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lunedì 18 ottobre 2021
 
 

Un amore tra l'Africa e l'Italia

26/03/2014  Lui originario del Benin, lei milanese di origini calabresi. Hanno tre figli perfettamente integrati: «Il razzismo? Non so cosa voglia dire»

Michael ha fretta di andare all’allenamento di rugby. Giocherella con una palla ovale mentre aspetta che papà Jonas rientri dal lavoro. Scene di ordinaria vita quotidiana. Una famiglia così – lui africano del Benin, lei milanese d’origine calabrese – non fa più notizia nell’Italia che multietnica lo è già da un pezzo. Quasi quasi si meravigliano, Jonas Amoussou, 48 anni e Felicia Lustrì, 50 anni, di quest’attenzione. Si sono sposati nel 1995, hanno tre figli: Lucia, 17 anni, Jean, 14, e Michael, 10. Vivono a Salerano sul Lambro, nel Lodigiano, a mezz’ora d’auto da Milano, dove Jonas si è candidato alle elezioni comunali nel 2009 e ora è assessore alla Famiglia.

«Ai nostri figli», spiega Felicia, «abbiamo dato il secondo nome africano: Lucia Senami, “dono di Dio”, Jean Seglà, “Dio è potente”, e Michael Defodji, “sulle orme dei padri”. Abbiamo voluto dare un segno della loro appartenenza a due famiglie e due popoli diversi, ma non incompatibili». L’amore, si sa, soffia dove vuole. E nell’estate del ’93 si posa su Jonas e Felicia. Si incrociano per caso al Centro di orientamento educativo di Barzio (Lecco) dove lui era di passaggio per salutare il fratello e lei seguiva dei corsi di formazione per volontari. «Jonas non conosceva per niente l’italiano, io lo aiutavo a tradurre», ricorda Felicia. «Mi stava molto vicina», sorride lui. L’incontro cambia i progetti: Jonas, dopo la laurea in Ingegneria meccanica conseguita in Cecoslovacchia grazie a una borsa di studio Unesco, doveva andare in Svizzera per lavorare. Ci va, ma solo per un mese: torna subito in Italia. «Ci telefonavamo sempre dalle cabine», ricorda Jonas. E Felicia chiosa: «Di lui mi colpì subito la giovialità, l’allegria contagiosa. Imparò in fretta l’italiano».

È il prologo per il viaggio insieme in Benin, a Natale del ’94. «Volevo far conoscere a Felicia i miei genitori e la mia grande famiglia dove siamo 13 fratelli», racconta Jonas. Un incontro che rafforza il legame tra i due. «Mi colpì molto», dice Felicia, «l’attenzione per gli anziani, l’unità della famiglia allargata con zii e cugini a far compagnia. Mi ricordava l’atmosfera della mia famiglia. Io venni accolta benissimo. Nelle coppie miste è fondamentale l’accoglienza che le rispettive famiglie d’origine riservano ai due fidanzati». Il matrimonio è lo sbocco naturale. Felicia e Jonas si sposano il 14 settembre del ’95, un anno dopo nasce la primogenita Lucia, che ora frequenta il quarto anno di liceo scientifico e gioca a rugby, passione che ha contagiato anche il fratellino piccolo. La vita della famiglia Amoussou scorre felice. Papà Jonas lavora come ingegnere meccanico in un’azienda di Trezzano sul Naviglio che produce giunti rotanti, mamma Felicia, che è traduttrice, si dedica ai figli. A Salerano si sono integrati benissimo. Entrambi cattolici, frequentano la parrocchia dove ogni anno, per la festa patronale della Candelora, viene presentata la cultura di un Paese straniero.

Ma lei si sente africano o italiano? «Entrambi», risponde Jonas. I loro figli non hanno mai avuto problemi di razzismo con i loro coetanei, racconta Felicia. Visto da qui, il dibattito sulla cittadinanza italiana per i figli di stranieri nati in Italia dovrebbe essere più realistico. «È giusto», dice Jonas, «concedere la cittadinanza dopo qualche anno di residenza stabile in Italia. Il presidente Napolitano ha sollecitato il Parlamento a muoversi, ma finora non è stato fatto nulla». L’ultima volta che sono stati in Benin tutti insieme è stato quattro anni fa. Suona il campanello. È l’amico di Michael che è arrivato per andare insieme all’allenamento di rugby.

 
 
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