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giovedì 26 maggio 2022
 
reportage
 

Referendum, sulle piattaforme della discordia

15/04/2016  Si chiamano Diana, Angelina, Azalea come le pensioni della Riviera Romagnola. Sono le piattaforme dell'Adriatico, al largo di Marina di Ravenna, oggetto della consultazione popolare del 17 aprile. Siamo saliti e le abbiamo visitate per voi. «Se passano i sì», dicono, «sono a rischio migliaia di posti di lavoro»

Michele, capo piattaforma dell'Eni, durante un giro di controllo (foto Giovanni Panizza)
Michele, capo piattaforma dell'Eni, durante un giro di controllo (foto Giovanni Panizza)

A Marina di Ravenna l’impressione è che a prescindere da come vada a finire il referendum del 17 aprile nulla sarà più come prima. Bisognerà lasciarsi definitivamente alle spalle l’epopea felice cominciata negli anni Sessanta, quando tutto correva magicamente insieme: le serate di Caterina Caselli, Rocky Roberts e Fred Bongusto e le famigliole in vacanza che scendevano dalla Lombardia, il chiasso felice della vita in Riviera e il nascente primo polo industriale italiano di idrocarburi, la piadina in spiaggia e le piattaforme off shore in mare a poche miglia dalla costa chiamate, guarda un po’, con gli stessi nomi delle pensioni sul lungomare: Agostino, Amelia, Angelina, Azalea, Diana…
«Pensi che da ragazzino con i miei amici facevamo le gite sull’isola di acciaio», ricorda Michele, capo piattaforma dell’Eni mentre saliamo a bordo della barca diretti verso la piattaforma Garibaldi Charlie. «Chi dice “basta petrolio in mare” non sa che qui le piattaforme estraggono solo gas che non inquina», spiega. Tempo un quarto d’ora e arriviamo sulla Garibaldi C. che si trova a quindici chilometri dalla costa, ha iniziato a produrre nel 1992 e ogni giorno tira fuori centomila metri cubi di gas. Sopra ci lavorano venti persone. Tre (un cuoco e due camerieri) sono addetti al servizio catering. La prima sveglia su questo gigante ancorato al fondale marino con otto gambe suona alle quattro del mattino per la preparazione del pane. Claudio Orioli, supervisore di produzione, sorride mentre armeggia davanti a due manopole e dà le istruzioni al collega più giovane: «Vado in pensione tra una settimana dopo trentacinque anni di lavoro», dice, «sto facendo il passaggio di consegne. Cosa mi mancherà? Le albe e i tramonti che ho visto qui non li vedrò da nessun’altra parte». La vita da piattaforma è quasi militaresca. Quindici giorni (e quattordici notti) su e quindici giorni a casa. Sveglia alle sei, colazione e briefing di lavoro alle sette. Poi si comincia a lavorare. Pausa pranzo da mezzogiorno all’una e poi si riprende fino alle sei quando si cena tutti insieme. In serata attività libera. C’è una sala ricreativa e una piccola palestra «Giochiamo a carte o a ping pong, si guarda la Tv. È dura arrivare fino a sera, specie d’inverno», spiega Claudio.
«Per fortuna che adesso abbiamo Internet». E la famiglia? «Ce ne vuole una che abbia molta pazienza e sappia anche arrangiarsi». Quando il mare è in tempesta, raccontano, si sentono delle vibrazioni.
Il gas che viene estratto, spiega Michele, è al 99 per cento già pronto per l’uso domestico. «Qui», indicando una serie di tubi, «avviene la separazione dal vapore acqueo».

A destra Claudio Orioli, supervisore di produzione, insieme a un collega sulla piattaforma Garibaldi C. (foto Giovanni Panizza)
A destra Claudio Orioli, supervisore di produzione, insieme a un collega sulla piattaforma Garibaldi C. (foto Giovanni Panizza)

I contrattisti di Ravenna: a rischio 2.500 posti di lavoro

I piedi delle piattaforme sono pieni di cozze che vengono allevate. Ecco perché il 6 aprile a manifestare contro il referendum c’erano i pescatori di mitili, le cosse, come dicono i romagnoli, che hanno offerto impepata a tutti. Rischiano di perdere gli appalti regolarmente concessi dall’Eni per la manutenzione delle gambe delle piattaforme da cui si ricavano quasi seimila quintali l’anno di cozze. «Sono tutte controllate e certificate dall’Asl», assicurano i ristoratori dei lidi ravennati. «Il campo Agostino-Garibaldi comprende quindici piattaforme, le più anziane come la Garibaldi A. sono degli anni Settanta», dice Michele. «In totale vengono estratti un milione e mezzo di metri cubi di gas al giorno. Se passasse il referendum alcune piattaforme di questo campo dovrebbero fermarsi già a maggio». Le acque della Croazia sono a quarantina di chilometri.
«Una volta», racconta Michele, «abbiamo recuperato una tartaruga sull’imbarcadero.  Vediamo tante verdesche e delfini». Michele lavora in Eni da trentaquattro anni. «Il clima nei confronti del nostro lavoro è cambiato molto», dice, «siamo nel mirino delle associazioni ambientaliste, questo pesa sul nostro lavoro. Confondere le trivellazioni con le piattaforme di produzione è sbagliato, non c’entra nulla». La sicurezza? «L’unico incidente risale al 1965 quando esplode la piattaforma Paguro», spiega Michele, «l’Unmig (l’Ufficio nazionale minerario per gli idrocarburi e le georisorse, ndr) del ministero dello Sviluppo Economico fa ispezioni ogni due mesi per controllare gli impianti di sollevamento, le scialuppe, e verificare le teste-pozzo».
«Il gas è aria, non inquina. Sfido i più grandi studiosi a dimostrare il contrario», s’inalbera Tonino Paoloni, il comandante della barca che ci ha portato sulla piattaforma, «se dobbiamo andare all’estero per comprare il gas  e mandare a casa migliaia di persone ditemelo voi». 
Lo psicodramma referendario investe tutti. Qui l’indotto impiega circa 6.700 persone e una cinquantina di aziende. L’associazione ravennate dei contrattisti dice che già 900 posti di lavoro sono andati persi e stima la perdita di altri 2.500 se il 17 aprile dovessero vincere i sì.  L’armatore Gianluigi Bambini, titolare della "Bambini Srl" che dal 1962 offre servizi di appoggio e rimorchio alle piattaforme off shore, spiega che ha già dovuto licenziare: «Nel 2015 avevo 264 dipendenti e 21 barche, oggi sono 180 e sei barche ferme. Il referendum è il colpo di grazia. Questo clima di incertezza ha fatto sì che le compagnie come Eni, Shell, British Gas non investano più in progetti di estrazione. È dal 2009 che in Italia non si costruisce un pozzo off shore».  

Lino Miccoli, gestore dei Bagni Susy, davanti alla piattaforma Angelina a Lido di Dante (foto Giovanni Panizza)
Lino Miccoli, gestore dei Bagni Susy, davanti alla piattaforma Angelina a Lido di Dante (foto Giovanni Panizza)

L'Angelina della discordia

  

A Lido di Dante la piattaforma Angelina, a dispetto del nome felliniano, è da anni nel mirino dei balneari perché ritenuta responsabile della subsidenza, l’erosione della spiaggia che si ritrae, spiega Lino Miccoli, il gestore dei Bagni Susy, «ogni anno di quasi 2 centimetri provocando mareggiate fortissime con l’acqua che arriva in paese». Miccoli, come Marco Ferretti, portavoce del comitato di Lido di Dante, è tra i no-triv ma senza fare barricate: «Non sono contro le piattaforme ma contro quella lì», dice indicando l’Angelina che in effetti è vicinissima alla battigia, meno di due chilometri. «Ogni anno la Regione manda i camion con la sabbia per il ripascimento della spiaggia», spiega. A questo ritmo, è stato calcolato, il ripascimento delle spiagge costerà 13 milioni di euro all’anno mentre Legambiente dice che le concessioni hanno sottratto sabbia dal Po a Rimini per un controvalore di un miliardo di euro. Il paradosso è che se vincessero i sì l’Angelina continuerebbe a vivere fino al 2027. Miccoli abbozza un sorriso: «Ormai fa parte del paesaggio».

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