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Un giro del mondo attraverso i Presepi

21/12/2019  È quello che è stato fatto all’Istituto Comprensivo Giacosa di Milano, dentro al parco Trotter dove per qualche giorno è stata ospitata un’esposizione di Presepi da tutto il mondo realizzata dal Coe. «Volevo ribadire» ha detto il preside Fancesco Muraro «che l’Intercultura non è una cultura che sovrasta l’altra, ma una a fianco all’altra. Due culture che nel confronto si valorizzano».

Da sinistra, Gigi Saronni, 54 anni del Coe; Francesco Muraro (55) preside del Trotter; Giovanni Del Bene (73), responsabile di Scuole Aperte; Hillary Trogu (26) servizio civile al Coe
Da sinistra, Gigi Saronni, 54 anni del Coe; Francesco Muraro (55) preside del Trotter; Giovanni Del Bene (73), responsabile di Scuole Aperte; Hillary Trogu (26) servizio civile al Coe

(in foto, un presepe dal Bangladesh)

È un vero e proprio giro del pianeta per riscoprire la bellezza del Natale attraverso oltre 60 Natività provenienti da 45 Paesi del mondo l’esposizione presente in uno dei padiglioni del Trotter, il parco milanese che ospita l'Istituto Comprensivo Giacosa guidato dal preside Francesco Muraro. Un’esposizione fatta, per la prima volta quest’anno, con la collaborazione del Coe che lì espone solo una piccola parte di ciò che ha raccolto in oltre sessant’anni di storia.

Ma perché un’esposizione di presepi a scuola?

«Perché la mia scuola rappresenta al meglio l’interculturalità per la presenza elevata di ragazzi di origini straniere. Volevo, anche questo strumento, ribadire che l’Intercultura non è una cultura che sovrasta l’altra, ma una a fianco all’altra, due culture che nel confronto si valorizzano» ci illumina il preside.

E la mostra lo conferma

« È affascinante vedere come il presepe viene interpretato nelle diverse culture» ci spiega Hillary Trogu, 26 anni, che svolge il servizio civile al Coe; «in America Latina, per esempio, Maria e Giuseppe sono molto giovani. Mentre in occidente Giuseppe è decisamente più vecchio. Ma anche i materiali: in Africa si usa molto il legno, legno scuro; la Polonia l’ha fatto con la carta delle caramelle. O le rappresentazioni dei Paesi non cattolici come il Bangladesh. È uno spaccato interessante delle diversità tra Paese e Paese».

Proposta accolta con positività?

«C’è stato un consenso diffuso» commenta Muraro. «La mia funzione come dirigente è di essere super partes rispetto alle culture. Qui c’erano 30 nazionalità diverse e vanno tutte rappresentare anche perché veicolate dai bambini. I bambini, particolarmente, erano entusiasti perché ritrovavano il Paese dei genitori».   

Perché proprio il Presepe allora?

«Perché i simboli che esprimono l’appartenenza culturale hanno un valore profondo di identità. In questa scuola è questo il principio che mi sto dando: un paese non deve accogliere “cedevolmente” le altre culture, ma far valere la propria robustezza proprio perché è in grado di includere le altre. Nella nostra cultura c’è uno spazio che io intendo e interpreto secondo la Costituzione: quello per accogliere le diversità attraverso il dialogo».

 

Oltretutto, come aggiunge Giovanni Del Bene, 73anni, responsabile del progetto Scuole Aperte di Milano di cui fa parte anche il Trotter, «Se togliessimo gli immigrati dal Presepe resterebbero solo il bue e l’asinello». Lo sa Del Bene che con l’intercultura si confronta dal 1989 quando insegnava Storia in una scuola del Giambellino e faceva parte della commissione cultura. « Lì l’educazione si intrecciava con l’intercultura e la storia delle religioni». Ed ecco perché anche il Presepe rientra nelle attività delle Scuole Aperte in chiave di intercultura. Del Bene che ha iniziato l’esperienza di Scuole Aperte nel 2011 con la sperimentazione nell’istituto Cadorna. Ha scritto la loro storia, le ha pensate e volute; a lui il Comune di Milano, in maniera lungimirante, ha chiesto, poi, di trasformarle in un vero e proprio progetto da moltiplicare nelle scuole della città metropolitana. «Aperte non perché aprono le porte, ma perché si aprono al territorio e quindi a tutti coloro, associazioni, volontari o ditte che nella scuola vogliono investire. Ben capendo che la scuola non può bastare a se stessa soprattutto nel “pre” e nel “post” scuola e così si arricchisce attraverso il loro coinvolgimento e quello attivo dei genitori, grazie a un patto territoriale».  

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