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sabato 28 maggio 2022
 
 

Tutti i numeri (veri) dell'Istituto

01/10/2013 

Il Rapporto è di cento pagine, denso di tabelle. C’è l’analisi delle “operazioni svolte nel 2012” e   “informazioni sulla corporate governance e sul contesto legale”. Poi “ una previsione a livello operativo per il 2013 e del rendiconto al 31 dicembre 2012, corredato dei dati del 2011 per un più facile confronto”. L’utile è di 86,6 milioni di euro, quattro volte quello del 2011. Al 31 dicembre 2012, risultano affidati all’Istituto beni di clienti (inclusi depositi, beni in custodia e gestiti in portafogli) per un valore di 6 miliardi 320 milioni 914 euro, per un patrimonio netto di 769 milioni di euro. L’85 per cento di questi beni è rappresentato dagli assets di 5.200 istituzioni cattoliche. I dati del bilancio del sito www.ior.va parlano di 13.700 conti individuali, di membri del clero, impiegati o ex impiegati del Vaticano con conti per lo stipendio o la pensione e di diplomatici accreditati presso la Santa Sede, per un totale di circa 1,2 miliardi di euro di depositi. Gli investimenti in titoli hanno fruttato 3 miliardi 619.310  euro, molto di più dei quasi 2 miliardi e mezzo del 2011. Una nota spiega che l’Istituto “protegge i depositi e i beni patrimoniali dei suoi clienti investendo prevalentemente in titoli a tasso fisso, titoli di Stato e depositi a termine sul mercato interbancario. In media, meno del 6 % degli attivi totali è investito in titoli azionari e in fondi gestiti esternamente”.

“La politica d’investimento dello IOR – dice Ernst von Freyberg, in una dichiarazione riportata sul comunicato ufficiale – è pensata innanzitutto per garantire la sicurezza dei beni affidatici. La nostra attenzione si concentra su una gestione conservativa e una bassa esposizione al rischio”. Le stesse cose le avevano sempre dette tutti i direttori generali dello Ior. E il tedesco non cambia la linea. L’anno scorso quando lo Ior organizzò una sorta di “porta aperte” per giornalisti l’ex-direttore Cipriani, che ha dato le dimissioni insieme al suo vice Massimo Tulli in seguito al caso di monsignor Scarano, aveva spiegato in che modo lo IOR proteggeva i depositi dei propri clienti, e come la storia delle “rendite altissime” fornite dalla banca vaticana fosse poco più di un mito. Ciò non significa che non vi siano state operazioni sospette, sfuggite agli altri certificatori internazionali, che vi sono stati: prima Price Waterhouse dopo l’affare Marcinkus e Banco Ambrosiano, poi Deloitte. Adesso arriva la madre di tutte le certificazioni, la Promontory, ultimo disperato tentativo di dimostrare che una banca al Vaticano serve, nonostante le riflessioni di Papa Francesco.

 
 
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