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lunedì 15 agosto 2022
 
 

Un brivido non vale una vita

27/08/2013  Decine di persone quest'estate hanno perso la vita praticando sport estremi. Per sua natura, l'uomo è portato a superare i suoi limiti, spesso però manca la consapevolezza delle proprie reali possibilità. E non c'è emozione al mondo che giustifichi la morte di un uomo.

Anche questa estate è stata funestata dalle cronache che riferivano di persone morte mentre praticavano sport estremi o si dedicavano a imprese estreme. Ha scosso tutti l’episodio del dodicenne di Ivrea precipitato mentre si arrampicava in Alta Provenza. Diversi scalatori hanno trovato la morte sul Monte Rosa e sul Monte Bianco. Siamo rimasti senza parole leggendo del sedicenne di Fermo, scivolato dal cornicione di un palazzo dopo aver gridato agli amici: «Guardatemi, guardate che cosa so fare». Stava probabilmente praticando il parkour, la strana moda di seguire un percorso passando anche da tetti e cornicioni... E anche deltaplani e parapendii trasformano talora in tragedia il sogno di volare.

Appartiene alla natura umana l’anelito a spostare sempre più in là il confine del possibile, a misurare le proprie forze contro i limiti imposti dalla realtà.
In questa tensione all’illimitato risiede in fondo il tratto distintivo dell’uomo rispetto agli animali e alle cose: nella libertà e con l’intelligenza che gli sono date, egli è costantemente proteso a scrivere una nuova pagina di storia. E tale avventura è accompagnata da forti emozioni, che la rendono ancora più bella e irresistibile.  

Come giudicare questi episodi? Sono “caduti” nell’esercizio della loro umanità, vittime di fatalità, o si tratta di spericolati che hanno rischiato troppo, vittime della propria presunzione? Dove finisce la corsa verso il progresso e dove comincia la consegna all’incoscienza? La cultura cristiana offre un criterio chiaro e decisivo per rispondere a simili interrogativi: il primato assoluto della persona, ovvero, il valore impareggiabile della vita umana.

Impegnarsi – utilizzando tutte le risorse fisiche, psichiche e intellettive di cui si è dotati – per raggiungere nuovi traguardi è lecito; di più è espressione di quella peculiarità che fa dell’uomo un essere unico, un Ulisse mai sazio di “verità”. Nel momento in cui la nostra impresa si trasforma in un’esposizione eccessiva al pericolo, tale da mettere a repentaglio la vita, propria e altrui, non è giustificabile. Anche perché denuncia poca consapevolezza dei propri limiti, un delirio di onnipotenza dal quale non possono che sortire effetti deleteri.

Occorre inoltre definire il fine della nostra azione: un conto è morire per salvare un’altra vita, un altro per godere di un brivido in più. Non c’è brivido che valga una vita.

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