca moderna) che Violetta gli porge a ricordo di «colei che sì t’amò», si mantiene a distanza di sicurezza dalla morente, pronuncia parole d’amore perché deve farlo, ma in realtà la cotta gli è passata.
 
E la povera Violetta muore sola, mentre una risoluta Annina (non più cameriera, ma amica e “collega” in disarmo) mette alla porta i visitatori. Il loggione se l’è presa anche con Daniele Gatti, che si giocava qualche residua possibilità di ereditare il posto di Baremboin e che ha offerto una prestazione persuasiva solo a tratti, peccando di discontinuità in fatto di tempi e di sonorità. Né sono mancate rumorose – e non particolarmente giustificate – disapprovazioni rivolte al tenore polacco Piotr Beczala, molto credibile dei panni di Alfredo anche se nel timbro e nel fraseggio nulla ha che ricordi il grande compatriota Jan Kiepura e tantomeno il mitico Richard Tauber con il quale ama confrontarsi. L’imponente Zeljko Lucic non ha la figura scenica né il timbro del baritono nobile quale è Germont padre, ed è piuttosto sgarbato nell’emissione e in difficoltà nell’intonazione. Una nota a parte merita la strepitosa Annina di Mara Zampieri, magnifico cameo alla maniera delle primedonne tedesche che onorano il comprimariato di lusso.

La protagonista Diana Damrau, a metà strada fra una paciosa massaia bavarese e una prosperosa cortigiana parigina (di contro all’aristocratica silouette della Flora di Giuseppina Piunti), ha cercato con il canto di rievocare la sfolgorante virtuosa che nove anni fa aveva fatto furore nell’Europa riconosciuta di Salieri. Nel primo atto, forse vinta da comprensibile emozione, c’è riuscita solo in parte, ma in seguito ha superato se stessa come cantante e come attrice. L’intensa e commovente interpretazione del terzo atto, che ha giustamente esaltato il pubblico, ne ha fatto la trionfatrice assoluta di questa Traviata per molti aspetti memorabile. 

A fine novembre il Teatro dell’Opera di Roma aveva ospitato Ernani, mirabile prodotto del Verdi prima maniera. È un’opera che, come altre ascrivibili ai cosiddetti “anni di galera” verdiani, pare fatta apposta per esaltare Riccardo Muti, le sue qualità direttoriali e doti interpretative, lo straordinario senso del ritmo e l’impeccabile dominio del chiaroscuro. L’efficacia dello spettacolo era garantita dalle comprovate capacità di Hugo de Ana, mentre il valore del cast era direttamente proporzionale al maggiore impegno profuso da Muti nella ricerca dei cantanti più adatti. Ne è risultato un quartetto di nomi oggi particolarmente idonei a una certa vocalità verdiana: l’Elvira di Tatiana Serjan, rivelatasi incline al canto drammatico di agilità fin dall’esordio al Concorso Mongini del 2001; il Carlo V di Luca Salsi, generosa voce di autentico baritono; Ildar Abdrazakov, un Silva di tutto rispetto; e infine Francesco Meli, da più parti indicato come l’astro nascente del tenorismo italiano, che dovrebbe però guardarsi da quella bulimia verdiana dalla quale sembra inguaribilmente afflitto.


Il 5 dicembre il San Carlo aveva infine proposto una nuova edizione di Aida, di ritorno nello splendido teatro napoletano dopo un’assenza di tre lustri. Armoniosità del colore, soffice pastosità del timbro, considerevole sostanza del volume e ferma risonanza del suono sono le qualità esibite dal soprano venezuelano Lucrecia García, alle quali tuttavia non corrispondono, almeno per ora, la correttezza dell’emissione e l’esattezza dell’intonazione: un’incompiuta dalle notevoli potenzialità, che temo potrebbero rimanere tali. Lo stesso dicasi del tenore spagnolo Jorge de León, incapace di dare un significato al suo canto essenzialmente monocorde e di andare oltre la semplice muscolarità dell’ “o la va o la spacca”.

Il vociferante Amonasro di Marco Vratogna, il declinante (ma ancora autorevole) Ramfis di Ferruccio Furlanetto e il vibrante Faraone di Carlo Cigni completavano la compagnia di canto, illuminata soltanto dalla prestigiosa presenza di Ekaterina Semenchuk, un’Amneris tale da poter essere accostata alla grande Cossotto. Nicola Luisotti ha impresso tempi e ritmi vertiginosi alla sua direzione d’orchestra, con esiti talora discutibili. Controverso ma non privo di seducenti suggestioni visive lo spettacolo firmato da Franco Dragone, il celebre showmaker per molti anni mente e anima del Cirque du Soleil. La sua è un’Aida senza Egitto e senza fronzoli, astratta e atemporale, il cui minimalismo sottolinea consapevolmente la dimensione intimista della vicenda.

 
 
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