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venerdì 10 luglio 2020
 
In corsia con Dio
 

Un medico in prima linea: "Non siamo eroi, ho paura, ma continuo a lottare sorretta dalle parole di papa Francesco"

08/04/2020  La toccante testimonianza di una donna che lavora in un reparto Covid e che trova la forza nella fede

Il personale sanitario, medici, infermieri, oss, in questo periodo sono quelli che hanno pagato il prezzo più alto: 12.681 gli operatori sanitari contagiati in Italia. 26 gli infermieri deceduti, 105 i medici che hanno perso la vita, a cui si aggiungono anche sei farmacisti,  Ma sono anche quelli che hanno salvato tante vite, e che sono l'unica presenza ammessa a fianco di pazienti che lottano attaccati a un respiratore. Miriam, nome di fantasia, è un medico al pronto soccoro e reparto Covid di un ospedale  del Piemonte, una delle regioni più colpite. e ha scelto di mostrarsi a nudo ai lettori di Famiglia cristiana, con il suo carico di paura e di angoscia, ma sorretta dalla fede e dalle parole di papa Francesco. Cresciuta in una parrocchia in cui ha conosciuto la fede semplice e concreta di sacerdoti giovani ed entusiasti che ritrovo. Nel suo ospedale hanno diagnosticato i primi casi nei primissimi giorni di marzo. Da lì in poi l’ospedale si è via via trasformato di settimana in settimana, con una ridistribuzione e una espansione progressiva dei reparti destinati ai pazienti positivi, con uno scenario che ancora oggi si adegua alle esigenze del numero crescente di ricoveri per COVID. I numeri di pazienti valutati in PS variano di giorno in giorno, da una decina ad oltre 40 persone, così come i ricoveri possono andare da 15-20 nelle giornate più difficili a poche unità in quelle più tranquille. Ecco la sua testimonianza 

 

“Gli eroi che in questi giorni vengono alla luce non sono quelli che hanno fama, soldi e successo, ma quelli che danno se stessi per servire gli altri. Sentitevi chiamati a mettere in gioco la vita”.
Papa Francesco ha parlato di “eroi” che si mettono al servizio durante questa pandemia e pochi minuti dopo sul mio telefono sono comparsi messaggi di affetto di parenti e amici che mi giravano la benedizione del Papa o qualche riferimento alla sua omelia; come a rendermi implicitamente oggetto delle sue parole. E in me è nato un misto di orgoglio, commozione… e disagio, caspita. Lavoro in ospedale, in un pronto soccorso e reparto COVID di una delle regioni più colpite. Ho perso il conto dei pazienti affetti che ho già visitato, sono tra quelli che i giornali definiscono “in prima linea per l’emergenza”… eppure tutto mi sento tranne che un eroe. 
Lo hanno detto tanti colleghi: non siamo eroi. Prima di tutto perché non siamo affatto impavidi personaggi onnipotenti e senza timore. Anzi, affrontiamo - come non mai sino ad ora - la fatica del fallimento quotidiano. Non siamo impavidi, anzi. 
Ho visto negli occhi di colleghi ben più anziani e navigati di me l’angoscia di non saper come fronteggiare la marea montante dei pazienti, in una situazione imprevista che superava ogni più fosca previsione. Ho visto colleghe, mamme, piangere all’idea di non saper se lasciare i bimbi piccoli per un mese o più ai nonni, privandosi anche di un loro abbraccio per così tanto tempo, o tenerli con sé col timore di contagiarli e decidere alla fine con enorme sofferenza di salutarli per maggior sicurezza. Ho percepito in tutti noi quella paura sana che ti permette di stare attento nel vestirti, svestirti e avvicinarti ai pazienti, ma che è la stessa che di notte torna a visitarci. Tutti, nessuno escluso, in questi giorni abbiamo un incubo o un brutto sogno che ci ha svegliati nel cuore della notte o non ci ha permesso di prendere sonno, nonostante la stanchezza.  Ho vissuto in prima persona il terrore e l’angoscia che la malattia potesse portarmi via le persone più care, immaginandole al posto di uno dei tanti malati giovani e sani passati da un giorno all’altro da una serata con gli amici ad una terapia intensiva, attaccati ad un ventilatore.  Mi sono trovata a tremare tra braccia di mio marito, piangendo. Eravamo nel letto; sono state poche parole, asciutte “Ho un po’ di paura per quello che capiterà” e ho visto nei suoi occhi tutta la tenerezza possibile nei miei confronti, ma anche lo smarrimento di fronte ad una paura che non avevo mai manifestato prima di allora. Paura per me, paura per i miei genitori, paura di contagiare lui, ma anche di rimanere sola ad affrontare la mia angoscia. 
Altro che eroe impavido: ho una gran paura e tra le parole del Papa quella che più mi ha toccato il cuore non è stato il riferimento agli eroi del nostro tempo, ma molto più umanamente il suo “Coraggio: apri il cuore al mio amore. Sentirai la consolazione di Dio, che ti sostiene’.

E altro che eroi onnipotenti: non abbiamo mai visto così tanti pazienti non farcela, mai avviato così tante terapie palliative, mai visto spegnersi così tante vite in pochi giorni. L’adrenalina, i primi successi, i pazienti che hanno risposto bene ci hanno galvanizzati, per fortuna, e ci permettono di andare avanti con entusiasmo. Ma il fallimento è stato uno spietato e fedele compagno di avventura: fallimento delle nostre certezze, perché le terapie sono ipotesi che cambiano di settimana in settimana. Fallimento delle nostre abitudini, perché è tutto nuovo, a partire dalla logistica delle attività più banali. Fallimento delle nostre cure, perché per fortuna tanti pazienti tornano a casa stanchi e acciaccati come non mai, ma tutti interi. Ma tanti invece non ce la fanno, i parametri non migliorano come avremmo sperato, le nostre previsioni non si avverano, il ventilatore non basta o non si riesce più a staccare e l’insuccesso di tutte le nostre armi lascia spazio alla palliazione. Ma più di tutto abbiamo sperimentato il fallimento della nostra comunicazione abituale: abbiamo un volto mascherato che il paziente non conoscerà mai per quello che è, persino la nostra voce è falsata dalla mascherina che impone di urlare, ma ancor più dal rumore continuo che accompagna chi è chiuso in un casco. Ma soprattutto abbiamo perso il contatto umano a cui siamo abituati  (o forse ne abbiamo finalmente riscoperto la mancanza?): si sta nella stanza il meno possibile per non contagiarsi, si parla a distanza di sicurezza, si parla poco perché il casco impedisce quasi al paziente di farlo e si comunica coi parenti solo al telefono, per pochi minuti. Abbiamo provato, con un impatto emotivo devastante anche per noi, il fallimento (apparente?) delle relazioni umane, vedendo spegnersi pazienti nella più assoluta e angosciante solitudine. 
Quindi no, non siamo affatto eroi. Anzi, siamo dei falliti forse… Ma ancora una volta una parola di Papa Francesco mi scalda il cuore. “Non pensiamo solo a quello che ci manca, pensiamo al bene che abbiamo e che possiamo fare”. E in effetti, pur nelle nostre limitate possibilità, di bene possiamo farne tanto, mettendoci tutti noi stessi, forti proprio delle nostre paure.
 

E soprattutto di bene possiamo vederne tanto, se solo volgiamo lo sguardo nella direzione giusta. Una sera mio marito mi ha chiesto “Se tu potessi, chi vorresti ringraziare?” e così è iniziato il gioco, che posso rilanciare anche ora. Spero di ricordarmeli tutti, ma ne aggiungerei altri ogni giorno:
Grazie a chi in questi giorni si sta facendo un gran mazzo nell’ombra, sebbene nessuno lo stia ringraziando, a partire da chi sta pulendo costantemente le stanze degli ospedali ed è eroe quanto medici, infermieri e OSS, al nostro fianco in corsia.
Grazie a chi sta lavorando perché i servizi che diamo per scontati siano sempre funzionanti: grazie a chi si occupa di farmacie, alimentari, energia, riscaldamento, elettricità, acqua, telecomunicazioni e soprattutto dei rifiuti.
Grazie agli insegnanti che hanno inventato ogni modo per tenere occupati i nostri ragazzi, a chi ha regalato una canzone, un video, un libro, un tour virtuale, una chiacchierata per rendere meno piatte le giornate di quarantena. 
Grazie a tutti gli informatici che stanno mettendo in piedi il telelavoro per così tante persone e a tutti quelli che permettono che ciò sia una realtà, accettando di chiudersi in casa magari in spazi ristretti con un paio di bambini urlanti che rendono impossibile destreggiarsi tra una call e l’altra.
Grazie ai sacrifici che stanno facendo gli imprenditori, i commercianti e gli operai, sia nelle realtà che continuano a restare aperte, sia in quelle che devono chiudere. Grazie a chi si impegna e si ingegna a trovare un modo per lavorare lo stesso, rispettando le norme, ma in modo nuovo e creativo per rendere un servizio o regalare semplicemente un dolce sorriso.
Grazie per tutto il cibo che è arrivato in questi giorni nelle cucine del pronto soccorso: dolci coccole che hanno regalato tanti sorrisi e spezzato la tensione delle giornate più pesanti. Grazie per chi, pur nella ristrettezza di un tracollo economico, ha scelto di donare invece di chiedere. Grazie a chi ha regalato le mimose a tutte le donne dell’ospedale l’8 Marzo.
Grazie agli anziani, che sono i più vulnerabili e accettano di vivere la solitudine, le privazioni di una spesa centellinata e razionata, la separazione forzata dai nipoti e la monotonia di giornate sempre uguali a se stesse, funestate da tanti pensieri vissuti in solitudine.
Grazie alle forze dell’ordine che si vedono quasi additare come i cattivi che ci tengono chiusi in casa. Grazie a chi lavora per i penitenziari e a i detenuti che stanno vivendo nella paura perché stipati nelle celle o in balia di sommosse che non condividono.
Grazie ai volontari, alla loro disponibilità ed alla loro inventiva per trovare sempre nuovi modi per aiutare.
Grazie ai sacerdoti che le hanno pensate tutte per riunirci intorno allo stesso calice ogni domenica. 
Grazie a tutti colore che nell’ombra o sotto i riflettori stanno dando il massimo ed il meglio di sé.
Grazie a mio marito che cerca di disinfettarmi da capo a piedi quando torno a casa e per esorcizzare stress e tensioni ha iniziato a raccontare la nostra vita-COVID in un blog.
Grazie a Papa Francesco, al suo silenzio carico di sofferenza, passione, fede e amore di fronte alla croce e ad una piazza deserta sotto la pioggia. 
Semplicemente GRAZIE a tutti coloro che, consapevoli o no, stanno facendo proprie nel modo più fantasioso le parole di Francesco: “Non abbiate paura di spendere la vostra vita per Dio e per gli altri, ci guadagnerete! Perché la vita è un dono che si riceve donandosi. E perché la gioia più grande è dire sì all’amore, senza se e senza ma. Dire sì all’amore senza se e senza ma. Come ha fatto Come Gesù per noi”.

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