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giovedì 21 ottobre 2021
 
 

Tremiti, stop alla corsa al petrolio

03/10/2012  Il Tar del Lazio ha bloccato la ricerca di petrolio al largo delle Isole Tremiti. La società Petroceltic avrebbe voluto azionare le trivelle nel sottofondo marino.

Alcune immagini dell'iniziativa di Greenpeace contro le trivelle in Sicilia.
Alcune immagini dell'iniziativa di Greenpeace contro le trivelle in Sicilia.

Trivelle ferme al largo delle Tremiti. Il Tar del Lazio ha annullato il decreto con il quale il ministero dell'Ambiente, nel marzo del 2011, aveva rilasciato un parere di compatibilità ambientale alla società irlandese Petroceltic che avrebbe voluto effettuare le ricerche di idrocarburi nel sottofondo marino al largo delle coste abruzzesi e molisane, non lontano dalle Isole Tremiti e dal parco del Gargano. I giudici della sezione seconda bis del Tribunale amministrativo hanno accolto il ricorso presentato da alcune associazioni ambientaliste, in quanto la Regione Puglia non è stata coinvolta nel procedimento per il rilascio della Via (Valutazione di impatto ambientale). Ecco il video dell'iniziativa di GreenPeace contro le trivelle in Sicilia:


“Inoltre il divieto di trivellare oltre le 12 miglia dalla costa stabilito dal Ministero dell’Ambiente non comporta affatto che al di là di questo perimetro possa esservi il far west ma occorre comunque tenere conto della conformazione della zona e della tutela degli ecosistemi presenti entro le 12 miglia” sottolinea il Wwf in una nota. “In Abruzzo oltretutto più del 50% del territorio e circa 6 mila chilometri quadri di mare sono interessati da istanze di ricerca ed estrazione di idrocarburi”. Questa vittoria non esclude naturalmente la riproposizione delle relative specifiche istanze da parte della Petroceltic Italia, con il rispetto degli accorgimenti formali il cui inadempimento è stato sanzionato. In questo caso la Regione Puglia, notoriamente contraria alle trivellazioni, dovrà essere invitata a partecipare alla procedura della Valutazione di impatto ambientale.


Oggi è arrivato anche il no della Giunta regionale della Basilicata a tre istanze di permesso di ricerca di idrocarburi denominate Masseria La Rocca, Satriano Di Lucania ed Anzi. Un altro fronte caldo rimane quello siciliano. Il 9 ottobre il ministro dell’Ambiente e della Tutela del Mare Corrado Clini incontrerà una delegazione di Greenpeace che presenterà l’appello “U mari nun si spirtusa”, che in italiano suona, più o meno, come “il mare non si sforacchia”. A firmarlo 49 sindaci siciliani, il governo della Regione Sicilia, associazioni di pescatori, comitati locali e oltre 56 mila persone che hanno firmato la petizione on line di Greenpeace (www.greenpeane.org) per chiedere di fermare le trivelle nel Canale di Sicilia.


Lo stesso giorno, a Roma al Senato, Wwf, Greenpeace e Legambiente hanno organizzato il convegno Trivelle d’Italia - La nuova corsa alla ricerca di petrolio: una scelta azzardata per l’economia e l’ambiente per sottoporre la questione ai media, ai parlamentari e alle diverse istituzioni. Intanto la Fondazione UniVerde ha reso noto i risultati del sondaggio realizzato da IPR Marketing sulle trivellazioni petrolifere. Il 75% degli italiani boccia la proposta del governo di facilitare le trivellazioni in mare e il 68% è favorevole a una moratoria che riguardi tutto il Mediterraneo. Non solo. Il 70% pensa che l'Italia, in caso di incidente ad una piattaforma petrolifera, rischi un disastro perché non attrezzata a contenerne gli effetti.


Trivelle nel Canale?


Ci sono lo scrittore Andrea Camilleri e l’europarlamentare Rita Borsellino, il sindaco di Palermo Leoluca Orlando e gli attori siciliani Ficarra e Picone. Tutti al fianco di Greenpeace contro le trivellazioni nel mare di Sicilia. Al largo di Pozzallo si trova la Vega A di Eni-Edison, la piattaforma offshore più grande presente in Italia, e già si prepara a entrare in campo una nuova piattaforma, la Vega B. “È uno dei punti più ricchi di biodiversità del Mediterraneo, ma anche tra quelli più minacciati” spiega Giorgia Monti, campagna mare di Greenpeace. “Oltre a quattro piattaforme già attive, nel Canale vi sono 29 richieste di ricerca di petrolio, di cui undici già autorizzate. A beneficiarne sono grandi compagnie come Shell o Eni, per le quali l’Italia è un vero paradiso fiscale. A rischio non è solo l’ambiente, ma il benessere e l’economia delle comunità costiere, dalla pesca al turismo”. Ed ecco il video dei comici Ficarra e Picone contro le trivellazioni nel Canale di Sicilia:


I ricercatori dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), in una spedizione scientifica per documentare la biodiversità dei banchi d’alto mare, hanno esplorato quest'estate, con l’ausilio di un Rov, un robot sottomarino con telecamera, le profondità del Banco Avventura e del Banco di Graham (Isola Ferdinandea). In soli due giorni sono state identificate ben 96 specie diverse. Sulle pareti più profonde del Banco di Graham, parte di un complesso vulcanico ancora attivo, sono state osservate tutte e quattro le specie di corallo nero conosciute per il Mediterraneo.


Per Legambiente, se anche si estraesse tutto il petrolio di scarsa qualità che c’è, dal Canale di Sicilia all’Adriatico, si tratterebbe di una quantità nell’ordine dei 10 milioni di tonnellate. Sembra tanto ma, a confronto dei consumi annuali dell’Italia di 77 milioni di tonnellate, coprirebbe meno di due mesi. Tutte le risorse presenti a terra e a mare, se sfruttate, si esaurirebbero in 5 anni. Eppure si continua a perforare il terreno e il fondo marino, con danni ambientali spesso evidenti e vantaggi economici per la collettività tutti da dimostrare. Il dossier 2012 del Wwf “Milioni di regali – Italia: Far west delle trivelle” mostra come in Italia nel 2010 su 136 concessioni di coltivazione in terra di idrocarburi liquidi e gassosi attive, solo 21 hanno pagato le royalties alle amministrazioni pubbliche italiane, mentre sulle 70 coltivazioni a mare, hanno saldato il conto solo 28. Su 59 società che nel 2010 operano in Italia solo 5 pagano le royalties (Eni, Shell, Edison, Gas Plus Italiana ed Eni/Mediterranea idrocarburi).

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