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mercoledì 08 luglio 2020
 
Televisione
 

Tutto quello che c'è da sapere sulla fiction La guerra è finita

13/01/2020  Su Rai 1 è andata in onda in prima serata la prima delle quattro puntate di La guerra è finita. Nell'immediato dopoguerra occorre trovare una sistemazione ai piccoli orfani ebrei sopravvissuti ai campi di sterminio. E su Famiglia Cristiana di questa settimana l'intervista alla protagonista, Isabella Ragonese

Un periodo storico non molto affrontato  dalle fiction quello dell'immediato dopoguerra in Italia. In particolare, oltre alla ricostruzione e alle vendette sommarie, c'erano da accogliere i sopravvissuti all'Olocausto e prendere coscienza dell'orrore che erano stati i campi di sterminio. E' questo il tema della serie tv in quattro puntatate che va in onda da lunedì 13 gennaio 2020 su Rai 1, La guerra è finita, diretto da michele Soavi. 


 

LA TRAMA

 

La guerra è finita inizia poco dopo la Liberazione, nei mesi in cui i sopravvissuti alle deportazioni tornano a casa. Tra questi, anche chi non troverà più nessuna famiglia ad attenderlo: bambini, bambine e adolescenti che hanno visto e vissuto l’orrore – allora ancora nascosto e indicibile – dei campi di sterminio. Questa storia parla di loro e di alcuni adulti coraggiosi che aiutano i ragazzi a riemergere lentamente alla vita, in un luogo improvvisato e privo di risorse, sullo sfondo di un’Italia provata, miserabile, ridotta in macerie. I protagonisti adulti si chiamano Davide (Michele Riondino) e Giulia. Davide era lontano da casa quando sua moglie e suo figlio sono stati presi, avviati ai treni e spariti nel nulla – cosa che non riesce a perdonarsi. Ha partecipato alla Resistenza, ma ora tutte le sue forze sono concentrate nella loro disperata ricerca. Giulia (Isabella Ragonese) è figlia di un imprenditore che ha collaborato con i nazisti e da poco è stato arrestato e condotto in carcere. Le strade di Davide e di Giulia si incrociano per caso, quando ambedue si trovano alle prese con alcuni bambini e ragazzi, reduci dai campi, che non sanno da chi andare, cosa fare, dove trovare un rifugio. Aiutati da Ben (Valerio Binasco), un ex ufficiale della Brigata Ebraica che ha rinunciato a rientrare in Palestina per dare una mano a quanti vorranno seguirlo nella nuova patria, Davide e Giulia occupano una tenuta agricola abbandonata dove, in una piccola scuola rurale, insegnava un tempo la giovane moglie di Davide. Qui, passo dopo passo, con pochissimi aiuti dall’esterno, bambini e ragazzi italiani e stranieri riscoprono il rispetto reciproco, la solidarietà, la voglia di giocare, studiare, lavorare, amare. E raccontare – quasi sommessamente, con dolore – la loro perduta umanità. Le età sono le più diverse. E così le provenienze, le rabbie, le disperazioni e i sogni. C’è Gabriel, che era orfano già da prima della guerra, ed è riuscito a fuggire da un campo di concentramento per poi essere raccolto e salvato dai partigiani polacchi. C’è Miriam, che un tempo suonava il piano e ora non sa o non vuole più farlo. C’è Sara che detesta il Paese che le ha portato via il padre, la madre e i suoi fratelli con le Leggi Razziali e non vede l’ora di andarsene in Palestina. Infine c’è Mattia, che non viene dai campi, ma è solo un ragazzo che dà una mano nella tenuta, nascondendo però un recente passato in cui è stato nelle milizie repubblichine, senza neanche sapere bene quello che faceva. Ci sono poi i bambini più piccoli, come Giovanni che non riesce più a parlare dopo le atrocità che ha visto e si limita a disegnare. E i piccolissimi, come Ninnina, quattro anni, che ha anche lei un numero tatuato sul braccio. Nello scorrere del racconto, ognuno va incontro ai propri fantasmi, alle proprie paure e desideri, che finalmente potranno cominciare a prendere corpo. Ma per andare avanti dovranno fare i conti con il passato e ritrovare il senso delle parole e della testimonianza. E, nel giorno in cui la radio annuncia la sconfitta della monarchia e la nascita della nuova Italia repubblicana, Davide può finalmente rinunciare alle armi e riconciliarsi con se stesso e il mondo. È un luminoso giorno del giugno 1946 quello in cui, per lui e per il Paese, la guerra sarà davvero finita.

NOTE DELLO SCENEGGIATORE, SANDRO PETRAGLIA

La Memoria, se non la racconti non esiste. Questa volta il mio lavoro non è stato quello di “divertirsi” a intrattenere il pubblico con la suspense, scene d’azione e vari trucchi del mestiere di regista, ma quello di raccontare la cronaca come fossi il testimone di una storia esistita veramente, come affiorassero scene da un libro di ricordi. Ho pianto tantissimo leggendo le sceneggiature e la storia mi ha fatto tanto pensare al “Re degli Elfi” di J.W. von Goethe: un papà che corre galoppando all’impazzata in una notte tempestosa stringendo al petto il suo bambino nella speranza di riuscire a salvarlo… Ecco, raccontare quel raggio di speranza era il mio compito. Questa serie non vuole riaprire vecchie ferite ma incoraggiare a un risveglio e a porsi delle domande. E soprattutto per non dimenticare mai e dire al mondo mai più. Michele Soavi Ho scritto questa storia mosso da un’emozione provata alcuni anni fa, leggendo una delle prime pagine del romanzo di Primo Levi La tregua. Ecco, il passo di Levi è questo: “I bambini erano a Birkenau come uccelli di passo: dopo pochi giorni, erano trasferiti al Block delle esperienze o direttamente alle camere a gas... Hurbinek era un nulla, un figlio della morte... Dimostrava tre anni circa, nessuno sapeva niente di lui, non sapeva parlare e non aveva nome: quel curioso nome, Hurbinek, gli era stato assegnato da noi, forse da una delle donne, che aveva interpretato con quelle sillabe una delle voci inarticolate che il piccolo ogni tanto emetteva... Hurbinek, che aveva tre anni e forse era nato in Auschwitz e non aveva mai visto un albero, Hurbinek, che aveva combattuto come un uomo, fino all'ultimo respiro, per conquistarsi l'entrata nel mondo degli uomini, da cui una potenza bestiale lo aveva bandito; Hurbinek, il senza‐nome, il cui minuscolo avambraccio era pure stato segnato col tatuaggio di Auschwitz; Hurbinek morí ai primi giorni del marzo 1945, libero ma non redento”. È una di quelle pagine che, come certe volte succede, lavorano dentro, si vanno a nascondere da qualche parte, e restano lì. Tre anni fa, subito dopo aver ricevuto una proposta Palomar di affrontare il tema dei bambini reduci dai campi, questa pagina è riaffiorata. E nel lungo lavoro di stesura del copione, Hurbinek è stato per me una piccola
guida silenziosa.

SINOSSI PRIMA PUNTATA

È l’aprile del 1945. All’indomani della Liberazione iniziano a tornare in Italia, dai campi, gli ebrei sopravvissuti al nazismo. Tra questi, ci sono dei bambini. Davide, un ex ingegnere che fa parte del CLN, si reca alla frontiera alla ricerca del figlio Daniele, deportato due anni prima con sua moglie Enrica. Di Daniele non c’è traccia, ma al suo posto c’è un bambino della sua età, Giovanni, muto per i traumi subìti. E insieme a lui ce ne sono altri: Gabriel, Miriam, le sorelle Alisa e Lila... Tutti sopravvissuti ai campi, tutti senza nessuno che si prenda cura di loro. Davide li porta a Milano, dove spera che possano ricongiungersi con le loro famiglie, ma una volta arrivato al Centro Rifugiati scopre che non c’è più posto per accogliere loro né i ragazzi arrivati con Ben, un ex ufficiale della Brigata Ebraica, e con Giulia – una pedagogista di buona famiglia che si dà da fare come volontaria. Davide allora ha l’idea di portarli tutti in una Tenuta che conosce, abbandonata dai tempi della guerra. Qui, il giorno precedente, è arrivato pure Mattia, un diciottenne anche lui orfano, ma con una storia molto diversa dagli altri: ha militato nella Guardia Repubblicana e si è nascosto nella Tenuta per sfuggire ai partigiani. Davide, Ben e Giulia si mettono subito all’opera e con l’aiuto dei ragazzi allestiscono le camerate e rimettono in funzione acqua e riscaldamento, pur rendendosi conto che – anche se ora la guerra è finita – tornare a vivere non sarà facile per nessuno. Davide non vorrebbe rimanere lì con loro ma, tornato nel suo appartamento, non ce la fa: ogni cosa gli parla di Enrica e Daniele. Così torna dai ragazzi e soprattutto da Giovanni, che ha la stessa età di suo figlio Daniele, e con cui instaura un rapporto speciale. Al gruppo si aggiungono altre due volontarie: Eugenia, una maestra cattolica, e Susanna, una pediatra che ha con sé la figlia Ester, alla quale è riuscita a evitare la deportazione. Qualche giorno più tardi, arriva un nuovo treno carico di ex deportati e, da un suo ex vicino di casa che è stato preso assieme a sua moglie e a suo figlio, Davide scopre che Enrica e Daniele hanno stazionato al campo di Fossoli prima di essere caricati su un treno diretto in Polonia. Intanto, ai cancelli del vecchio collegio, arriva Sara, 16 anni, anche lei scampata ai campi. È così stremata che sviene tra le braccia di Gabriel. I bambini si moltiplicano e la Tenuta si riempie di voci, corpi, colori. Ma è dura: il ricordo del lager è ancora recente e le regole imposte da Ben, che ha organizzato la Tenuta come un kibbutz, non sono facili da accettare perché i ragazzi, specie i più grandi, non sopportano più nessun dettame, nessuna serratura, nessun cancello chiuso. Giulia comincia a raccogliere le testimonianze dei ragazzi, cercando di vincere la loro ritrosia, convinta che sia necessario parlare, raccontare, per superare l’orrore che hanno vissuto, andando incontro alle prime delusioni: né Sara né Gabriel accettano di parlare poiché non vogliono ricordare nulla del loro passato più recente. Mentre Davide cerca tracce di Enrica e Daniele nei registri, Mattia riesce a mettersi in contatto con i suoi ex commilitoni, il Tenente Bianchi e altri fedelissimi, che stanno organizzando il lungo viaggio in nave verso l’Argentina e viene incaricato di trovare del denaro alla Tenuta, ma ha un grande peso sul cuore perché sta cominciando ad affezionarsi a quel posto, a quei ragazzi così diversi da lui, e soprattutto a Miriam. Però, proprio quando cose iniziano lentamente ad andare meglio, con l’arrivo degli approvvigionamenti e di qualche aiuto, all'improvviso arriva una brutta sorpresa: i marchesi Terenzi rivogliono quel posto, bisogna sgomberare. Ora che succederà?

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