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sabato 18 settembre 2021
 
Riccardo Ghidella
 

«Un nuovo patto sociale per ridare fiato all'economia»

31/12/2019  «Nel 2019 il saldo tra aziende nate e morte è stato negativo: in media ne sono scomparse 240 al giorno. Cambiare marcia si può. A patto di garantire un'anima al profitto. Ecco come...». Parla il presidente dell'Ucid Riccardo Ghidella

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella riceve al Quirinale una delegazione dell'Ucid guidata dal presidente Riccardo Ghidella (a destra) il 25 ottobre 2018 (foto Ansa/Paolo Giandotti Ufficio Stampa Quirinale)
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella riceve al Quirinale una delegazione dell'Ucid guidata dal presidente Riccardo Ghidella (a destra) il 25 ottobre 2018 (foto Ansa/Paolo Giandotti Ufficio Stampa Quirinale)

Non solo Ilva. In tutto il Paese, da Nord a Sud, ci sono centinaia di vertenze aziendali che riguardano decine di migliaia di lavoratori. Dalla siderurgia alla chimica, dal settore metalmeccanico a quello tessile, dall’Alitalia alla grande distribuzione. I circa 150 tavoli aperti al ministero per lo Sviluppo economico raccontano un’economia reale col fiato corto. Riccardo Ghidella, 61 anni, sposato, un figlio, manager e presidente del settore teleriscaldamento di una importante multinazionale, dal 7 giugno 2017 è presidente nazionale dell’Ucid, l’Unione cristiana imprenditori dirigenti.

L’Italia pare non riuscire più a elaborare una politica industriale degna di questo nome. Perché?

«Dalle ricerche del Sole24ore emerge che il 38% delle oltre 150 vertenze aziendali trattate dal 2016 a oggi si è chiuso in modo positivo. Esito negativo per il 34% dei casi, mentre quasi il 27% delle crisi aperte a partire dal 2016 risulta ancora in corso. Da una ricerca di Unioncamere, poi, risulta che, nel 2019, ogni giorno l’Italia abbia perso in media 240 aziende: ogni 24 ore 1.511 imprese si cancellavano dal registro, contro le 1.271 che si iscrivevano».

Una Caporetto o quasi...

«Si gestisce l’emergenza, ma manca una pianificazione efficace. Il Paese è privo di un vero piano industriale. Redigerlo significherebbe identificare, rispetto al mercato globale con cui competiamo, sia le filiere d’eccellenza che i gap del nostro sistema produttivo e dei servizi, soprattutto delle Pmi (Piccole e medie imprese, ndr) e dell’artigianato. Questo porterebbe ad agire chirurgicamente nei singoli territori. In altre parole a fare delle scelte. Non accade da tempo perché la diffusa governance movimentista cambia spesso opinione e teme di esporsi per paura di contraccolpi elettorali. Dal canto suo, un’Europa finanziaria e non politica è priva di visioni d’insieme bilanciate. In questo scenario noi imprenditori dobbiamo selezionare una nuova classe dirigente responsabile che creda nella centralità della persona e nel bene comune, che gestisca l’impresa anche come anello di sussidiarietà e che generi un nuovo patto sociale».

Quale settore consente di coltivare un minimo di speranza?

«L’Italia non vanta soltanto uno tra i più importanti tesori culturali, artistici e naturali del pianeta, che alimenta un settore turistico da valorizzare, ma è anche un incredibile scrigno di eccellenze creative, tecnologiche e industriali. Hi-tech, mobilità, aerospaziale, efficienza energetica, sostenibilità ambientale, agroalimentare sono settori di punta. I nostri politecnici e le nostre start-up sono tesori da sviluppare. Ma ogni territorio italiano custodisce Pmi leader in Europa. Ma è una realtà polverizzata da razionalizzare, aiutare e incentivare, in primis attraverso le politiche del lavoro e dell’accesso al credito, veri nodi per lo sviluppo».

Fca, dopo l’annunciato accordo il silenzio. Teme che si rischi il progressivo addio dell’auto?

«Un Paese stabile e un Governo internazionalmente forte avrebbero a suo tempo consentito scelte diverse e una Fiat più italiana e torinese. Ma oggi questa è la realtà. Lasciamo quindi lavorare il vertice Fca e piuttosto supportiamolo affinché si creino i presupposti europei e internazionali per difendere l’occupazione e la nostra filiera produttiva dell’automotive. Ci sono regioni italiane dove questo particolare segmento del settore metalmeccanico supera il 30%, quindi ogni decisione sull’auto ha già oggi un impatto importante che va gestito».

Lo Stato: troppo o troppo poco?

«L’impresa responsabile deve generare reddito e sviluppo sociale. Il punto è che il sistema deve favorire questa nobile vocazione, come la definisce papa Francesco, perché essa attiva investimenti, occupazione, formazione e gettito fiscale. Noi chiediamo un sistema premiale per l’impresa che metta al centro il lavoro, la formazione e il territorio e che renda patrimonio quel bene intangibile che è la persona. Le priorità per il nostro Paese oggi sono molto precise: favorire un’Europa politica forte e solidale, un piano industriale che scelga le priorità per garantire competitività e colmare i gap concorrenziali, un vero cuneo fiscale che privilegi i più giovani e chi ha perso il lavoro, un sistema premiale per chi digitalizzandosi contribuisce alla sostenibilità, forma le proprie risorse e crea nuovi posti di lavoro, un sistema pensionistico più giusto che generi un ricambio superando la Fornero e consenta a Quota 100 di dare frutti veri, un collegamento più strutturato fra scuole professionali e mondo del lavoro. Ma su tutto stabilità politica e finanziaria. Oggi per gli investitori esteri e il sistema bancario internazionale il rischio-Italia è infatti l’assoluta imprevedibilità dei nostri incentivi, dei tempi giudiziari, del sistema di welfare, della burocrazia e l’esponenziale decadenza delle nostre infrastrutture di trasporto. Dar speranza oggi è fare scelte».

 

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