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giovedì 26 novembre 2020
 
Stasera in Tv
 

Una madre disposta a tutto pur di trovare l'assassino della figlia

10/09/2020  Stasera su Rai 3 in prima visione tv Tre manifesti a Ebbing, Missouri, premio per la miglior sceneggiatura a Venezia, con Frances McDormand e Woody Harrelson. La recensione di Famiglia cristiana

Il più bel regalo cinematografico  del 2018 è Tre manifesti a Ebbing, Missouri del regista angloirlandese Martin McDonagh, film che giunge sui nostri schermi dopo il premio per la sceneggiatura vinto alla Mostra di Venezia (dove forse avrebbe meritato il Leone d’oro). Poco noto ai più, ma stimatissimo da chi ama il teatro come il maggiore commediografo inglese vivente (vincitore di tre Laurence Olivier Award e quattro volte candidato al Tony Award), McDonagh era da tempo tenuto d’occhio anche dai cinefili per l’Oscar vinto nel 2006 con il cortometraggio Six Shooter e dopo aver diretto In Bruges – La coscienza dell’assassino, noir originalissimo con Colin Farrell, Ralph Fiennes e Brendan Gleeson. Caratteristica di McDonagh è il saper unire alla regia asciutta una scrittura potente. I suoi personaggi sono così ben delineati che sembra di conoscerli da sempre. Una magia che cattura lo spettatore. Stavolta Mildred, la matura protagonista (una dura e ironica Frances McDormand), è una madre che sette mesi dopo lo stupro e l’assassinio della figlia adolescente si è stufata di aspettare giustizia. In disaccordo con il marito che l’ha pure abbandonata per una più giovane, affitta tre giganteschi cartelloni che campeggiano sulla statale prima di entrare in paese e ci fa stampare, su sfondo rosso, altrettanti quesiti rivolti allo sceriffo Willoughby (un Woody Harrelson mai così tenero e umano). La cosa mette a rumore Ebbing, tranquilla cittadina del profondo Missouri dove, ancor oggi, il razzismo è pane quotidiano. A Mildred non interessa se l’assassino sia bianco o sia nero, basta che lo prendano. Testarda, imprevedibile, rabbiosa, tira dritto malgrado le intimidazioni e il fatto che lo sceriffo sia in realtà malato di cancro, un brav’uomo ormai agli sgoccioli. Ed è nel ritrarre la sottile psicologia di ogni singolo personaggio che il regista incanta. Nello scovare dietro le pieghe della vita che c’è qualcosa che non va dentro chiunque e qualcosa di buono anche nel più tarato. Perfino nel vicesceriffo Jason Dixon (Sam Rockwell, altra perla del cast), prototipo dell’uomo del Sud maschilista e razzista. Con questa sorta di western metropolitano alla Sergio Leone, a cui dice apertamente di voler rendere omaggio, McDonagh firma un noir memorabile ma anche un crudo, efficace ritratto dell’America più vera. Lo fa grazie a un geniale mix tra il country americano e lo humour britannico più nero. Una rabbia che, una volta tanto, non genera altra rabbia ma risveglia pertugi di umanità. Come nelle tre lettere che, a un certo punto, scrive il contestato sceriffo che poi tanto stupido non è. Da vedere con maturità.

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