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venerdì 27 gennaio 2023
 
udienza generale
 

«Non dobbiamo fare proselitismo perché gli altri “siano dei nostri”».

18/01/2023  Il Papa spiega che fare «proselitismo è pagano» e che evangelizzare significa, invece, «amare gli altri perché siano figli felici di Dio». E chiede di continuare a pregare per l'Ucraina

Dobbiamo avere un cuore aperto a tutti, che ha nostalgia di chi se ne va.  Papa Francesco propone, nella sua seconda catechesi sulla passione di evangelizzare, sullo zelo apostolico che deve animare la Chiesa e ogni cristiano, il modello di Gesù Buon pastore che lascia le 99 pecore per cercare l’unica smarrita. Il Pontefice chiede di leggere spesso il capitolo 15 del Vangelo di Luca e di meditare sullo stile di Gesù che prima di ogni cosa prega per portare poi alla gente la Parola del Padre. Gesù, spiega Francesco «è sempre in relazione, in uscita, mai isolato». Infatti la parola esiste per essere trasmessa, comunicata. Così è Gesù, Parola eterna del Padre protesa a noi, comunicata a noi. Cristo non solo ha parole di vita, ma fa della sua vita una Parola, un messaggio: vive, cioè, sempre rivolto verso il Padre e verso di noi. Sempre guardando al Padre che lo ha inviato e a noi a cui è stato inviato».

Al primo posto nelle giornate di Gesù c’è sempre l’intimità con il Padre, la preghiera. «Proprio in questa relazione, nella preghiera che lo lega al Padre nello Spirito, Gesù scopre il senso del suo essere uomo, della sua esistenza nel mondo, perché lui è in missione con noi, inviato dal Padre a noi».

Ed è «interessante», sottolinea il Pontefice a proposito di Gesù «il primo gesto pubblico che Egli compie, dopo gli anni della vita nascosta a Nazaret. Gesù non fa un grande prodigio, non lancia un messaggio ad effetto, ma si mischia con la gente che andava a farsi battezzare da Giovanni. Così ci offre la chiave del suo agire nel mondo: spendersi per i peccatori, facendosi solidale con noi senza distanze, nella condivisione totale della vita. Infatti, parlando della sua missione, dirà di non essere venuto “per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita”». E, dopo aver pregato, Gesù dedicata la sua giornata all’annuncio del Regno «la dedica alle persone, soprattutto ai più poveri e deboli, ai peccatori e agli ammalati». E si comporta come il buon Pastore «colui che “dà la propria vita per le pecore”». Fare il pastore «non era solo un lavoro, che richiedeva del tempo e molto impegno; era un vero e proprio modo di vivere: ventiquattrore al giorno, vivendo con il gregge, accompagnandolo al pascolo, dormendo tra le pecore, prendendosi cura di quelle più deboli. Gesù, in altre parole, non fa qualcosa per noi, ma dà tutto, dà la vita per noi. Il suo è un cuore pastorale, fa il pastore con tutti noi». Ed è per questo che, per dire in una parola qual è l’azione della chiesa si usa il termine «pastorale». «E per valutare la nostra pastorale, dobbiamo confrontarci con il modello, confrontarsi con Gesù, Gesù buon Pastore. Anzitutto possiamo chiederci: lo imitiamo abbeverandoci alle fonti della preghiera, perché il nostro cuore sia in sintonia con il suo?». Bisogna chiedersi se il nostro cuore palpita, come quello di Gesù, «per chi è smarrito, perduto, lontano». Tante volte invece, rispetto a chi è in difficoltà o si è allontanato dalla Chiesa pensiamo che sia un problema suo, che non ci riguarda, che si arrangi da solo. Gesù invece, queste persone è andato a cercarle. «Abbiamo ascoltato la parabola della pecora smarrita, contenuta nel capitolo 15 del Vangelo di Luca», continua Francesco, «Gesù parla anche della moneta perduta e del figlio prodigo. Se vogliamo allenare lo zelo apostolico, il capitolo 15 di Luca è da avere sempre sotto gli occhi. Leggetelo spesso. Lì possiamo capire cosa sia lo zelo apostolico, lì scopriamo che Dio non sta a contemplare il recinto delle sue pecore e nemmeno le minaccia perché non se ne vadano. Piuttosto, se una esce e si perde, non la abbandona, ma la cerca. Non dice: “Se n’è andata, colpa sua, affari suoi!”. Il cuore pastorale reagisce in altro modo: il cuore pastorale soffre, il cuore pastorale rischia. Soffre: sì, Dio soffre per chi se ne va e, mentre lo piange, lo ama ancora di più. Il Signore soffre quando ci distanziamo dal suo cuore. Soffre per quanti non conoscono la bellezza del suo amore e non conoscono il calore del suo abbraccio. Ma, in risposta a questa sofferenza, non si chiude, bensì rischia: lascia le novantanove pecore che sono al sicuro e si avventura per l’unica dispersa, facendo così qualcosa di azzardato e pure di irrazionale, ma consono al suo cuore pastorale, che ha nostalgia di chi se n’è andato; la nostalgia di coloro che se ne sono andati». Non c’è rabbia né risentimento, «no, Gesù ha nostalgia di noi. E questo è lo zelo di Dio. Mi domando: noi, abbiamo sentimenti simili? Magari vediamo come avversari o nemici quelli che hanno lasciato il gregge», magari pensiamo che «lo aspetta l’infermo», ma siamo «tranquilli. Incontrandoli a scuola, al lavoro, nelle vie della città, perché non pensare invece che abbiamo una bella occasione di testimoniare loro la gioia di un Padre che li ama e che non li ha mai dimenticati? Non per fare proselitismo, no, ma che gli arrivi la parola del Padre per camminare insieme, evangelizzare non è fare proselitismo. Fare proselitismo è una cosa pagana, non è religiosa né evangelica. C’è una parola buona per loro e a portarla abbiamo l’onore e l’onere di essere noi. Perché la Parola, Gesù, ci chiede questo: di avvicinarci con il cuore aperto a tutti perché lui è così». Non dobbiamo fare proselitismo, perché gli altri “siano dei nostri”, no, questo non è cristiano: si tratta di amare perché siano figli felici di Dio». Se non facciamo così rischiamo di «pascere solo noi stessi», di essere «invece che pastori del gregge, pettinatori di pecore "squisite", pastori di se stessi».

 
 
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