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«Don Alberione, un apostolo che scruta i tempi»

27/11/2021  La Messa in occasione dei 50 anni dalla morte di don Giacomo Alberione celebrata dal cardinale Marcello Semeraro, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi.«Il grande insegnamento di Paolo che l’Alberione ha voluto trasmettere parte dall'autoaffermazione di Gesù – io sono la Via la Verità a la Vita –, che per lui fu il riconoscimento dell’influsso di Cristo su tutti gli uomini».

«L’aver effettuato il trasferimento dell’urna con le spoglie del beato Giacomo Alberione alla venerazione del popolo di Dio è un gesto che esprime il momento giubilare che state vivendo come Famiglia Paolina e mette in luce la vostra condizione di suoi figli: come dice Papa Francesco nell’Esortazione apostolica Gaudete et Exultate “i fedeli, vedendo l’esemplare testimonianza dei santi, sante, beati e beati si sentono incoraggiati all’imitazione di Cristo”». Così il cardinale Marcello Semeraro, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, ha inaugurato l’omelia lo scorso 26 novembre, in occasione della Messa per il 50° anniversario del transito in cielo del beato Giacomo Alberione celebrata nella Basilica Regina Apostolorum di Roma. Don Alberione moriva alle 18,25 del 26 novembre 1971. Esattamente 50 anni dopo i suoi figli e figlie, dopo aver trasferito lo scorso 1° novembre l’urna del beato dalla sottocripta al piano superiore della Basilica, hanno voluto celebrare la ricorrenza in comunione con la chiesa universale.

Il Cardinale, Vescovo emerito di Albano Laziale, ha in primo luogo espresso apprezzamenti a tutta la Famiglia Paolina per la sua consistente presenza e azione apostolica nella sua ex diocesi. «La diocesi di Albano, pur non essendo quella di origine del beato, è quella con più abbondanza ha fruito e gode del carisma di fondatore di don Alberione. Per questo la chiesa di Albano sempre invoca l’Alberione nelle litanie dei santi, laddove è previsto dalla liturgia». Il Cardinale ha poi ricordato, con grata memoria, come la sua stessa vocazione al ministero sacerdotale sia sorta negli anni ’50 anche «trotterellando accanto a un prete che, passando da una porta all’altra del mio paese, diffondeva Famiglia Cristiana». E il «pacco lo portavo io», ha aggiunto sorridendo. Fattosi poi serio, il cardinale Semeraro ha riconosciuto che «Alberione sapeva che la propaganda a domicilio era la più efficace per evangelizzare». E ha aggiunto, citando il beato: «Se il missionario non va alle anime per portarle a Cristo, esse non lo cercano da loro stesse».

Facendo poi riferimento a un passo del Vangelo di Giovanni letto nella liturgia della festa del beato Alberione (Gv 14,6), il Prefetto ha riconosciuto che «per don Alberione l’anima della pietà paolina è nutrita con lo studio di Gesù Divino Maestro Via Verità e Vita. Proprio perché è innestato su Cristo l’uomo deve portare a nuovi frutti la mente, il sentimento e la volontà». Semeraro ha poi citato Paolo VI che, incontrando don Alberione, lo descrisse come un apostolo che “scruta” i tempi. «Scrutare è riuscire a vedere ciò che a prima vista non appare, significa lungimiranza». Di qui la domanda: è possibile vedere nella spiritualità di Gesù Via Verità e Vita, così cara ad Alberione, qualcosa di importante nel cambiamento d’epoca che stiamo oggi vivendo? «Non ho risposte», ha detto Semeraro, «ma ricordo cosa disse l’allora Preposito generale della Compagnia di Gesù rispondendo alla domanda sul perché solo pochi giapponesi si facessero cristiani. Un vescovo di là diceva: “Gesù ha detto: io sono la Via la Verità e la Vita: la maggior parte delle religioni asiatiche sono spiritualità della “via” – lo Scintoismo, il Confucianesimo, il Buddismo –, ma la maggior parte dei missionari occidentali hanno predicato solo la Verità. In sostanza non c’è stato un incontro vero con il Giappone». Riportando, quindi, la sua esperienza ha riconosciuto quanto quel vescovo avesse ragione: «L’Asia si concentra sulla “via”, l’Europa e gli Stati Uniti si preoccupano di annunciare la “verità”, l’Africa e l’America Latina sono più concentrate sulla “vita”, mantenendo vivi i valori umani – famiglia, bambini, relazioni… – che in altre parti del mondo abbiamo dimenticato. Ora la sfida per noi cristiani è che abbiamo proprio bisogno di tutte le sensibilità e di tutti i continenti per raggiungere la pienezza di Cristo, che è anche la nostra umanità». Il Cardinale Semeraro ha quindi ricordato che «il “Cristo che vive in me” (Gal 2,20), cioè il grande insegnamento di Paolo che l’Alberione ha preso e voluto trasmettere ai suoi figli e figlie, parte proprio da questa autoaffermazione di Gesù – io sono la Via la Verità a la Vita –, che per lui fu il riconoscimento dell’influsso di Cristo su tutti gli uomini e su tutto l’uomo, mente volontà e cuore».

La profezia di don Alberione nella sua ansia di raggiungere l’uomo di ogni parte del globo e nella scelta della comunicazione come specifico campo apostolico è proprio in coerenza con questa ansia missionaria universale di riunire tutti in Cristo. «Fu il suo modo di tradurre – per ripetere quanto dice un filosofo contemporaneo – l’ego sum di cartesiana memoria con l’ego cum, cioè con il sapersi e il volersi “con”, cioè insieme, in relazione con gli altri». Questo «è di più che essere semplicemente “connessi”, come si dice oggi», ha proseguito, «perché l’essere insieme coinvolge la dimensione del dono reciproco a partire dal nostro essere viandanti su quell’unica via che è Cristo».

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