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sabato 23 ottobre 2021
 
Udienza generale
 

«La tenerezza, che i robot non hanno, ci porta a Dio»

23/12/2020  Nella catechesi verso il Natale papa Francesco chiede di fermarsi a riflettere davanti al presepe, di invocare il dono dello stupore, di essere vicini agli altri e non farci sequestrare dal consumismo

Il Natale ci chiama alla tenerezza. Che nasce dallo stupore. Papa Francesco, nella catechesi del mercoledì ci prepara al Natale e chiede a ciascuno di pregare il Signore per avere il dono dello stupore. Mettendosi di fronte al presepe, come i bambini, possiamo contemplare il mistero di Dio che si fa uomo e avvicinare il nostro cuore a Lui e a tutti gli altri. «Imitando», anche noi, «i pastori», dice Francesco, «ci muoviamo spiritualmente verso Betlemme, dove Maria ha dato alla luce il Bambino in una stalla». Francesco sottolinea ancor auna volta che «il Natale è diventato una festa universale, e anche chi non crede percepisce il fascino di questa ricorrenza. Il cristiano, però, sa che il Natale è un avvenimento decisivo, un fuoco perenne che Dio ha acceso nel mondo, e non può essere confuso con le cose effimere. È importante che esso non si riduca a festa solamente sentimentale o consumistica. Domenica scorsa ho attirato l’attenzione su questo problema, sottolineando che il consumismo ci ha sequestrato il Natale». Ma questo tempo « non deve ridursi solamente a festa sentimentale o consumistica ricca di regali e di auguri ma povera di fede cristiana e anche di umanità. Pertanto, è necessario arginare una certa mentalità mondana, incapace di cogliere il nucleo incandescente della nostra fede». Nucleo che si riassume nella frase del Vangelo: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità». Questo, ripete il Papa «è il nocciolo del Natale. E anzi è la verità del Natale, non ce n’è un’altra. Il Natale ci invita a riflettere, da una parte, sulla drammaticità della storia, nella quale gli uomini, feriti dal peccato, vanno incessantemente alla ricerca di verità, alla ricerca di misericordia, alla ricerca di redenzione; e, dall’altra, sulla bontà di Dio, che ci è venuto incontro per comunicarci la Verità che salva e renderci partecipi della sua amicizia e della sua vita». E tutto questo è un dono di grazia, «senza merito nostro. Tutto è grazia e questo è grazia, un dono di grazia e questo dono lo riceviamo attraverso la semplicità e l’umanità del Natale, e può rimuovere dai nostri cuori e dalle nostre menti il pessimismo, che oggi si è diffuso di più a causa della pandemia. Possiamo superare quel senso di smarrimento inquietante, non lasciarci sopraffare dalle sconfitte e dai fallimenti, nella ritrovata consapevolezza che quel Bambino umile e povero, nascosto e inerme, è Dio stesso, fattosi uomo per noi». Un avvenimento che, come ricorda anche il Concilio Vaticano II «riguarda ognuno di noi. Ma è nato Gesù 2000 anni fa e riguarda me? Sì, riguarda me, te, ognuno di noi». Gesù «è uno di noi. Dio, in Gesù, è uno di noi. Questa realtà ci dona tanta gioia e tanto coraggio. Dio non ci ha guardato dall’alto, da lontano, no, non ci è passato accanto, non ha avuto ribrezzo della nostra miseria, non si è rivestito di un corpo apparente, ma ha assunto pienamente la nostra natura e la nostra condizione umana. È uno di noi, come noi. Non ha lasciato fuori nulla, eccetto il peccato, l’unica cosa che Lui non ha: tutta l’umanità è in Lui. Egli ha preso tutto ciò che siamo, così come siamo. Questo è essenziale per comprendere la fede cristiana». Francesco cita Sant’Agostino che scriveva: «Non avevo ancora tanta umiltà da possedere il mio Dio, l’umile Gesù, né conoscevo ancora gli ammaestramenti della sua debolezza». E «qual è la debolezza di Gesù? La “debolezza” di Gesù è un “ammaestramento”! Perché ci rivela l’amore di Dio. Il Natale è la festa dell’Amore incarnato, dell’amore nato per noi in Gesù Cristo. Egli è la luce degli uomini che splende nelle tenebre, che dà senso all’esistenza umana e alla storia intera». E allora il Papa spera che le sue «riflessioni ci aiutino a celebrare il Natale con maggiore consapevolezza». E poi invita tutti a mettersi davanti al presepe e a «meditare un po’ in silenzio davanti al presepe. Il presepe è una catechesi di quella realtà, quello che è stato fatto quell’anno, quel giorno, come abbiamo sentito nel Vangelo Per questo, l’anno scorso ho scritto una Lettera, che ci farà bene riprendere. Si intitola “Admirabile signum”, “Segno mirabile”. Alla scuola di San Francesco d’Assisi, possiamo diventare un po’ bambini rimanendo a contemplare la scena della Natività, e lasciare che rinasca in noi lo stupore per il modo “meraviglioso” in cui Dio ha voluto venire nel mondo». Uno stupore che dobbiamo invocare da Dio. «Chiediamo la grazia dello stupore davanti a questa realtà così tenera, così bella, così vicina ai nostri cuori che il Signore l nostro cuore che Dio ci dia la grazia dello stupore per avvicinarci a lui, per avvicinarci a tutti noi», conclude il Papa. Sottolineando che ««questo farà rinascere in noi la tenerezza», l’unica cosa che i robot non potranno mai avere. «E questo è quello che ci porta a Dio. Oggi abbiamo tanto bisogna di tenerezza, di carezze umane, davanti a tante miserie. Se la pandemia ci ha costretto a stare più distanti, Gesù, nel presepe, ci mostra la via della tenerezza per essere vicini, per essere umani. Seguiamo questa strada. Buon Natale!».

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