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domenica 23 gennaio 2022
 
L'Italia che vince
 

Tutti Allegri a Berlino

14/05/2015  Massimiliano Allegri è arrivato alla Juventus circondato dalla diffidenza, ma è rimasto fedele a sé stesso e il campo ha dato ragione a lui, comunque vada a Berlino

E adesso son tutti Allegri. Ma non è stato sempre così. Massimiliano Allegri cacciato dal Milan senza onore, sostituito da un esordiente in Serie A, lui che aveva vinto lo scudetto in rossonero venendo dal Sassuolo, alla Juventus  è stato accolto nella diffidenza quando non nel disonore, persino sputazzato – neanche tanto metaforicamente – dai tifosi orfani dell’esagitato Antoniocontecomandante, tre anni solo al comando, di cui Allegri era stato fin dalla prima ora avversario fiero e pubblico.

Un addio, quello di Conte, che aveva disorientato anche la squadra, incerta sul da farsi. Massimiliano Allegri, che aveva già dimostrato a Milano di saper gestire gli esordi complicati – là se la vedeva con gente che aveva poco meno della sua età -, ha avuto la pazienza di aspettare che le scosse di assestamento si placassero, ha introdotto il proprio stile in maniera soft, senza fratture, anche placando la propria schiettezza toscana se del caso: conquistando con la calma la fiducia dei suoi senza tradire le proprie convinzioni. Salvo poi sbottare un giorno, con l’ennesimo cronista che gli rinfacciava la bruttezza, pur non negando l’efficacia: “chi si vuole divertire vada al circo”, ma è stata l’unica volta, tanto lo sanno tutti che in Italia va così: se giochi bene e non vinci ti fanno nero, se sei bruttino ma vinci  prima o poi ti perdonano. Allegri l’ha sempre saputo: alla domanda "meglio brutti e concreti o belli e perdenti?" fresco di scudetto rossonero a Fc rispondeva: “Meglio brutti e concreti, il calcio non aspetta”. Un segno di realismo. Di solito a freddo a quella domanda dichiarano tutti la botte piena e la moglie ubriaca, ma in campo poi di Barcellona ce n’è uno. Di Real quasi anche, e allora per batterlo conviene essere più realisti del re di Spagna, badare al sodo. Allegri ha fatto il suo, senza enfasi e senza proclami, e la sua Juventus, abituata in passato alla guerra fatta dal fortino, ha imparato a stare sul fiume ad aspettare, come nel famoso proverbio cinese: qualcuno dei nemici è già passato.

Poi, certo, l’assioma dice che nel calcio servono piedi. Il corollario vuole che un buon allenatore aiuti le teste, quella della squadra soprattutto, ma senza piedi non basta.  E questo un po’ spiega perché una squadra tecnicamente attrezzata resta tale cambiando tecnico e anche un po’ perché a quelle scarse di piedi non basti quasi mai cambiarlo (ma c’è chi dice che i presidenti facciano così perché costa meno licenziare un tecnico solo che una squadra intera…).

Adesso,  però, - detrattori e diffidenti della prima ora compresi - sono tutti sul carro dell’Allegri vincitore. Il campo ha dato ragione a lui che, dopo quello del Milan ha messo in carniere lo scudetto della Juventus e ora va alla caccia della Coppa Italia e della Champions League. Comunque vada a finire sarà difficile rimproverargli qualcosa a Berlino, avendo di là la squadra che incanta anche i serpenti, irretendoli in una trama di mira formidabile e bellezza pura. Ma concretezza vuole che si provi, in qualche modo, a tagliare i fili. Poi si vedrà.

 
 
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