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martedì 22 settembre 2020
 
 

Tutti i colori della pelle di Dio

02/04/2018  A Santa Croce sull’Arno, in provincia di Pisa. Nel secondo Comune in Italia per immigrati a scuola, le comunità di San Lorenzo e Sant’Andrea si misurano con la ricchezza umana e le fatiche dell’integrazione

Santa Croce sull’Arno è come il suo amaretto: bello a vedersi, ricco di storia e tradizioni. «Il nostro dolce tipico è stato creato dalle suore del monastero di Santa Cristiana», racconta Paolo Seghetti, chef dell’enoteca Vacchetta, «le novizie arrivate dalla Sicilia ricevevano in regalo dai loro parenti molte mandorle. Cominciarono allora a farne dei dolci unendo lo zucchero e le uova. Erano talmente buoni che l’intero monastero riusciva a mantenersi con la loro vendita. Noi abbiamo ripreso quella tradizione». Proprio alle spalle del locale, che gestisce con Alessandro Cavallini, il monastero è ancora attivo.

«Siamo cinque consorelle», dicono quasi in coro suor Dina, suor Sandra e suor Maria Carla. Loro sono le più giovani, mentre madre Michelina e suor Paola, 98 e 95 anni, sono nelle loro stanze. Agostiniane di clausura, ci aprono però le porte per mostrarci il corpo della beata Cristiana, per tutti santa, e illustrarci un po’ della loro vita.

«Anche se siamo di clausura, siamo molto in contatto con ciò che avviene sul territorio e abbiamo con molti fedeli un’amicizia spirituale di vicinanza e preghiera», dice suor Maria Carla. Tutti i giorni don Romano Maltinti o i viceparroci di San Lorenzo e Sant’Andrea vengono a celebrare la Messa. «Quelle feriali sono molto seguite», spiega il parroco, «anche quelle nelle due parrocchie».

Multietnico, con una percentuale di immigrati del 24 per cento e con 55 diverse etnie, il Comune è secondo in Italia per presenza di immigrati a scuola. «Per noi è una s€fida, quella dell’integrazione.

Abbiamo ottimi rapporti soprattutto con i senegalesi», aggiunge don Romano, che è anche direttore della Caritas diocesana. «Gli albanesi, che sono la prima etnia, non sono neppure considerati migranti. E tanti, anche di religione ortodossa, frequentano volentieri la Messa».

Città ricca per il grande polo conciario, con i suoi 28 istituti di credito su una popolazione complessiva di poco più di 14 mila abitanti, ha attratto «negli anni prima i meridionali e poi gli extracomunitari». Nonostante un certo anticlericalismo iniziale – «ma anche il fatto che io lavorassi come gli altri ha rotto un po’ di pregiudizi» – le due parrocchie continuano a essere punto di riferimento per tutti. Sia San Lorenzo, con la sua collegiata che custodisce “La Santa Croce”, il simulacro ligneo del Volto Santo, da cui il paese trae il suo nome, sia Sant’Andrea, più vicina alla zona industriale. Lo scorso anno 33 battesimi e sei matrimoni, oltre 200 i bambini del catechismo, 29 le cresime.

«E poi», aggiunge il parroco, «custodiamo tante opere d’arte, tra cui i codici miniati del Trecento, ma cerchiamo di custodire anche le persone». Ne è un esempio le Querce di Mamre, centro di accoglienza notturno nato dalla sollecitazione di don Romano, che ne è anche presidente. «Il nome deriva dall’episodio biblico di Abramo che accoglie i tre forestieri. Una storia raccontata, però, anche nel Corano», spiega Simone Lorenzini, coordinatore del centro.

Gli italiani sono la terza etnia per presenza dopo i marocchini e i senegalesi. Un’attenzione a tutti che don Romano ha seminato nei suoi 50 anni di sacerdozio a servizio della gente.

Foto di Alessia Giuliani Cpp

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