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mercoledì 23 settembre 2020
 
 

Una Chiesa che accoglie tutte le famiglie

19/02/2015  Da questa settimana con "Famiglia Cristiana" il libro scritto a quattro mani da monsignor Paglia e dal nostro direttore don Sciortino.

Il 2015 sarà l’anno della famiglia grazie all’intuizione di papa Francesco, che ha voluto due Sinodi a essa dedicati.
Dal 4 al 25 ottobre ci sarà la seconda tornata dei lavori sinodali, sul tema “La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo”.
Ma di famiglia si parlerà anche a Philadelphia, dal 22 al 27 settembre 2015, in occasione dell’VIII Incontro mondiale delle famiglie, e poi per la celebrazione della Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, che ha per tema: “Comunicare la famiglia: ambiente privilegiato dell’incontro nella gratuità dell’amore”.
Nasce da qui questo libro, frutto di serrate riflessioni con monsignor Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio consiglio per la famiglia, del quale presentiamo parte del capitolo sui divorziati risposati.


don Antonio Sciortino

- Durante il Sinodo i Padri sinodali si sono confrontati ampiamente sulla questione dei divorziati risposati, tra chi poneva l’accento più sulla misericordia e la carità e quanti ribadivano la disciplina attuale. Ambedue le parti non hanno messo in dubbio la dottrina della indissolubilità, come il Papa stesso ha ribadito. Il problema verteva sulla possibilità o meno di ammettere, in alcuni casi e in determinate condizioni, i divorziati risposati ai sacramenti. La maggioranza – sebbene non qualicata, ossia dei due terzi – ha ritenuto opportuno che si continuasse a riflettere evitando soluzioni uniche o ispirate alla logica del “tutto o niente”. A che punto è il dibattito?

«Credo sia importante procedere per gradi in una materia così complessa. La prima cosa che vorrei far notare è il cambio di atteggiamento avvenuto nella Chiesa, da alcuni decenni a questa parte, nei confronti delle persone credenti divorziate e risposate. Fino a qualche decennio fa, questi fedeli erano considerati ipso facto infames. Non erano soltanto esclusi dal sacramento della Confessione e dell’Eucaristia, ma erano anche indicati pubblicamente come spregevoli. E successivamente il magistero, a diversi livelli, descrive la loro situazione come di credenti che appartengono alla Chiesa anche se non in piena comunione: “Il coniuge risposato si trova in una condizione di adulterio pubblico e permanente”, ma la comunità cristiana deve “astenersi” dal giudicare l’intimo della loro coscienza, dove solo Dio vede e giudica. Non si tratta solamente di un cambio di linguaggio ma, appunto, di atteggiamento pastorale certamente molto più inclusivo rispetto al passato».

- È senza dubbio un cambiamento non indifferente. E questo richiede un effettivo e concreto mutamento nel rapporto della comunità cristiana nei confronti di queste persone.

«Esattamente. E tale nuovo atteggiamento dovrebbe coinvolgere tutti i membri della comunità cristiana. Purtroppo spesso non accade. Peraltro c’è anche una notevole dose di ignoranza, talora anche presso il clero. Ci sono, ad esempio, sacerdoti che non danno la Comunione neppure a quei fedeli, divorziati, ma che non si sono uniti a un’altra persona.
Con questo atteggiamento contraddicono la prassi della Chiesa e soprattutto pongono sulle spalle di questi fedeli, già gravati dalla fatica di un fallimento, un peso che non debbono affatto sostenere. La Relazione sinodale interviene esplicitamente a tale proposito, per allontanare deŒnitivamente tale ingiustiŒ- cato e crudele abuso.
Questo mostra l’urgenza e l’ampiezza di lavoro da fare in questo campo. La questione che noi stiamo affrontando è diversa: si tratta di quei fedeli che dopo aver divorziato si sono risposati. Ebbene – esorta unanimemente il magistero contemporaneo – tutti dobbiamo avere un atteggiamento di accoglienza verso costoro. Credo che questo sia il primo e più urgente compito: accogliere con amore queste persone. Non semplicemente per pietismo. Esse fanno parte della Chiesa e quindi vanno amate e sostenute con spirito di fraternità. In tale contesto vorrei spendere almeno una parola – ce ne vorrebbero molte di più – in favore di coloro che, pur essendo stati abbandonati dal coniuge, non hanno intrapreso una nuova unione e restano fedeli alla prima unione che giustamente ritengono indissolubile, al di là dell’abbandono del coniuge. Si tratta di credenti il cui esempio invita tutti a ri—ettere. È una straordinaria testimonianza di fedeltà alla indissolubilità del matrimonio. È però vero che non tutti riescono a vivere in questo modo. Anzi, il numero dei divorziati risposati è cresciuto in maniera esponenziale. E la Chiesa, che è madre, non può non farsene carico».

- Senza dubbio è un grande progresso pastorale essere passati dall’accusa di pubblici peccatori al dire che anch’essi fanno parte della comunità ecclesiale. Non le pare però che sia importante anche esaminare la questione dell’accesso ai sacramenti? Del resto, già nella disciplina attuale si prevede tale possibilità, se si rispettano alcune condizioni.

«Sì, la disciplina attuale prevede che i divorziati risposati possano accedere alla Confessione e all’Eucaristia solo alle seguenti condizioni: se in coscienza essi si impegnano a vivere senza avere rapporti sessuali e facendo attenzione a non creare confusione nei fratelli che non sanno della loro scelta interiore; insomma, di nascosto.
È però di non poco conto il fatto che la Chiesa ritenga che tale unione, sebbene irregolare, possa (anzi, in alcuni casi, debba) permanere per evitare ingiustizie peggiori. E si esortano questi fedeli, proprio perché sono membri della Chiesa, a partecipare attivamente alla sua vita. Non possono però esercitare alcune responsabilità ecclesiali: il lettore, il ministro straordinario della Comunione, l’ufficio di catechista, il padrino o la madrina, essere membri del Consiglio pastorale. E questo perché tali ruoli comportano una esemplarità che non si accorda con la loro situazione oggettivamente irregolare.
Papa Francesco fa capire che non si può dire a queste persone di essere parte della Chiesa e poi trattarle praticamente come scomunicate! Insomma, c’è materia per riflettere e per andare avanti alla ricerca di qualche ipotesi per aiutare questi fedeli a vivere il Battesimo che hanno ricevuto e che li incorpora a Cristo facendoli membri della Chiesa. Essi non sono “scomunicati”, ma resi “Œgli di Dio”. Andrebbe approfondita la teologia del Battesimo anche in questo contesto».

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