Il titolo era davvero preoccupante: “Profughi in rivolta alla ex caserma Cavarzerani (800). Sul posto Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, Vigili del fuoco e Vigili Urbani che hanno formato un cordone di sicurezza”.
Il motivo della “rivolta?” Qualità delle traduzioni, del cibo, dei posti letto. Solo che la notizia non è vera. Si, una protesta c'è stata, ma non una rivolta. Poi sulle motivazioni della presunta azione “rivoluzionaria” dei profughi e dei rifugiati, afghani e pachistani, lo scivolone è totale. Come ha fatto poi sapere la Croce Rossa, che gestisce il centro, il malcontento era stato generato dal fatto che le due nazionalità non si sopportano, non possono convivere sotto lo stesso tetto. Un fatto storicamente noto: i pachistani disprezzano e non tollerano gli afghani, che non fanno buon viso a cattiva sorte. I motivi sono storici e religiosi e hanno ragioni antiche e profonde. Una tensione che si sarebbe potuta evitare.
Ma la notizia è ormai battuta sulla pagina web del quotidiano locale, il Messaggero Veneto, e mette subito in agitazione Udine, una piccola, laboriosa e pacifica città del Nord-est.
Si crea tanta agitazione che sulla pagina facebook del quotidiano piovono, anzi grandinano, raffiche di commenti che hanno dell'incredibile, soprattutto nel civilissimo Friuli.
I soliti luoghi comuni sulla qualità della vita dei profughi
Commenti violenti, molto violenti. Al limite ‒ se non oltre ‒ di quel che prevede il codice penale. Qualche esempio? “La caserma è bella piena? Ora si può farla saltare in aria”.
O ancora, “La benzina costerà anche cara, ma per un bel falò sono soldi ben spesi”. “Sono già lì, e allora giù di napalm”. “Gli facciamo recitare il Padre Nostro e se non lo sanno li sgozziamo”. E ancora “Bastonate a sangue”, “gas per tutti”, “chiudere le porte e aprire il gas”, “buttiamoli tutti in mare”, “una scarica di proiettili, così si calmano”, “facciamo un bel falò”, “Caricarli a suon di bastonate su carri del bestiame e mandarli a casa loro”, e così via per centinaia di commenti, in una escalation di violenza verbale senza freni. Un incitamento collettivo al linciaggio.
Certo non mancano commenti meno sanguinari ma ugualmente preoccupanti. Persino l'idea della rivolta (che non c'è) passa in secondo piano a fronte di altre e più gravi preoccupazioni: “A Udine non si può più camminare: li trovi dappertutto!”. Un allarme, il preludio, al solito repertorio di luoghi comuni sulla qualità della vita dei profughi che, per molti, dovrebbero essere rispediti indietro, ai Paesi d'origine.
Una manifestazione d'odio in piena regola, senza freni e senza vergogna, un po' come se i destinatari delle minacce nemmeno fossero esseri umani. Parole d'odio nate, però, dalla divulgazione di una notizia inesatta che finisce inevitabilmente per generare xenofobia, razzismo e intolleranza a carattere razziale.
Una brutta storia, continuata anche il giorno successivo, con un titolo a tutta pagina che parla ancora di “rivolta” appena sotto il richiamo al rientro a Udine delle due vittime friulane della strage di Dacca unito a un appello a un maggiore impegno dell’islam moderato contro il terrorismo. Un richiamo sacrosanto, ma che nel contesto della comunicazione suona come una beffa.