Manca qualsiasi presupposto di urgenza ed emergenza sanitaria. In questo modo, il Tar del Veneto ha bocciato l'“ordinanza anti-ebola” che il sindaco di Padova Bitonci, subito copiato da altri piccoli Comuni a guida leghista, aveva emanato due mesi fa per «eliminare gravi pericoli che minaccino l’incolumità pubblica». Che non ci fosse nessun rischio di ebola in Veneto ha dovuto metterlo nero su bianco il Tar, dopo il ricorso delle associazioni Asgi e Razzismo Stop.
«Il provvedimento impugnato», dice la sentenza, «non evidenzia la sussistenza dei presupposti di contingibilità e urgenza o la sussistenza di un’emergenza sanitaria di carattere locale che giustifichi l’esercizio del potere di ordinanza». Era tutto previsto. Anzi, bastava che il sindaco leggesse la documentazione che lui stesso ha presentato al Tribunale, come il “Protocollo per la gestione della malattia da virus Ebola redatto dall’Ulss n. 16 di Padova”. Scrivono i giudici: «Le argomentazioni contenute nella memoria del Comune circa l’esistenza di accurati ed efficaci controlli sanitari nei confronti dei profughi che sbarcano in Italia sembrano contraddire i presupposti fattuali sui quali si fonda l’ordinanza».
L’ordinanza del sindaco leghista imponeva l’obbligo agli stranieri senza permesso di soggiorno o tessera sanitaria, scovati dalla Polizia locale durante appositi controlli, a sottoporsi entro tre giorni a visite mediche presso l’Ulss. Tutto ciò per fronteggiare l’emergenza ebola (nessun caso in Italia, o tra i migranti arrivati in Europa).
Eppure, le misure sanitarie di Bitonci avevano subito iniziato a dare “risultati”: diverse le persone fermate, come un cittadino nigeriano, a Padova da otto anni, che si era visto recapitare una convocazione, scritta in inglese, per un accertamento medico. Insomma, quelli che il Tar ha chiamato «effetti lesivi privi di giustificazione».
Sempre i giudici hanno poi specificato che «per quanto riguarda gli stranieri privi di titolo di soggiorno già presenti in Italia non sembra allo stato esservi un tasso di rischio diverso da quello riscontrabile per la generalità della popolazione residente». Anche qui, a Bitonci sarebbe bastato documentarsi un minimo: il periodo d’incubazione del virus è al massimo di 21 giorni, chi sbarca in Italia è partito dai Paesi subsahariani molti mesi prima (se non da anni), certamente un nigeriano che vive a Padova da otto anni non presenta maggiori rischi di contagio del sindaco stesso.
In realtà, commenta l’Asgi, «si tratta di un’ordinanza emanata con il solo scopo di diffondere allarme e un’idea dei migranti come potenziali portatori di malattie infettive». Lo dimostra tutta la retorica che accompagna il testo, contro Mare Nostrum e gli “extracomunitari”, quasi che la malattia da curare sia l’essere africano o avere la pelle nera. E questo spiega anche la reazione del sindaco Bitonci: annuncia subito che ricorrerà al Consiglio di Stato contro la decisione del Tar, che scatenerà i suoi poliziotti a caccia di «clandestini con la scabbia», ovviamente con il motto «la salute dei padovani prima di tutto».
In parte, la vicenda ricorda un fatto del 1630, quando, a differenza della Padova del 2014, l’emergenza sanitaria nel Nord Italia era reale e non inventata. A Milano c’era la peste e non si sapeva con chi prendersela: con un’accusa infondata, si individuò un capro espiatorio e due presunti untori vennero ingiustamente messi a morte. Come monito, sulle macerie della casa di uno di loro, venne eretta la Colonna Infame. Alessandro Manzoni ne ha poi narrato la storia e oggi in quel luogo è incisa una sua riflessione: «Nel guardar più attentamente a que’ fatti, ci si scopre un’ingiustizia che poteva esser veduta da quelli stessi che la commettevano, un trasgredir le regole ammesse anche da loro, ed è un sollievo il pensare che, se non seppero quello che facevano, fu per non volerlo sapere, fu per quell’ignoranza che l’uomo assume e perde a suo piacere, e non è una scusa, ma una colpa; e che di tali fatti si può sì esser forzatamente vittime, ma non autori».