logo san paolo
domenica 28 novembre 2021
 
scuola e cultura
 

Un dettato al giorno non toglie gli strafalcioni di torno, però...

24/09/2015  Il ministro dell'istruzione francese ha promesso un dettato al giorno in tutte le primarie di Francia. Abbiamo chiesto ai linguisti se farebbero altrettanto in Italia. Ecco come la pensano.

Il ministro dell’Istruzione francese ha annunciato che dall’anno prossimo la cura da cavallo per il francese scritto, che pare sul punto di tirare gli ultimi, passerà per una dose quotidiana di dettato in tutte le scuole primarie della Repubblica.

Dopo «I bagagli si ritirano quì» letto alla sezione arrivi dell’aeroporto,  dopo il «risotto hai fiori di zucca» sulla carta di un ristorante, sorge il dubbio che anche l’italiano scritto abbia bisogno di robusti richiami, per le generazioni future quantomeno, dato che si suppone che chi scrive insegne e menù sia abbastanza adulto da considerarsi una causa persa. A quel punto conta la sostanza: che i bagagli arrivino e che il risotto sia all’altezza. Anche se due domandine sullo stato dell'italiano e della nostra classe dirigente sorgono leggendo il tweet di Antonio Razzi “Buona pascuetta” e sorge il dubbio che a certi livelli la sciatteria della forma allunghi un’ombra sulla sostanza.

Sono state diverse le voci di giornalisti, insegnanti, semplici lettori che si sono chiesti se non sia il caso di seguire l’esempio francese. In quel contesto c’è stato chi ha rilanciato il riassunto, reietto perché accusato di  reprimere la creatività, sostenendo che i ragazzi ne avrebbero bisogno per andare al sodo degli argomenti e imparare la sintesi.

Valeria Della Valle
, docente di linguistica alla Sapienza, tornata da poco in libreria con la nuova edizione di Viva la grammatica e storica voce del programma La lingua batte su Radio tre, non si sottrae: «Un dettato al giorno forse è una prescrizione troppo rigida, ma vedrei bene il mantenimento del dettato, come forma di apprendimento della base della lingua scritta: anche perché i ragazzi nativi digitali tendono a fruire contenuti scritti sui social network, ma leggere è un’esperienza silenziosa, che alla lunga può portare a perdere il contatto tra grafia e suono: se dico "cielo" non sento la “i”, ma non è accettabile che io scriva "celo", “cieco” e “ceco”, poi, hanno lo stesso suono, ma grafie e significati diversi: confonderli pregiudica la comprensione. Non metterei il dettato in alternativa al riassunto: raddoppierei, perché il riassunto sviluppa un’altra abilità, diversa. Non è un caso che nelle scuole tedesche e anglosassoni sia diffusa la richiesta di sviluppare un certo argomento in un dato numero di parole: un esercizio, da noi poco praticato, che insegna a usare la lingua andando all’essenziale, togliendo il superfluo».  

Andrea Debenedetti, insegnante, scrittore, traduttore, autore dello spiritosissimo La situazione è grammatica, da padre è in grado di confermare che le scuole italiane non hanno mai pensionato del tutto il dettato: «C’è stato un tempo, relativamente recente, in cui la pedagogia osteggiava il dettato, perché, usato come applicazione di regole studiate a tavolino, non era adatto a favorire l’apprendimento induttivo delle lingue. Ma non credo che queste teorie abbiano mai fatto davvero breccia nella pratica spiccia della scuola primaria italiana. A quell’epoca io insegnavo italiano all’Università di Granada. I miei colleghi usavano il dettato, io, per un po’, ligio alle teorie, l'ho rigettato, ho fatto il sostenuto, per poi rendermi conto che nella pratica aveva un’utilità. Molto dipende da che cosa fai nel dettato: se il testo è banale e concepito apposta per mettere alla prova l’acquisizione di regole la critica dei pedagogisti va a segno, se invece il testo che detti ti dà spunto per altre riflessioni linguistiche che non si limitino alla correttezza ortografica perché no?».
 
Anche perché è vero che Debenedetti è homo grammaticus ironico e indulgente, come tutti  gli esperti di lingua non scandalizzato dall’evoluzione anche ortografica, ma riconosce che: «Possiamo non scandalizzarci se un giorno smetteremo di scrivere "qual è" per sostituirlo con "qual’è", ma poi bisognerà decidersi, a dare all’uso una stabilità. A 45 anni sono ancora figlio di una scuola più severa di quella di ora, in cui si finivano le elementari con una sicurezza ortografica che oggi non riscontro nei miei studenti più adulti.  Detto questo sono convinto che per dominare una lingua, fosse anche la propria, non basta scriverne correttamente l’ortografia».

Insomma un dettato al giorno forse no, ma un dettato ogni tanto per essere sicuri che il risotto “ahi” fiori di zucca non faccia troppo male alla salute dell’italiano magari sì. Non toglierà gli strafalcioni di torno ma potrebbe aiutare. 

 
 
Pubblicità
Edicola San Paolo