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Tutta un'altra Europa, il futuro (ri)parte da Roma

25/03/2017  Più sicura. Più prospera (e sostenibile). Più socialmente attenta (e inclusiva). Più forte nel mondo. Nella stessa sala del 1957 i leader del Vecchio Continente hanno firmato una dichiarazione che fissa 4 obiettivi da raggiungere in 10 anni. Tutti meno uno: manca Londra, segno e ferita di un'Ue lacerata.

Hanno firmato nella stessa sala in cui firmarono allora: quella degli Orazi e dei Curiazi, in Campidgolio, a Roma. «Allora eravamo in 6, oggi siamo in 27», ha detto solenne Paolo Gentiloni abbracciando con un "plurale affettivo" le generazioni che l'hanno preceduto ed evidenziando (i numeri sono numeri) come all'appello sia mancata Londra, segno e ferita di un'Unione lacerata.  

Il sogno alla fine non s'è trasformato in irrimediabile incubo. La  "Dichiarazione di Roma" ce l'ha messa tutta per dimostrare che l'Europa è viva. Il testo fissa 4 obiettivi da raggiungersi in 10 anni l'integrazione europea. Il premier italiano Gentiloni commenta: «Dobbiamo restituire fiducia ai nostri concittadini». Il polacco Tusk avverte: distruggere la pace e la democrazia «è facile, ci vuole un attimo». Il presidente del Parlamento europeo Tajani promette: «Controlleremo perché gli impegni presi diventino realtà». Alcuni esperti di diritto osservano: «Si può fare anche di più e meglio sul piano della legittimità demoratica per non farsi schiacciare dagli apparti burocratici».

Sabato 25 marzo l’Europa ha dimostrato al mondo che vuole continuare a esistere, ma per farlo è consapevole di dover riconquistare la fiducia e la passione della gente, riallacciando quel rapporto di stima che in 60 anni storia si è allentato. È questo il messaggio che emerge dalle celebrazioni che si sono svolte in un’atmosfera di grande solennità per i 60 anni dei Trattati di Roma. La firma della nuova Dichiarazione di Roma è avvenuta in un contesto difficile, non solo per le manifestazioni di piazza: le critiche sono sempre più graffianti, i populismi sempre più forti, si moltiplicano i desideri di uscire (Brexit, ma non solo), le conquiste ottenute non sembrano irreversibili (quante volte è stato sospesa la Convenzione di Schengen e ci siamno visti costretti a presentare carta d'identià o passaporto per andare in qualche Paese dell'Unione?).

I flussi migratori dai Paesi in guerra e in via di sviluppo mettono paura e gli attacchi terroristici, sferrati contro i cuori vitali delle più importanti città europee, diffondono un clima di sospetto. Ma – si legge nella Dichiarazione di Roma – l’Europa vuole continuare ad affrontare queste sfide “insieme”. Non ci sono vie alternative: “Restare uniti è la migliore opportunità che abbiamo” per “difendere i nostri interessi e valori comuni”. Quattro sono gli impegni concreti che i leader europei hanno preso firmando la Dichiarazione di Roma. Sono impegni che ridanno ossigeno al progetto europeo dei padri fondatori, rilanciandolo verso i giovani e il futuro. Si parla di un’Europa “sicura”, unita nella lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata. Un’“Europa prospera e sostenibile”, che “generi crescita e occupazione”. Un’“Europa sociale” capace di lottare “contro la disoccupazione, la discriminazione, l’esclusione sociale e la povertà”. Un’Unione in cui i giovani “possano studiare e trovare un lavoro in tutto il continente”. E, infine, un’Europa “più forte sulla scena mondiale” in grado di promuovere stabilità e prosperità anche “nel suo immediato vicinato a est e a sud, ma anche in Medio Oriente e in tutta l’Africa e nel mondo”.

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