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sabato 31 luglio 2021
 
 

Una Rondine di pace nel Caucaso, Tblisi

20/07/2010  La missione di pace dell'associazione nata in Toscana sulle orme di San Francesco, Giorgio La Pira e don Lorenzo Milani. Appunti di viaggio/3. La Georgia.

Alcuni anziani giocano a carte al campo profughi del distretto Binagadi di Baku (Azerbaijan), visitato dalla delegazione di Rondine nella sua missione di pace e di diplomazia popolare (foto di Silvano Monchi).
Alcuni anziani giocano a carte al campo profughi del distretto Binagadi di Baku (Azerbaijan), visitato dalla delegazione di Rondine nella sua missione di pace e di diplomazia popolare (foto di Silvano Monchi).

Tblisi, Georgia, luglio 2010

    Davit, giovane georgiano di 27 anni, scappò con la famiglia dall’Abkazia, nel 1992. L’Abkazia è una splendida regione della Georgia, sul mar Nero, autoproclamatasi indipendente dopo la guerra che lasciò nei cimiteri circa 20.000 morti
. Rifugiato a Tblisi, capitale della Georgia, Davit fu selezionato da Rondine per essere accolto nello Studentato Internazionale. Oggi, finito il ciclo di studi e la triennale esperienza di convivenza a Rondine, è tornato nel suo paese e ci accompagna in questo viaggio di amicizia nel Caucaso del sud. 

    Con lui siamo in uno dei grandi campi profughi di Baku, dove da anni sono raccolti migliaia di azerbaijani scappati dal Nagorno Karabak (le stime ufficiali parlano di 700.000 sfollati da quella regione, teatro di una delle molte guerre caucasiche e oggi conteso con l’Armenia). Al giornalista che intervista Davit sommerso da un  branco di bambini che giocano senza un giocattolo tra polvere e spazzatura, racconta: “Ero come loro. Un’esperienza terribile! Per anni, in cinque, nella stessa unica stanza di pochi metri quadri, i servizi igienici da condividere con altre decine di persone. C’è da andar via di testa”. 

    Gli sfollati del campo ci accompagnano di stanza in stanza, di piano in piano, nei casermoni più che fatiscenti dove dopo un attimo la voglia è di scappare. Ascoltiamo il dolore che è, alla fine, simile ad ogni profugo del mondo: il ricordo della propria casa, la voglia ti tornarci. Da vivo o da morto, la consegna ai figli o ai nipoti è la stessa: portatemi là almeno voi.. Una madre ci presenta con insistenza la figlia che ha le caratteristiche per essere selezionata da Rondine per studiare in Italia. Ascoltiamo ma non possiamo dire subito di sì. Quando i dolori degli altri si saldano con la propria impotenza si sta molto male. Nella scuola di un nuovo campo profughi il preside ci mostra le foto di com’era bella la sua,  in Nagorno Karabak,  e subito mette accanto le foto della distruzione bellica. Puntigliosamente indica ciò che resta delle finestre ormai spettrali e descrive: “Qui c’era il mio ufficio, qui la segreteria, qui le aule…”. 

    Ma il viaggio è lungo e il Caucaso è esteso. Lasciamo il mar Caspio ed entriamo nell’interno. Ci accompagna per molti chilometri un deserto traversato da oleodotti e elettrodotti. Nei primi scorre gas o petrolio che in buona parte arriva da noi, in  Italia. Il legame tra Italia e Azerbaijan è… lubrificato! La cerimonia del tè sa di oasi ristoratrice. Difficile raccontarla agli italiani. L’analogia più prossima è quella di un piccolo grill di autostrada secondaria. Ma è un’altra cosa. E’ tutto più semplice e scarno, molto dignitoso. Il tè, servito con frutta sotto miele o liquidi dolcissimi, si gusta seduti, con calma. Qualche famiglia è accanto a noi con i bambini compresi nel rito. Ci si toglie lo zucchero dalle mani a una fontana di acqua fresca dai monti vicini.

    Lungo la zona pedemontana, toccando rari villaggi, arriviamo al confine con la Georgia. Non è un confine di tensione: georgiani e azerbaijani hanno buoni rapporti. Ma tutto è ugualmente difficile. Tempi infiniti per noi. Il gruppo non è usuale: i passaporti sono italiani, macedoni, israeliani, russi. C’è pure un passaporto diplomatico: l’ambasciatore Giuseppe Cassini. Che ci fa un ambasciatore con chi fa diplomazia popolare? E’ col gruppo come amico e prezioso consulente: sono faccende in cui c’è sempre da imparare. Il pullman azero ci lascia sull’asfalto, di là ci aspetta un autobus georgiano. A piedi, con le valigie in mano, tra camion sgangherati postbellici e poche auto, passiamo il ponte su un torrente che scende dalle montagne tutte intorno. Transitiamo quasi tutti: la giovane russa, l’inguscio e il ceceno vengono fermati per due ore per accertamenti. I ceceni e gli ingusceti, nella Federazione russa, al di là del crinale caucasico, sostennero - durante il conflitto russo-georgiano del 2008 - le ragioni indipendentiste dell’Abkazia e dell’Ossetia del sud. Le guardie di frontiera non si fidano: sono potenziali nemici della Georgia. Solo le telefonate e le assicurazioni del ministero sbloccano l’intoppo e le sbarre si alzano per gli ultimi che si ricongiungono al gruppo che li riabbraccia e applaude. Nelle ore trascorse sono passate cinque automobili. 

    Ormai è notte. Nel bosco, i gestori della capanna di ristoro ci sfamano con carne arrostita a un fuoco che illumina il bosco.Abituati agli ex confini europei raccontiamo agli amici caucasici i nostri passaggi alle frontiere quando eravamo giovani e dovevamo nascondere la cioccolata o la stecca di sigarette free tax: Francia, Germania, Svizzera, Austria…qualcuno sognava allora che confini e dogane sarebbero spariti. E così è stato. Questo dà speranza a chi lo ascolta e risveglia gratitudine e responsabilità in chi lo racconta.

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