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le proteste
 

«Ora bisogna combattere». L'onda delle donne sfida Trump

22/01/2017  In cinquecentomila a Washington da tutti gli Stati Uniti per protestare contro il neo presidente. Onda rosa anche a Chicago, Los Angeles, New York e in moltissime città americane. Le voci da Boston tra rabbia e ironia. Shannon: «Ivanka unisciti a noi». Beth: «Sono qui per mio figlio». Jane: «La libertà va difesa sempre»

Nel giorno uno dell’era Trump l’America si tinge di rosa. Con i centri delle maggiori città, da New York a Washington, da Boston a Chicago, invasi da un pacifico esercito di manifestanti ognuno dei quali con addosso un indumento o un accessorio del colore simbolo della femminilità.

E il Boston Common, parco principale della capitale del Massachusetts, e spazio pubblico fin dai tempi della guerra d’indipendenza, non fa eccezione: in un mare di sciarpe e cappucci di lana, che va dal rosa pallido al viola acceso, passando per il fucsia e il magenta, ecco il palco da dove la senatrice Elizabeth Warren, potente e ascoltatissima voce della sinistra americana, galvanizza una folla così fitta da coprire interamente il verde del parco con le sue mille sfumature. «Adesso possiamo o piagnucolare o combattere», urla. L’ovazione da stadio non lascia dubbi su quale delle due opzioni ha intenzione di scegliere questo esercito di donne, insieme a tantissimi uomini in verità, comuni, convenuto qui, dove il generale George Washington nel 1775 radunò il suo prima di marciare verso sud e strappare agli Inglesi la colonia che lui e i suoi chiamavano casa.

Più che mai appropriato per il luogo, dunque, il siparietto organizzato da quattro amiche che salutano con una mano i presenti ruotando il polso, facendo il verso alla regina Elisabetta d’Inghilterra, e con l’altra mostrano un fotomontaggio con il volto di Trump sul corpo della sovrana e la scritta «non vogliamo un altra regina». E Rachel, la più loquace, risponde: «Trump si comporta come un monarca: a lui non è chiaro il concetto di democrazia ma a noi si!».

Due ragazzotti, Brendon e Alex uno irlandese, l’altro italoamericano dicono: «I dritti delle donne sono i diritti di tutti: siamo tutti nella stessa barca, o si naviga o si affonda insieme».

L’impressione qui è che «adesso», come ha detto la Warren, con Donald J. Trump appena diventato il 45esimo presidente degli Stati Uniti, «bisogna combattere ancora». Per i diritti delle donne, certo, ma anche delle minoranze etniche e razziali, degli immigrati, dei rifugiati, degli omosessuali, dei disabili, o semplicemente di chi usufruisce di sanità e scuola pubbliche.

Shannon e Jane a Boston con un cartello ironico
Shannon e Jane a Boston con un cartello ironico

«Basta piangere, organizziamoci». E spunta un cartello: «Ivanka unisciti a noi»

«Sono qui per mio figlio», dice Beth, ragazza non ancora trentenne, intenta a decifrare i suoni che arrivano dal podio, «lui sta per nascere e non voglio che trovi un mondo dove è legittimo maltrattare o mancare di rispetto alle donne».

John, ragazzo sulla venticinquina sfoggia un cartello contro Betsy De Voss, la neoministra della pubblica istruzione appena nominata da Trump e nota per le sue intenzioni di favorire le scuole private a spese di quelle pubbliche, «l’amministrazione che si sta scegliendo è vergognosa», spiega, «certo qui lo sappiamo tutti, ma se urliamo abbastanza forte magari ci sentono anche nel resto del paese». Sua moglie Elaine, di chiare origini asiatiche gli sta accanto: il suo cartello dice «Basta piangere: Organizziamoci!». E racconta: «In America siamo oltre l’apatia, da un po’ ci siamo dimenticati di quanti modi ci siano per influenzare la politica. Oggi è un buon inizio: spero solo che non sia un fuoco di paglia».

 

La retorica trumpiana, continuata ben al di là della campagna elettorale addirittura fino al discorso d’insediamento, con i suoi muri, i suoi dazi, e i suoi smantellamenti, primo fra tutti quello del sistema sanitario, spaventa terribilmente la sinistra americana. Tutta la sinistra, non solo quella degli attivisti e dei radicali ma anche quella più moderata e silenziosa, degli atenei e dei sobborghi.

Non stupisce dunque che alla manifestazione di Boston, che della sinistra è tradizionalmente roccaforte nazionale, ci siano tutti: dai senatori federali, al sindaco, a una serie di politici e notabili locali. E poi tanta, tantissima gente comune, di tutte le età e di tutti i ceti sociali, che dal parco, dopo i discorsi, lentamente e pacificamente, tracima in strada col sorriso sulle labbra e, nella maggior parte dei casi, un cartellone in mano, quasi a formare un caleidoscopio di parole disegni e simboli fatti in casa che vanno dalla satira raffinata all’arrabbiatura nera e che in realtà spiegano il sentimento generale meglio di tanti discorsi politici.

Tra i numerosi slogan femministi classici degno di nota un «Se partorissi proiettili i repubblicani mi finanzierebbero», molte le parafrasi degli slogan trumpiani. «Rendiamo l’America di nuovo gentile»; «L’America è già grande, manteniamocela»; i giochi di parole con la parola Trump (che intesa come verbo significa sconfiggere, sovrastare) ma anche tanto umorismo: «Se non fosse per gli immigrati, Trump non avrebbe neanche una moglie»; fino addirittura a degli improbabili «Liberate Melania» e «Ivanka unisciti a noi» portato da Shannon, venuta qui dal vicino New Hampshire con la mamma Jane e la figlia Ann: «In fondo è una mamma che lavora anche lei no? E poi fino a qualche anno fa era democratica no? Suo padre lo era», ride di gusto. «Se le elezioni fossero andate diversamente forse non saremmo così in tanti,», interviene più seria sua madre Jane, «ma la libertà va difesa sempre, anzi avremmo dovuto fare qualche marcia di più anche sotto Obama! Vorrà dire che non c’è disgrazia che non porta fortuna».

Su questa nota, mamma figlia e nipote si uniscono ai 175.000 di Boston (questa la cifra ufficiale dei partecipanti) che incoraggiati dalle notizie che arrivano dal resto della nazione (500.000 a Washington, almeno altrettanti a Los Angeles,  250.000 a New York, 200.000 a Chicago) per il resto della giornata scorrono come un fiume lento ma deciso per le strade del centro col suo carico di insoddisfazione per il risultato elettorale, inquietudine per i prossimi 4 anni, e voglia di resistere a un amministrazione che oggi nel giorno uno dell’era Trump, nelle strade di Boston e in quelle di tutta l’America è percepita come liberticida.

 

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