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sabato 27 novembre 2021
 
ARCHè HA 30 ANNI
 

"Era nato il primo bimbo positivo all'Hiv. Potevamo dire di no?"

06/05/2021  Padre Giuseppe Bettoni, che ne è l'anima da sempre, racconta Archè, la casa che a Milano dal 1991 accoglie insieme mamme e bambini: "Oggi che la sieropositività alla nascita si previene rispondiamo ad altri bisogni non meno drammatici. Ci chiamano in causa come cristiani e come preti"

Padre Giuseppe Bettoni è l’anima, prima ancora che il presidente e il fondatore, di Archè, prima associazione oggi fondazione onlus a Milano. Fanno trent’anni il 10 maggio dal giorno in cui nella parrocchia Sant’Angela Merici, dove operava come vicario impegnato con i tossicodipendenti gli arrivò una telefonata di quelle che cambiano indirizzo alle vite: veniva dall’Ospedale pediatrico De Marchi, chiedevano aiuto per accogliere il primo bimbo nato sieropositivo. È cominciato tutto da lì, Archè continua a occuparsi di mamme e bambini. Oggi che per fortuna, grazie ai progressi della medicina, la sieropositività da Hiv alla nascita è prevenibile, si va incontro ad altri non meno urgenti bisogni. Ogni volta cercandosi strade nuove, con il Vangelo come unico faro.

Padre Bettoni, è vero che siete stati i primi in Italia a istituire una casa famiglia di quel tipo?

«Per mamme e bambini con l’Hiv sì, 30 anni fa nel 1991 con l’Associazione. La comunità è nata pochi anni dopo». Come siete arrivati a concepirla così? «Rispondendo a un’esigenza che si è manifestata. Seguivo i tossicodipendenti della parrocchia, mandavo i ragazzi in comunità, seguivo i percorsi di disintossicazione. Erano anni in cui l’eroina risucchiava un sacco di giovani e l’Aids fu il colpo di grazia per molti di loro. È stato lì che, dopo due anni che facevo questo lavoro con alcuni volontari, ci è arrivata una richiesta dalla clinica pediatrica De Marchi: “Qui abbiamo il bambino di due tossicodipendenti da solo in ospedale, c’è un piccolo particolare: è malato di Aids. Allora si pensava che l’Aids fosse la malattia dei tossicodipendenti, delle categorie a rischio, ancora non si immaginava che un neonato potesse nascere sieropositivo. A quel punto ci siamo interrogati: non potevamo certo dire di no, ma l’Aids faceva paura, ci siamo informati, abbiamo iniziato a formarci. Con grande disponibilità medici, infettivologi, neuropsichiatri si sono affiancati a noi. Potendo contare sul loro supporto, abbiamo risposto. È stato lì che, nel 1991, abbiamo formalizzato la costituzione dell’Associazione Arché, perché per entrare in ospedale c’era bisogno di un riconoscimento formale».

Avete continuato in questi 30 anni a occuparvi di madri e bambini, seguendo le esigenze che la città vi presentava. Come sono cambiate da allora?

«Quando l’Aids, grazie al cielo, divenne una patologia cronica, tenuta sotto controllo grazie agli antiretrovirali, per cui uno risultava sieropositivo, ma si riusciva a evitare che l’infezione evolvesse in malattia, nascevano meno bambini sieropositivi, le donne in gravidanza venivano trattate con l’Azt che faceva nascere bambini sani. Già all’inizio ci dicevamo: lavoriamo in modo che un domani non ci sia più bisogno di noi».

In realtà sono semplicemente cambiati i bisogni...

«Proprio mentre pensavamo che la nostra funzione fosse esaurita, i servizi sociali ci hanno contattati, per farci capire che un altro grave fenomeno necessitava del nostro aiuto: come le famiglie di fronte all’Aids si chiudevano, per la paura, per lo stigma, per la vergogna, così anche di fronte alla violenza domestica, le mamme si chiudevano in casa con i bambini. Abbiamo raccolto una nuova sfida: è stato molto importante un cambiamento anche formativo, da parte di tutti noi, perché si trattava di entrare ancora più in punta di piedi in situazioni delicatissime, in cui la paura del compagno violento era molto forte. Abbiamo fatto aggiornamenti e approfondimenti e siamo cambiati noi per primi per affrontare situazioni che ci venivano inviate proprio per la nostra specificità: tenere insieme il nucleo madre-figlio, perché non dobbiamo dimenticare che anche i bambini assistono alla violenza e la subiscono con la mamma».

Ancora oggi le donne fanno fatica a chiedere aiuto proprio per timore di perdere i figli?

«Soprattutto all’inizio c’era un grande timore, aveva credito la retorica per cui comunità e assistenza “portano via i bambini”, cosa non vera. Noi abbiamo esperienza di vita di casi in cui proprio in comunità la mamma, che prima era stata allontanata dai bambini, ha ricostituito il rapporto con i figli, ponendo le basi per il ricongiungimento».

Nell’Aids prima, nei maltrattamenti poi, ci si confronta con la paura, con la disperazione. Come si fa a ridare speranza?

«Ci confrontiamo continuamente con donne che arrivano in comunità con un atteggiamento molto diffidente, di paura, finché non scatta il “clic”, per cui c’è un cambiamento per cui capiscono che possono fidarsi, contare su di noi che siamo lì per aiutarle a trovare la propria dignità di donne, a trovare un lavoro, una casa, supporto terapeutico quando c’è bisogno perché ci arrivano tante donne che hanno subito il trauma della migrazione: il deserto, la Libia, Lampedusa. Traumi enormi. È un lavoro che si declina molto nel concreto».

Di quanta violenza siete testimoni?

«Potrei raccontare cose inenarrabili riguardo a quello che queste donne ci raccontano di aver subito: una vergogna per l’umanità l’assistere imbelli al perpetrarsi di questa roba. È immorale, indecente, non sarà mai abbastanza il grido che sale da queste ingiustizie. Noi mettiamo cerotti su queste situazioni, ma dovremmo essere anche più capaci di denunciare e di interrompere questa catena di violenza che non possiamo definire animale perché gli animali non arrivano a tanto. Donne picchiate, violentate, vendute. Una mamma era incinta, l’hanno bastonata per farla abortire con l’obiettivo di metterla a prostituirsi. Sappiamo le cose e non riusciamo a fermarle da nessuna parte politica».

Oggi la marginalità passa anche dalla difficoltà dell’integrazione: quanto è difficile ricostituire, in un ambiente per giunta straniero, una base di fiducia in persone che hanno subìto l’indicibile?

«Devi ricostituire soprattutto la fiducia nel maschio, dopo quello che hanno subito è difficilissimo per loro fidarsi di un uomo, succede anche con me: è un lavoro di piccole attenzioni, di piccoli gesti, di capacità di intercettare la confidenza, la fiducia. È un lavoro paziente, umile, meticoloso. Lo dico spesso ai miei educatori: davanti a loro non ci possiamo porre come educatori, nel senso che non abbiamo niente da insegnare: dobbiamo solo inginocchiarci davanti alla sofferenza. Solo ridando loro la dignità, che nessuno ha riconosciuto, si può aiutarle a riscattarsi».

Siete partiti da un virus temibile, oggi in questi mesi di pandemia, ritorna il tema della difficoltà a dare un significato ai lutti di decine di migliaia di famiglie che solo in Italia hanno perso qualcuno senza un saluto, senza un rito. Quanto è complicato rispondere a queste domande di senso?

«Abbiamo dovuto inventare le forme più creative, di solidarietà e di vicinanza. Abbiamo organizzato uno schema di preghiera proprio per persone che vedevano i loro cari uscire di casa e non hanno più potuto salutarle neanche da morte, nel primo lockdown è stato drammatico. Nella fase successiva abbiamo avuto volontari che hanno portato spesa, computer per bambini in dad. C’è stato chi ha avuto paura e s’è chiuso, ma c’è stata anche una risposta di coraggio responsabile, concreto ma non temerario. Davanti a solitudini così, bisogna solo esserci, restare accanto, senza pretendere di dare risposte sempre a tutto. Più che delle parole vuote conta sapere che si può contare su qualcuno. Per molti questo è stato fonte di consolazione».

Oggi abbiamo un Papa che parla spesso di chiesa in uscita, voi l’avete praticata quando se ne parlava molto meno. Ci sono stati momenti di diffidenza?

«Fin dall’inizio, ci dicevano: ci porti l’Aids in parrocchia, porti i ragazzi a rischiare… ce ne hanno dette tante. Avevo un ruolo al livello provinciale nella mia congregazione (l’ordine dei Padri Sacramentini, ndr). Mi dicevo che non basta fare le cose per i poveri bisogna fare qualcosa con loro. Serve una congregazione vita evangelica più aperta, più libera dagli orari, che viva in piena condivisione con i laici e con i poveri. A Quarto Oggiaro da qualche anno abbiamo dato vita alla Fraternità, in cui siamo due famiglie di giovani, una laica, due consacrate dell’Ordo virginum, più altri amici che vivono in città, e ciò che ci fa stare insieme sono due punti fermi: il Vangelo e i poveri, niente altro. Da prete mi dico: abbandoniamo tante sovrastrutture, il Papa parla di chiesa in uscita, ma la nostra Chiesa è spesso preoccupata di organizzare quadri, non abbiamo bisogno di tutta questa architettura e ingegneria ecclesiale, abbiamo bisogno di altro, di piccole fraternità e luoghi di Vangelo dove si viene con molta libertà, si tocca con mano il bene che si fa. Si ascolta la parola di Gesù».

Paradossalmente a volte, a tanti anni dal Concilio e con un Papa che invita a uscire, si ha la sensazione che non sia sempre scontato il dialogo con i laici, il confronto con chi la pensa diversamente. È una sensazione fuorviante?

«No, è più che una sensazione: c’è – non dappertutto ovviamente – un cristianesimo di facciata, che si identifica solo con la pratica religiosa: ma il cristianesimo non è andare a messa, è condividere, fare quello che Gesù ha fatto. Il Papa parla di Vangelo».

Il 25 aprile papa Francesco ha parlato che cosa significa essere sacerdoti, facendo un discorso che sembra più rivoluzionario nel 2021 di quanto non sarebbe stato negli anni Settanta...

«C’è ancora chi vede il sacerdozio come un potere sacro anziché come un servizio».

Capita più spesso che in passato di vedere giovani sacerdoti portare la talare, quasi un ritorno alla forma. C’è un problema di riconoscimento?

«Se hai bisogno di salvare la forma, di mettere la talare per riconoscerti e sentirti riconosciuto sacerdote sei fragile. Alla prima tempesta rischi di andare all’aria. Così, rischiamo di restaurare il sacerdozio dell’antico testamento, ci siamo dimenticati del fatto che Gesù era un laico. Dobbiamo rimettere a fuoco le cose semplici. Diceva bene Ivan Illich: le perversioni del cristianesimo sono tra le cause delle più grandi negatività del nostro tempo. Sono mali che nuocciono alla Chiesa stessa».

 
 
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