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domenica 26 settembre 2021
 
 

Una nuova cultura dell'accoglienza è possibile

14/02/2013  Famiglia Cristiana ha intervistato Christopher Hein, direttore del Consiglio italiano per i rifugiati: «È ora di abbandonare una logica puramente emergenziale»

Il 31 dicembre 2012 è terminato lo stato di emergenza proclamato dal Governo italiano in seguito al consistente flusso di migranti giunti dal Nordafrica, in fuga dalla guerra in Libia, nel periodo fra il marzo ed il settembre 2011. È stata decretata la fine dell’emergenza e conseguentemente dei finanziamenti, erogati per garantire l’accoglienza dei migranti, pari a 1 miliardo e 300 milioni di euro. Nel giro di poche settimane, i Centri verranno chiusi e i richiedenti asilo che non avranno più un posto di accoglienza potrebbero andare a ingrossare le fila dei cosiddetti “irregolari”.

Famiglia Cristiana
ha intervistato Christopher Hein, direttore del C.I.R. – Consiglio italiano per i rifugiati. Si è parlato di fine dell’emergenza Nordafrica (o presunta tale), di miglioramenti normativi e approcci culturali adeguati a un Paese di immigrazione qual è diventato l’Italia. Per uscire da una logica emergenziale e varare una nuova cultura dell’accoglienza.

Qual è la situazione secondo il C.I.R.?
«Inutile nascondere che siamo molto preoccupati. La decisione è frutto di un mero ragionamento economico: non ci sono i fondi. Tanti richiedenti asilo hanno soggiornato nelle strutture di accoglienza anche per 24 mesi, decisamente troppi. Inoltre non sono state fatte stime attendibili su quanti siano ancora in attesa di un colloquio presso le Commissioni territoriali per la concessione dell’asilo. Attualmente infatti chi è ospitato dai Centri di accoglienza non viene dimesso fin quando non ottiene il permesso di soggiorno. Ma di che cosa succede dopo essersi lasciati alle spalle il cancello del Centro, nessuno si preoccupa».

Quali dunque i nodi di criticità più evidenti?
«Innanzitutto i Centri verranno chiusi, chi avrà ottenuto il permesso potrà lavorare, o meglio cercare un lavoro, ma tanti resteranno per strada. La maggior parte delle decisioni prese dal Governo sono state motivate da un criterio economico di cui dicevo prima, senza curarsi del supporto all’integrazione, sia lavorativa sia abitativa, che invece noi reputiamo indispensabile. Basti pensare per esempio al campo della formazione professionale. I fondi non sono più a disposizione, anche se un documento della Conferenza Stato-Regioni aveva previsto l’erogazione di borse di studio e di stage, grazie a fondi europei. Senza contare che il programma di ritorno volontario assistito ha avuto poco seguito e non ha goduto di alcuna campagna adeguata di informazione. Era stato previsto un incentivo di 200 euro che si è dimostrato, evidentemente, troppo basso. Ora invece sono previsti 400 euro, oltre a 1.100 euro come misura per favorire la  reintegrazione al ritorno nel Paese d’origine. Va detto anche che la situazione in Nordafrica è tutt’altro che stabile e questo sicuramente influisce sulla buona riuscita del programma di ritorno volontario assistito».

A proposito di instabilità dell’area nordafricana, come avete interpretato i recenti avvenimenti in Tunisia?
«Di segnali ce ne sono stati tanti e non solo da ieri. Li monitoriamo con attenzione da tempo. Molti di questi segnali sono purtroppo di stampo negativo, la situazione è di nuovo confusa anche da un punto di vista dell’ordine pubblico».

«Dopo la Rivoluzione dei gelsomini che ha dato il via alle Primavere arabe, e le elezioni del 2012 che si sono svolte correttamente, ha preso piede la minaccia di un islam estremista che non è stato contrastato adeguatamente dal Governo, che è sostenuto, lo ricordo, da una maggioranza islamica moderata».

«Certamente il malcontento popolare potrebbe degenerare e non si può escludere un nuovo esodo. Ma a me sorgono spontanee altre domande: che fine ha fatto la gran mole di investimenti che erano stati promessi dall’Unione europea per il Nordafrica? Si era parlato addirittura di un Piano Marshall per il Nordafrica: che ne è stato?».

A fine gennaio 2013 il C.I.R. aveva denunciato pubblicamente, insieme ad altre organizzazioni, la sottrazione da parte dello Stato della quota a gestione statale dell’8 per mille destinata per legge ai rifugiati. Pochi giorni dopo è giunta la notizia di una proposta di modifica (che deve ancora passare il vaglio del Consiglio di Stato e delle Commissioni parlamentari) del Dpr 76/1998 affinché un quarto dei fondi derivanti dall’8 per mille a gestione statale sia riservato ai rifugiati...
«La tempistica non ci è parsa affatto casuale. Sicuramente riteniamo la proposta di modifica un primo passo positivo dopo il nostro appello contro la violazione della norma. Ora però attendiamo di essere ascoltati, perché il C.I.R. richiede una clausola esplicita, come premessa al Dpr 76/1998, che vieti di svuotare il fondo in anticipo come invece è successo per due anni consecutivi».

«Si è trattato né più né meno di una presa in giro degli enti e degli stessi contribuenti. Basti pensare che esiste un bando della Presidenza del Consiglio dei ministri che invita gli enti a presentare i propri progetti entro il 15 marzo, progetti spesso valutati positivamente, ma che poi non possono essere attuati per l’azzeramento del fondo».

In che direzione andavano le proposte del C.I.R?
«Dare seguito alla precedente esperienza dei Fondi 8 per mille per favorire il ricongiungimento familiare, garantire dignitose condizioni lavorative e abitative. Il C.I.R. si era mosso in questo senso in Lombardia, Veneto, Lazio e Calabria: certo, progetti per 1000 persone non risolvono il problema ma è comunque un primo passo».

«Mi preme aggiungere un altro elemento a proposito di ricongiungimento familiare, che non deve essere visto solo in un’ottica umanitaria ma anche da un punto di vista pratico-economico: ci sono circa 10-15 mila persone in attesa di ricongiungimento. Se lo Stato stanziasse fondi adeguati, gli stessi rifugiati e le loro famiglie potrebbero diventare regolari contribuenti a tutti gli effetti».

La formazione professionale è uno dei cardini dell’attività del C.I.R, che ha lanciato il progetto “Re-Lab. Start up your business” dedicato ai titolari di protezione internazionale.
«Il primo modulo del progetto, che si articola su due anni, è partito nell’ottobre 2012. Oltre alla formazione professionale, è previsto l’accompagnamento socio-economico e la consulenza legale in tutte quelle operazioni burocratiche e amministrative richieste per avviare un’attività imprenditoriale, come per esempio l’iscrizione alla Camera di commercio e via dicendo. Inoltre è degna di nota la partecipazione di molte banche e istituti finanziari, partner del progetto, per l’erogazione del microcredito necessario».

E qual è stata la risposta dei partecipanti al progetto?
«Molto positiva. È ancora presto per poter parlare di risultati, ma la risposta è stata senz’altro incoraggiante, in particolar modo da parte di rifugiati “di lunga data”, in possesso già di una base linguistica e di una dimensione culturale adatta ad avviare un’attività imprenditoriale. D’altra parte è stato lo stesso Dossier statistico sull’immigrazione 2012 della Caritas Migrantes a indicare che, in controtendenza con l’imprenditoria nazionale, la partecipazione di stranieri ad attività economiche indipendenti è cresciuta negli ultimi due anni e che più della metà dei titolari d’impresa in Italia è straniera».

I vizi della politica dell’accoglienza dei rifugiati in Italia sono imputabili più a fattori di tipo normativo, economici legati alla congiuntura generale o culturali?
«Concorrono tutti in egual misura. Iniziamo con il dire che in Italia il sistema di protezione legale è di tutto rispetto, anche grazie all’adeguamento alle norme europee. Nel 2012, infatti, la metà delle richieste di asilo è stata accolta. Ma bisogna dire anche che va tutto bene ciò che non costa. Quando si tratta di investire nella dimensione dell’accoglienza si dovrebbe prevedere già un percorso di integrazione. Invece ogni situazione è vissuta come un’emergenza. Ecco, io credo che superare una logica emergenziale sia il primo passo fondamentale».

Come?
«La governance è il fattore chiave. Bisogna avere un piano, stilare previsioni per adeguare strutture materiali e amministrative. L’Italia è diventata negli ultimi 20 anni un “Paese di esilio”, ce ne dobbiamo convincere e agire di conseguenza. Il ministero degli Interni è il più adatto a gestire questo genere di problemi? Io credo di no. Dovremmo invece guardare al modello tedesco e a quello svizzero per costituire una moderna Agenzia per i rifugiati, dotata di autonomia economica e dove concentrare competenze, attraverso il coinvolgimento diretto delle Regioni che coordinano direttamente sul territorio le procedure di accoglienza. Questo significa abbracciare una nuova cultura dell’accoglienza».

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