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mercoledì 01 dicembre 2021
 
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«Non possiamo tornare a una normalità malata di ingiustizia»

30/09/2020  Papa Francesco, nella catechesi del mercoledì ricorda che le ingiustizia sono opera degli uomini e sprona i cristiani a costruire il futuro su basi nuove, con i modelli economici e sociali indicati dalla dottrina sociale della Chiesa. "Doniamoci agli altri con la tenerezza con la quale Gesù si avvicinava agli ultimi".

Non possiamo tornare a una normalità che escludeva, che era malata ancora prima che la pandemia ne svelasse la fragilità. Papa Francesco continua il ciclo di catechesi sul tema “Guarire il mondo” e parla di come “Preparare il futuro insieme a Gesù che salva e guarisce”.

Viviamo in un mondo, spiega Bergoglio, «che soffre per un malessere che la pandemia ha evidenziato e accentuato. Il malessere c’era- la pandemia lo ha evidenziato di più e lo ha accentuato». In questi mesi, ricorda, «abbiamo percorso le vie della dignità, della solidarietà e della sussidiarietà, vie indispensabili per promuovere la dignità umana e il bene comune. Come discepoli di Gesù, ci siamo proposti di seguire i suoi passi optando per i poveri, ripensando l’uso dei beni e prendendoci cura della casa comune. Nel mezzo della pandemia che ci affligge, ci siamo ancorati ai principi della dottrina sociale della Chiesa, lasciandoci guidare dalla fede, dalla speranza e dalla carità. Qui abbiamo trovato un solido aiuto per essere operatori di trasformazione che sognano in grande, non si fermano alle meschinità che dividono e feriscono, ma incoraggiano a generare un mondo nuovo e migliore».

Un cammino, raccomanda il Papa che non deve finire con il ciclo di catechesi del mercoledì, ma che deve continuare tenendo lo sguardo fisso su Gesù «che rinnova e riconcilia ogni creatura e ci regala i doni necessari per amare e guarire come Lui sapeva fare, per prendersi cura di tutti senza distinzioni di razza, lingua o nazione». Questo sguardo ci aiuta a vedere «il Cristo presente nei nostri fratelli e sorelle poveri e sofferenti, a incontrarli e ascoltare il loro grido e il grido della terra che se ne fa eco». Ad ascoltare il loro grido che ci chiede di cambiare. «Potremo rigenerare la società e non ritornare alla cosiddetta “normalità”, che era una normalità ammalata, anzi ammalata prima della pandemia, la pandemia l’ha evidenziata. E allora torniamo alla normalità?», si chiede il Papa. «No questo non va perché questa normalità era malata di ingiustizie, disuguaglianze e degrado ambientale. La normalità alla quale siamo chiamati è quella del Regno di Dio, dove “i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo”». E, dice in modo gergale, «nessuno fa lo scemo guardando da un’altra parte. Questo dobbiamo fare per cambiare. Nella normalità del Regno di Dio il pane arriva a tutti e ne avanza, l’organizzazione sociale si basa sul contribuire, condividere e distribuire, non sul possedere, escludere e accumulare». Questo è lo stile del cristiano: il condividere senza pensare ad accumulare. Dandosi agli altri con tutto se stesso. Perché il modo cristiano di fare qualcosa per gli altri non è semplicemente il dare, ma il darsi, sottolinea il Pontefice. «Non è un gesto meccanico, è un modo umano. Non potremo mai uscire da questa crisi meccanicamente, con nuovi apparecchi, che pure sono importantissimi». Francesco parla anche dell’intelligenza artificiale, della quale non dobbiamo avere paura, ma che non sarà mai in grado di fare una cosa: di usare tenerezza. «La tenerezza è il segnale proprio della presenza di Gesù». Anche quando diamo qualcosa dobbiamo «distribuire con tenerezza». Il virus che sta causando tante ferite profonde ha smascherato «le nostre vulnerabilità fisiche, sociali e spirituali. Ha messo a nudo la grande disuguaglianza che regna del mondo». Il Papa parla delle «disuguaglianza di opportunità, di beni, di accesso alla sanità, alla tecnologia, all’educazione», dei «milioni e milioni di bambini che non possono andare a scuola». E avverte: «Queste ingiustizie non sono naturali né inevitabili. Sono opera dell’uomo, provengono da un modello di crescita sganciato dai valori più profondi. Lo spreco del pasto, il pasto che avanza. Con quello spreco si può mangiare tutti. E ciò ha fatto perdere la speranza a molti ed ha aumentato l’incertezza e l’angoscia. Per questo, per uscire dalla pandemia, dobbiamo trovare la cura non solamente per il coronavirus, che è importante, ma anche per i grandi virus umani e socioeconomici». Non basta «una pennellata di vernice, non serve» Certo «non possiamo aspettarci che il modello economico che è alla base di uno sviluppo iniquo e insostenibile risolva i nostri problemi. Non l’ha fatto e non lo farà, perché non può farlo anche se certi falsi profeti continuano a promettere “l’effetto a cascata” che non arriva mai». E spiega il teroema del bicchiere che, quando sarà pieno, farà cadere l’acqua anche sui poveri. «Ma quando il bicchiere è quasi pieno cresce il bicchiere e la cascata non avviene mai». È urgente allora «metterci a lavorare con urgenza per generare buone politiche, disegnare sistemi di organizzazione sociale in cui si premi la partecipazione, la cura e la generosità, piuttosto che l’indifferenza, lo sfruttamento e gli interessi particolari. Dobbiamo andare avanti con tenerezza. Una società solidale ed equa è una società più sana. Una società partecipativa – dove gli “ultimi” sono tenuti in considerazione come i “primi” – rafforza la comunione. Una società dove si rispetta la diversità è molto più resistente a qualsiasi tipo di virus». Combattendo la pandemia dobbiamo invece, conclude il Pontefice, «“viralizzare” l’amore e globalizzare la speranza alla luce della fede».

 
 
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