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lunedì 15 agosto 2022
 
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Un soldato chiamato "don"

11/02/2014  "Anche con la mimetica resto sempre un prete. E il sacerdote deve farsi prossimo". Don Marco Minin è il cappellano militare della base italiana Camp Arena ad Herat. "Famiglia Cristiana" lo ha intervistato.

Don Marco Minin. In copertina: il cappellano militare durante una messa alla base di Herat (Foto Romina Gobbo).
Don Marco Minin. In copertina: il cappellano militare durante una messa alla base di Herat (Foto Romina Gobbo).

Camp Arena, Herat, Afghanistan

Ti prego di accogliere nel tuo grembo l'anima di un carissimo collega che purtroppo questa notte ci ha lasciati per raggiungere il tuo regno".

 “Rendici uomini”

A volte sento una solitudine grandissima. Aiutami a trovare la strada per sentirmi più serena” 

Grazie Signore per aver protetto tutti i miei amici in questa missione”.

Ti chiedo la pace”.  

“Proteggi e guida i miei cari, la cui  lontananza mi rende triste, ma il cui pensiero mi rende sereno e felice”.

Leggo questi messaggi nel registro all'ingresso della cappellina costruita all'interno della base di Camp Arena, ad Herat, in Afghanistan. Un piccolo edificio, incastonato fra la palestra e un ufficio, niente campanile, in un Paese al 99% musulmano, si deve mantenere un basso profilo. Leggo e mi rendo conto di come il bisogno di Dio si accresca quando si è lontani da casa, impegnati in missioni pericolose. Ma nutro un dubbio. Si può essere un buon cristiano stando nell'Arma? Don Marco Minin, 40 anni, cappellano militare addetto (già in Kosovo nel 2009), mi aiuta a riflettere. «Chi fa prevalere la virtù sui vizi, gli ideali sulle ideologie, gli interessi comuni su quelli individuali, chi opera per la giustizia, è un buon cristiano. I nostri militari sostengono la democrazia, aiutano lo sviluppo dei popoli e il processo di pace».

Ma anche in relazione alla figura del cappellano militare, i giudizi non sono sempre favorevoli. Perché non un semplice assistente spirituale, invece che un prete inquadrato nell'esercito?

«Io penso che lo stare in mezzo ai militari, vivere con loro, ti renda più credibile. La scelta libera per me è stata diventare sacerdote, poi c'è la responsabilità di indossare una divisa, che ti impone una regola di vita e ti aiuta ad essere fedele alla scelta, a non giocare al ribasso. L'uniforme ti uniforma agli altri soldati, nel senso che evidenzia la comunione di valori. Per questo è importante che venga preservata l'opportunità di indossare la divisa. Questo strumento mi rende privilegiato, perché mi offre la possibilità di entrare nell'ambiente militare e dare una testimonianza limpida».

Come la mettiamo con la faccenda dei gradi? Da più parti si discute sull'opportunità che i cappellani militari vadano in pensione come generali.

«Teoricamente, al grado corrisponde responsabilità e servizio. Ma a me non interessano i gradi, nessuno conosce il mio; mi chiamano don, come è giusto che sia. Io qui per i militari sono solo il “loro” prete. A Torino (don Marco in patria è di stanza alla Scuola allievi Carabinieri di Cernaia) giro con l'abito da sacerdote, non in mimetica, ma neanche in jeans e maglietta, perché non si deve cercare l'anonimato. Il cappellano è nel sistema militare, ma non lo è totalmente. Il mio superiore gerarchico è sempre il comandante della missione, qui sono un collaboratore del generale Michele Pellegrino, per l'assistenza al contingente italiano. Noi cappellani militari (170 in tutto, ndr), così come gli altri preti, andiamo dove la Chiesa ci chiede di andare. La Chiesa ordinariato militare è diocesi come le altre».

Come va la presenza in chiesa qui ad Herat?

«Chi viene a messa si attesta sulle 170 persone (gli italiani adesso sono circa 1.500), una presenza che rispecchia le percentuali in ambito nazionale. Celebro la messa la domenica alle 10.30 e la pre-festiva il sabato sera alle 19. La notte di Natale, la messa è stata celebrata dal nuovo ordinario militare per l'Italia, l'arcivescovo Santo Marcianò, e in chiesa (in questo caso, la grande sala polifunzionale) c'erano 700 persone».

Com'è il rapporto con i militari?

«Il cappellano deve andare in cerca delle persone. Solo chi viene da un cammino specifico - Focolarini, Comunità di Sant'Egidio -  ha buona capacità di relazionarsi. Gli altri bisogna andarli a trovare. Mi piace molto dimostrarmi interessato a quello che fanno, stare in mezzo loro, e valorizzarne il compito. Quando arriva un ministro, è sempre il comandante che spiega la missione. Si tratta di un dialogo ai vertici. Il sacerdote, invece, va dal meccanico piuttosto che dal barista, si fa spiegare che cosa fanno esattamente, e loro raccontano liberamente, perché capiscono che quello è il loro momento. Io sono arrivato lo scorso 10 agosto e ora, dopo questi quattro mesi, sto raccogliendo i frutti del mio lavoro. Bisogna entrare nelle vite di questi ragazzi in punta di piedi, con grande rispetto. Poi, una volta che hai rotto il ghiaccio e ti conoscono, è bellissimo, perché si fidano. Noi militari ci conosciamo per cognome, perché è stampato sulla divisa. La svolta arriva quando chiami la persona per nome, quando li conosci uno per uno. Allora arrivi al cuore. Qui è più facile, perché l'ambiente è chiuso, non si può scappare, prima o poi tutti hanno bisogno del prete».

Quali sono questi bisogni?

«Da me vengono per qualsiasi cosa: perché si sentono soli o tristi, per preoccupazioni familiari, le liti con i colleghi, i problemi di salute... Vengono tutti. Il sacerdote si fa prossimo, offre una parola di conforto, asciuga le lacrime. Il militare non si mette a nudo di fronte al comandante, con il prete è diverso, perché il don “per contratto” dev'essere buono».

Qual è la sua soddisfazione personale?

«Quella di andare in giro per l'Italia a sposare persone che ho conosciuto. Qui già tre persone me l'hanno chiesto. Nella loro vita io rimarrò sempre presente, almeno nell'albo matrimoniale. E poi sto preparando una trentina di persone per la Cresima: una buona notizia!».

Quant'è importante la famiglia per il militare?

«Direi che è fondamentale. Il militare può raggiungere il suo equilibrio se alle spalle ha una famiglia forte, che lo sostiene, allora è equilibrato. Non dimentichiamo che l'80 per cento dei militari sono del Sud e lì il senso della famiglia è ancora  maggiore. Ma anche la famiglia va supportata emotivamente».

Prima sacerdote o prima militare?

«Prima l'uomo. Poi sono fiero di essere prete. E credo nell'obbedienza».

A Herat, oltre a don Marco, c'è un cappellano militare spagnolo; in passato, c'erano anche un cattolico, un luterano e un mormone.

 
 
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