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giovedì 30 maggio 2024
 
La medicina come missione
 
Credere

Uganda, Dominique Corti: Il nostro ospedale baluardo di umanità

25/08/2022  Da più di 50 anni il Lacor Hospital offre «le migliori cure possibili, al maggior numero di persone, al minor costo». Un sogno ancora oggi realtà grazie a Dominique Corti, che ha raccolto il testimone dei genitori

Si aggira con naturalezza negli spazi vasti di un ospedale che sembra un villaggio. È come se fosse a casa. E, in effetti, Dominique Corti, in questo angolo di savana nel nord dell’Uganda, ci è nata e cresciuta. È qui, infatti, che i suoi genitori Lucille e Piero Corti hanno preso in mano il Saint Mary Lacor Hospital di Gulu nel 1961, trasformando quello che era un piccolo presidio sanitario creato dai missionari comboniani nel secondo più grande ospedale del Paese. E lasciando un’impronta indelebile: «Cure di qualità ai prezzi più bassi possibili. Perché chiunque possa avere diritto alla salute», precisa Dominique, che è pure lei medico ed è presidente della Fondazione Corti che contribuisce grandemente a portare avanti l’ospedale insieme a tanti medici e infermieri ugandesi e a tutto lo staff. Ogni giorno al Lacor Hospital ci sono almeno quattromila persone, tra pazienti e familiari, personale e studenti. C’è sempre un gran via vai di gente, nei padiglioni come nelle sale d’attesa, lungo i viali o nei grandi cortili ombreggiati dalla vegetazione lussureggiante. Attualmente l’ospedale ha quasi 500 posti letto, sette sale operatorie, ambulatori con circa 500 visite giornaliere e quattro scuole − per infermieri, ostetriche, tecnici di laboratorio, anestesisti e assistenti di sala operatoria − con 500 studenti residenti. All’ingresso ci sono le officine dove si fabbrica e si ripara qualsiasi cosa, mentre al centro di tutto c’è la chiesa, a testimoniare la profonda vocazione cristiana di questo servizio.

L'infanzia a Gulu

«Sono nata qui nel 1962», racconta Dominique, mentre ci mostra le semplici tombe dei suoi genitori, all’ingresso dell’ospedale e, lì accanto, quella del dottor Matthew Lukwiya, direttore sanitario, ucciso da Ebola nel dicembre del 2000, mentre cercava di salvare i suoi pazienti. «Era come un figlio per mio padre», sussurra. E, in fondo, un fratello per lei. Le loro tombe sono il cuore di questo ospedale, le sue radici. Su cui Dominique sta costruendo il futuro. Lei, che al Lacor continua a essere chiamata Atim, il suo nome in lingua acholi, si considera una “figlia dell’indipendenza” dell’Uganda, che si liberò dal giogo coloniale proprio nell’anno della sua nascita: «Ho frequentato le scuole elementari vicino all’ospedale, unica “bianca” in mezzo ai bambini africani. Parlavo l’acholi e l’inglese con loro; il francese con mamma che è canadese, l’italiano con papà, i missionari e i parenti italiani. Sono cresciuta in un crocevia di culture. Non sempre è stato facile, ma mi ha aiutato a sviluppare una grande capacità di confronto e di adattamento». Lo si percepisce immediatamente, mentre dialoga con i medici o accoglie una delegazione di studenti americani, mentre partecipa a una riunione o si confronta con un gruppo di volontari italiani. Tutta questa animazione è stata parzialmente “rallentata” dalla pandemia di Coronavirus. Che purtroppo si è portata via un altro “pilastro” di questo luogo, fratel Elio Croce, missionario comboniano, a cui si deve la gran parte delle costruzioni dell’ospedale. Trentino di Moena, trapiantato nella savana ugandese, fratel Elio era un gigante buono: «Ancora oggi non riesco a pensare a nessuno di così “integrato” nel paesaggio e tra le genti ugandesi», dice Dominique. Uomo di grande fede, come pure il padre Piero, fratel Elio ha contribuito non solo a costruire gli edifici in muratura, ma anche a plasmare l’anima autenticamente missionaria di questo ospedale, che in quasi sessant’anni di storia è cresciuto moltissimo, ma sempre con un’attenzione speciale per gli ultimi.

Esempi di Fede

  

Nonostante le moltissime difficoltà: «Quando nel 1979 le truppe della Tanzania sono entrate in Uganda per cacciare l’allora dittatore Idi Amin, i suoi uomini si sono progressivamente ritirati verso nord, arrivando sino a Gulu», racconta Dominique. «Erano militari allo sbando, violenti e senza scrupoli. Hanno saccheggiato più volte l’ospedale e hanno cercato di uccidere mio padre. Sono stati momenti difficili e drammatici».

Violenze e pandemie

Negli anni Ottanta, nuove violenze sconvolgono le regioni settentrionali dell’Uganda. È il tempo della barbarie: i miliziani del famigerato Joseph Kony compiono le peggiori atrocità e rapiscono migliaia di bambini e bambine per trasformarli in feroci combattenti e in schiave sessuali. «In quegli anni», ricorda Dominique, «moltissime persone si riversavano tutte le notti nei cortili dell’ospedale per trovare un luogo sicuro dove dormire. Siamo arrivati ad averne sino a 15 mila. L’ospedale però non è stato risparmiato dalle violenze. Nel 1988, è stato saccheggiato ben sette volte in quattro mesi». Un altro duro colpo è stata l’epidemia di Ebola e, in questi ultimi due anni, quella di Coronavirus, soprattutto a causa delle misure di contenimento che hanno provocato un drammatico peggioramento della situazione economica, educativa e sanitaria del Paese. «Il governo», racconta Dominique, «ha disposto il divieto dei trasporti, chiuso le scuole per 22 mesi e imposto un lungo coprifuoco notturno, rendendo molto difficili gli spostamenti, anche per esigenze sanitarie. Normalmente abbiamo tra i 500 e i 600 pazienti che si rivolgono ai nostri ambulatori. A un certo punto ne arrivavano 30 o 40 al massimo. Molte persone sono morte perché impossibilitate a raggiungere l’ospedale, ma non di Covid-19: di malaria, anemia, diarrea, polmoniti che non hanno nulla a che fare con il Coronavirus. O di parto». Ora che la situazione sta lentamente migliorando, anche al Lacor Hospital tutti si stanno nuovamente rimboccando le maniche per continuare a offrire cure mediche di qualità, ma anche per garantire un’accoglienza attenta alla persona oltre che al malato. Conservando così l’impronta che avevano dato i coniugi Piero e Lucille Corti e che oggi viene consolidata dalla figlia Dominique. Un’impronta che fa di questo ospedale molto più di un presidio sanitario, ma un vero e proprio baluardo di umanità.

Una vita spesa per gli altri

  

È nata al Lacor Hospital e all’ospedale sta dedicando la vita. Dominique Corti, 60 anni, ha raccolto l’eredità dei genitori Lucille e Piero che nel 1961 sono arrivati nella piccola struttura sanitaria di Lacor vicino a Gulu, la città principale del nord dell’Uganda, trasformandola negli anni in un centro di eccellenza. Medico a sua volta – ha studiato Medicina a Milano – Dominique presiede la Fondazione Corti con l’intento di assicurare l’accesso alla sanità in una delle aree più povere del mondo: al Lacor Hospital chi non può pagare viene curato gratuitamente, mentre per gli altri le tariffe non arrivano a un terzo del costo della prestazione, coperta per lo più da donazioni straniere. Dominique si occupa della sostenibilità finanziaria dell’ospedale, in chiave di servizio ed efficienza.

Chi è

Età 60 anni

Professione Medico e presidente della Fondazione Piero e Lucille Corti

Famiglia Sposata. Anche il marito è medico

Fede Intrisa di concretezza

Il fumetto

Lucille degli Acholi è il libro a fumetti realizzato da Ilaria Ferramosca con illustrazioni di Chiara Abastanotti (Il Castoro). Racconta la vita straordinaria di Lucille Teasdale, medico canadese, moglie di Piero e madre di Dominique Corti, una donna coraggiosa che seppe lottare per il suo grande sogno di diventare chirurga, sfidando i pregiudizi del tempo con determinazione e indomita passione. Sempre pronta a nuove sfide, negli anni Sessanta Lucille è partita per l’Africa dove, insieme al marito Piero, ha dedicato letteralmente la sua la vita agli altri. È morta infatti di Aids, contagiandosi durante un intervento chirurgico, in un’epoca in cui il virus era ancora poco conosciuto e impossibile da curare, specialmente in Africa. Tra i molti riconoscimenti, nel 1987 è stata nominata membro onorario dall’Associazione medica del Quebec, prima donna ad ottenere tale riconoscimento.

 
 
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