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lunedì 12 aprile 2021
 
 

Una Rondine di pace nel Caucaso, Baku

18/07/2010  La missione di pace dell'associazione nata in Toscana sulle orme di San Francesco, Giorgio La Pira e don Lorenzo Milani. Appunti di viaggio/2. L'Azerbaijan.

L'associazione Rondine Cittadella della pace a Baku, capitale dell'Azerbaijan (foto di Cristiano Proia).
L'associazione Rondine Cittadella della pace a Baku, capitale dell'Azerbaijan (foto di Cristiano Proia).

Baku, Azerbaijan, luglio 2010

    Acqua o olio? Si deve immergere un dito nel liquido per capire cosa sia. Il buio della notte negli scintillii sgargianti della nuova Baku non permette, infatti, di discriminare la realtà che vediamo dall’immaginario che ci portiamo dentro a proposito del lago che si chiama mare e che ha più piattaforme petrolifere di tutte le isole dell’Egeo: il Caspio. Passeggiamo sulla pavimentazione lucida in riva al mare e commentiamo la prima giornata densa di avvenimenti qui nella capitale dell'Azerbaijan, una città da oltre due milioni di abitanti, importante polo industriale.  

    Il viaggio nel Caucaso del sud è entrato nel vivo fin dalla prima ora: il Vice Ministro degli Esteri azero, Araz Azimov, ha ricevuto la delegazione di Rondine e, senza tanti giri di parole ha affrontato la questione cruciale del Nagorno Karabakh. Incredibile ascoltare la storia di un conflitto che si trascina da anni, sommando dolore a dolore, lasciando aperte ferite di ogni tipo. Le ferite non si devono lasciare aperte: si infettano e può succedere il peggio. La memoria si indurisce e i veleni non si filtrano più: le nuove generazioni cresciute dentro questo genere di conflitti sono intossicate, avvelenate fino al punto di vivere una cronica quanto inconsapevole depressione. Ma dietro la depressione è sempre disponibile l’aggressività. 

    Un uomo schietto, il Vice Ministro Azimov, che ha lasciato affiorare la dimensione umana dopo una partenza tutta politica. Dinamica consueta per Rondine, quando prendono la parola i giovani dello Studentato Internazionale. Così al vice Ministro, Guy, israeliano, e Ruba, libanese hanno proposto un vero question time, senza ipocrisie, spiegando il senso profondo del perché due mediorientali, con i loro non piccoli problemi, si siano cacciati in Caucaso. Ottengono stima e rispetto. Un politico consumato avrebbe potuto reagire con ironia, deridendo i sogni di pace di un drappello di giovani che raccolgono una buona fetta dei conflitti mondiali. Invece no. Li ha ascoltati permettendo l’espressione della forza morale di chi non va in giro per il mondo a ripetere “pace”, ma agisce sul proprio possibile cambiamento senza aspettare che gli altri si muovano. 

    Lo Studentato di Rondine non grida e non denuncia, ma testimonia. La materializzazione di “coppie maledette” diventate amiche disarma l’interlocutore: un ceceno e una russa, un israeliano e un palestinese, un georgiano e una russa, un serbo e una bosniaca. Lo coglie immediatamente Azimov, che ci riceve nella sede del ministero a Baku. Siete una “famiglia allargata – ha detto con calore - e quando una famiglia si allarga è inevitabile che aumentino le differenze, ma è altrettanto vero che cresce la sua forza. Vi auguro di crescere e che possiate diffondere la speranza”. 

    Ci lasciamo davanti alla moschea dove siamo entrati insieme, togliendoci le scarpe. Mi sono ricordato che “il dialogo non è possibile se non ci spogliamo un po’….”, così il vescovo di Assisi aveva iniziato la riflessione de Le Piazze di Maggio, nella sala dove san Francesco restò nudo davanti al padre e alla città. All’uscita un vecchietto mi porge gentilmente un lungo calzatoio che evita di chinarsi per infilare le scarpe: piacevole per i muscoli che iniziano ad essere un po’ indolenziti. 

    Andrea Messeri, prorettore dell’Università di Siena, presentandosi davanti alla grande università di Baku (la quinta dell’ex impero sovietico), risponde con dissimulata ironia: “Vengo da una piccola università che è nata nel 1200, 800 anni fa”. Un collega azero sorride e alza le sopracciglia. Ci rendiamo conto in un attimo delle nostre fortune di italiani. Al centro che sostiene e coordina gli sforzi per gli sfollati dal Nagorno Karabak il racconto è appassionato e angosciante. Ci si immerge nelle ferite dei lutti e della violenza di ogni tipo. Come ogni guerra. Fa caldo, nonostante l’aria condizionata. Né acqua né olio: qui la realtà non è liquida ma solida, durissima. E per oggi è solo raccontata. Domani la toccheremo.

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