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sabato 05 dicembre 2020
 
 

Un ministro nell'arena

31/08/2015  Le polemiche sui direttori stranieri dei musei, i privati che non fanno donazioni, il grande progetto sul Colosseo, le risorse scarse: le battaglie del responsabile della cultura

Nel pieno della Seconda guerra mondiale, ai generali che gli chiedevano di tagliare le risorse alla cultura per destinarle agli armamenti, Winston Churchill rispondeva: «E poi, per che cosa combattiamo?». Ad aver richiamato in causa l’aneddoto è stato Dario Franceschini, ministro della Cultura e del turismo, che quotidianamente deve combattere la sua guerra per il nostro patrimonio culturale e ambientale, a capo di un esercito un po’ malandato, contro assemblee selvagge che chiudono le porte in faccia ai turisti in coda, crolli nei siti storici, risorse limitate, polemiche infuocate...

L’ultima, in ordine di tempo, si è scatenata in seguito alla nomina di sette stranieri a direttori dei principali musei italiani, oscurando una serie di notizie positive che, nei giorni precedenti, avevano fatto pensare al ministro che qualche conquista, qualche battaglia, era pur stata vinta.

«C’è un turismo internazionale in crescita, anche nel 2014, anno di crisi; nel 2015, con Expo, e nel 2016, con il Giubileo, l’attesa è che le cose vadano ancora meglio», dice Franceschini a Famiglia Cristiana. Nei primi mesi dell’anno è tornato a crescere anche il turismo interno, quello degli italiani: la gente va più al cinema, visita i musei, acquista più libri... Oggi il sistema museale punta a riavvicinare i cittadini al loro patrimonio, anche perché noi italiani abbiamo questa strana consuetudine: all’estero non ci perdiamo un museo, mentre non conosciamo quello vicino a casa... L’iniziativa della prima domenica ad accesso libero ha registrato una media di 300 mila presenze a gennaio e febbraio. Dobbiamo imparare ad amare la bellezza fin da bambini».

- Obiettivo possibile solo se si educa a farlo...

«Infatti, abbiamo reintrodotto la Storia dell’arte, insieme ad altre discipline, come la Musica, nei programmi scolastici».

- L’articolo 9 della Costituzione detta due istanze: la promozione e lo sviluppo del patrimonio culturale e ambientale. Lei insiste sul concetto di “valorizzazione”: che cosa intende?

«Abbiamo una tradizione sulla tutela molto avanzata, grazie anche al radicamento territoriale delle soprintendenze; siamo invece indietro nella valorizzazione. Fino a oggi un dibattito ideologico ha fatto credere che tutela e valorizzazione fossero incompatibili, mentre sono due facce della stessa medaglia. Tutte le grandi Istituzioni del mondo fanno conservazione, ma anche marketing. La riforma del ministero è partita da qui: separando le sovrintendenze, cui spetta la tutela, dai musei, che hanno acquisito autonomia».

- Non c’è il pericolo che la valorizzazione si tramuti in commercializzazione, sfruttamento indebito...

«No, se non altro per il fatto che è impossibile fare profitto con una
istituzione museale. Nemmeno i migliori musei del mondo, guidati da manager, ci riescono: gli incassi dei biglietti coprono al massimo il 30 per cento delle spese. L’idea che basti affidare la gestione ai privati per avere profitti non sta in piedi. Bisogna affiancare al contributo pubblico una gestione efficiente».

- Un caso concreto: all’indomani della nomina a direttore degli Uffizi, il tedesco Schmidt ha dichiarato che si potranno affittare le sale ai privati...

«Si fa in tutti i musei del mondo. Va usato il buonsenso: non si può organizzare una festa rock davanti alla Venere del Botticelli. Né può venir meno la tutela delle opere. Un divieto assoluto sarebbe una sciocchezza».

- Un altro esempio: la ricostruzione dell’antica arena nel Colosseo...

«Il dibattito è più che legittimo, gli stessi archeologi sono divisi. Chi ha responsabilità politiche deve decidere e noi abbiamo approvato il finanziamento del progetto, anche per migliorare l’esperienza di visita del monumento. L’arena è esistita fino alla fine dell’800, non è un’invenzione. Ci sarà la possibilità di visitare i sotterranei e di ospitare eventi adatti al luogo - non certo partite di calcio o lotte di gladiatori - bensì spettacoli di teatro antico o di danza, sapendo che, non essendoci le gradinate come a Verona, c’è spazio al massimo per 300-400 persone, mentre la vendita dei diritti televisivi genererà proventi che saranno reinvestiti nel restauro e nella ricerca».

- Con l’Art Bonus i privati che effettuano donazioni godono di una detrazione del 65 per cento. Quando fu approvato, lei disse che le grandi aziende non avevano più scuse. Un bilancio?

«È stato buona la risposta da parte delle imprese medio-piccole, quasi nulla da parte delle grandi. La legge ha anche un intento pedagogico, vorrebbe abituare le aziende a sentirsi responsabili dei nostri beni: il valore sociale dei loro bilanci è dato anche dalla partecipazione al sostegno ai beni culturali e ambientali».

Quello della collaborazione fra pubblico e privato è un nodo cruciale e delicato: come va impostato?

«Disponiamo di due strumenti giuridici, fondazione e consorzio, che prevedono una gestione mista pubblico e privato. È il caso ad esempio della Fondazione del Museo egizio di Torino. Io intendo lavorare molto sulle fondazioni, non per monumenti come il Colosseo, ma per quelli più trascurati. Ci sarà una gara per i siti minori, riservata alle associazioni no profit, come il Fai. In generale, non ci deve essere lo scopo di realizzare profitti con l’arte, perché è un bene pubblico».

L’Italia ha scelto di ridurre l’Iva sugli e-book al quattro per cento, disobbedendo apertamente all’Europa...

«I ministri della cultura durante il semestre di presidenza italiana hanno impegnato la Commissione sul tema: sono convinto che l’Unione si adeguerà a noi, prima di essere sanzionati».

Veniamo alla questione della nomina di sette stranieri a direttori di alcuni fra i principali musei italiani: molti si domandano se non ci fossero profili nazionali adatti al ruolo...

«Intanto su 20 nuovi direttori, 13 sono italiani. È stata fatta volutamente una selezione internazionale per avere i curricula migliori: nell’ambito della cultura la nazionalità non conta nulla, il direttore della National Gallery è un italiano e nessuno ha sollevato polemiche».

Per qualcuno la lista dei nuovi direttori è mediocre, e la riprova sarebbe che nessuno dei vertici dei più grandi musei si è candidato...

«L’Italia ha voluto porre un tetto agli stipendi dei dirigenti pubblici, 140 mila euro per i musei più importanti: un quarto rispetto alle retribuzioni dei manager dei grandi musei internazionali che, pur tentati dal prestigio del nostro patrimonio, non potevano immaginare una netta riduzione di stipendio».

La riforma della pubblica amministrazione ha introdotto il silenzio-assenso: non si rischia di autorizzare interventi dannosi per il patrimonio?

«La norma è stata modificata in Parlamento riconoscendo, attraverso l’estensione dei termini a 90 e 120 giorni, una specificità ai beni culturali. Secondo, riguarda solo il rapporto fra le pubbliche amministrazioni. Le sovrintendenze potranno vigilare».

Mondadori acquisterà Rcs Libri costituendo un polo che detiene il 40 per cento dell’editoria...

«Ho espresso preoccupazione, ma di più il Governo non può fare, perché la questione è di competenza dell’Antitrust. Sull’aspetto legislativo, bisogna muoversi a livello europeo».

Abbiamo il record di siti Unesco, ma investiamo solo l’1,1 per cento del Pil in cultura...

«Dal 2000 al 2013 il bilancio dei Beni culturali è stato dimezzato, ma gli ultimi Governi hanno invertito la tendenza. Mi batterò affinché le risorse aumentino, ma sarebbe bello che tutti i partiti condividessero questa battaglia».



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