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domenica 05 febbraio 2023
 
l'analisi
 

«Il beato Giacomo Alberione? Fu un'anima speciale che profumò Dio d'inchiostro»

17/06/2022  «Capì come nel mondo della comunicazione, che trasmette valori e non solo notizie, si giochi la delicata partita della formazione delle coscienze e dell’evangelizzazione», dice don Domenico Soliman, eletto superiore generale della San Paolo. Ripubblichiamo alcune sue riflessioni apparse nell'autunno 2021, in uno speciale dedicato alla figura del fondatore della Famiglia Paolina.

Santo perché padre, santo perché si è preso cura degli altri, santo perché uomo di preghiera e di vita  donata nell’apostolato. Certo occorrerà aspettare un secondo miracolo perché don Alberione, già beato,  salga agli onori dell’altare, ma, per la sua Famiglia, la santità del fondatore si è rivelata in tutta la sua vita.  «La santità non è solo fare il miracolo, anche se quella è la strada per la canonizzazione, è quello che la  Chiesa chiede come “prova del nove”», spiega don Domenico Soliman, postulatore della causa di  canonizzazione, «ma la santità di don Alberione è legata innanzitutto alla sua paternità. È perché lo  Spirito era presente e operava nella sua vita che ha dato vita a una famiglia e, quindi, è diventato padre. Abbiamo sperimentato», continua, «che ci sono certe situazioni ed esperienze nella vita che solo quando  c’è la vita di Dio in te fioriscono. Parlo di idee, apostolati, iniziative, bene che diventa concreto e dura nel  tempo ed è realmente a beneficio di tutti». Il postulatore insiste proprio sulla presenza dello Spirito Santo  «che ha fecondato» e ha reso possibile la nascita di dieci ramificazioni della Famiglia, dieci espressioni  del carisma e dell’apostolato paolino. «Non è solo perché don Alberione ha avuto una bella idea che è  riuscito a dare vita a tutto ciò che noi conosciamo, e non si tratta neppure di qualcosa di sociologico, ma  c’è questo germe di vita santa, di vita riempita dallo Spirito», sottolinea ancora. E poi la sua santità, per il  postulatore, si rivela nel fatto che «ha datola vita, come ha scritto nella sua autobiografia, “per fare  qualcosa per Dio e per gli uomini del nuovo secolo”».

Nella notte tra il 31 dicembre 1900 e il primo  gennaio del 1901, «una notte di preghiera», intuisce che deve fare qualcosa per gli uomini e le donne del  nuovo secolo. «La santità» spiega don Soliman, «non è chissà quale sforzo per diventare perfetto, bravo,  bravissimo quasi in maniera irreale, non è un percorso autotrascendente. In Alberione è il dono, che riceve  dallo Spirito, di capire che la sua vita era per gli altri». Una comprensioneche si fa strada, in lui, già  a sedici anni. E che poi continua e lo spinge, tra i pochi fondatori ad agire così, a una vera famiglia.  Una cosa straordinaria per il ’900. «Qui si vede la sua fecondità», aggiunge il postulatore, «perché lui  pensa alla Congregazione come famiglia già nel progetto iniziale, non perché i figli decidono, a un certo  punto, di mettersi insieme. Ecco la bellezza della sua laboriosità». Un terzo aspetto della sua santità si  vede, infine, «nel fatto che fu un uomo di preghiera e di apostolato, in grado di leggere i segni dei  tempi».Don Alberione non solo ha studiato, ma ha saputo capire che la gente del suo tempo «andava via,  svuotava le chiese. In una società in rapida trasformazione, con la modernità che si affacciava, le persone  non avevano più la parrocchia come punto di riferimento». E allora il fondatore comincia a chiedersi cosa  poteva fare per loro. Intuisce che «la comunicazione, che allora era carta stampata e libri, ciò che lui  chiamava la “buona stampa”, era il luogo dove la gente conosceva, imparava, in un certo senso, viveva.  Don Alberione», sottolinea donSoliman, «vede la comunicazione come il luogo dove le persone non solo  imparano e assimilano dei contenuti, ma dove rielaborano un pensiero, dove acquisiscono una mentalità,  dove assimilano i valori della propria vita, il senso della propria esistenza». Alberione, in qualche modo,  precorre il Concilio e legge i segni dei tempi, come poi dirà il Vaticano II, in una relazione costante con il  Signore, vivendo la sua vita non come semplice comportamento morale o come formalismo, ma come  conformazione a Cristo.

«È quello che lui esprime usando le parole di Paolo: “Non sono io che vivo, ma è  Cristo che vive in me”». La preghiera e l’azione, «l’intuizione », come sottolineò Giovanni Paolo II  nell’omelia per la beatificazione, che fosse necessario «far conoscere Gesù Cristo, Via e Verità e Vita,  “agli uomini del nostro tempo con i mezzi del nostro tempo”, come amava dire», ispirandosi «all’apostolo  Paolo, che definiva “teologo e architetto della Chiesa”, rimanendo sempre docile e fedele al Magistero del  Successore di Pietro, “faro” di verità in un mondo spesso privo di saldi riferimenti ideali. “Ad usare questi  mezzi ci sia un gruppo di santi”, soleva ripetere questo apostolo dei tempi nuovi».

«Servire l’uomo, tutto  intero, perché in tutto sia salvato dal Vangelo di Cristo», rifletteva il cardinale José Saraiva Martins, che  seguì l’iter per la beatificazione da prefetto della Congregazione delle cause dei santi, «è la lungimirante  visione profetica che caratterizza il mistero del singolare carisma di don Giacomo Alberione, per il quale la  diffusione di buoni giornali, riviste, libri e poi di film e di programmi radio televisivi era la vera sfida di  un’efficace evangelizzazione, alla pari con l’evolversi dei tempi. L’intraprendente iniziativa del fondatore  della Famiglia Paolina cominciò così a passare attraverso il rombo delle grandi rotative, delle grandi  tirature, delle grandi reti di distribuzione dei prodotti della comunicazione, i quali sarebbero divenuti  sempre più patrimonio della gente».

E se il suo «pulpito di carta», diceva ancora il cardinale, «è un pulpito  che ora “naviga” nel vasto mare di Internet e delle reti telematiche, è questa la barca degli apostoli  che oggi devono prendere il largo. Sì, perché dobbiamo certamente a don Alberione l’aver  introdotto esplicitamente i mezzi della comunicazione sociale nella pastorale della Chiesa. A lui va  riconosciuto il merito di essere stato pioniere nel capire che l’evangelizzazione passa attraverso gli  strumenti di comunicazione sociale». Una stima, quella del cardinale Saraiva, che, complice anche  l’impegno e la fede di don Gino Valtorta, postulatore per la beatificazione, ha portato nel 2002 al  riconoscimento del primo miracolo grazie al quale don Alberione è stato dichiarato beato il 27 aprile del  2003. Per il secondo miracolo, quello che aprirebbe le porte alla canonizzazione, si è ancora in una fase  molto iniziale. Ce ne sarebbe uno avvenuto nelle Filippine, la guarigione da un tumore, ma occorre  aspettare ancora qualche anno per stabilire se la guarigione è definitiva e poi raccogliere tutta la  documentazione da sottoporre ai diversi giudizi. Tante invece sono le segnalazioni di grazie e di aiuti  spirituali che chi si rivolge al beato ottiene nella propria vita. E per tutti, in attesa della conclusione dell’iter  per la canonizzazione, vale l’esortazione di Giovanni Paolo II che, nell’esprimere grazie per il  nuovo beato disse: «Possano i suoi figli e le sue figlie spirituali mantenere inalterato lo spirito delle origini,  per corrispondere in modo adeguato alle esigenze dell’evangelizzazione nel mondo di oggi».      

 
 
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