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Una seconda chance per il discepolo?

29/04/2021  La Scrittura afferma che il Signore dimentica il peccato dell’uomo e ne cancella le tracce. La riflessione del teologo Robert Cheaib

Mi è giunta una domanda che riassumerei così: «Ci può essere una seconda chance per i discepoli caduti?». L’interrogativo verte su un cammino di sequela iniziato con zelo e che poi «per svariati motivi» si è interrotto. Da qui l’interrogativo: se questo discepolo perduto «decidesse dopo alcuni anni di ritornare a seguire Gesù, di tornare a essere suo discepolo per tornare a vivere e a riassaporare la verità, avrebbe ancora speranza di salvarsi o, una volta che ci si stacca da Gesù, che si smette di seguirlo e di interrompere il discepolato, finisce tutto ed è game over, è perduto per sempre?». Ho riportato alcuni estratti della domanda perché mettono in evidenza la delicatezza di una coscienza in cammino di conversione. Possono essere i pensieri e i tentennamenti del figliol prodigo dopo il suo ritorno in se stesso. Il Signore insegna a noi di perdonare e di “azzerare i contatori” settanta volte sette proprio perché è lui il primo a farlo. La Scrittura ci dice varie volte che il Signore dimentica il peccato dell’uomo, ne cancella le tracce. In Isaia (1,18), ad esempio, il Signore dice: «Su, venite e discutiamo - dice il Signore. Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve. Se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana». Nelle parabole della conversione, Gesù non ci parla solo di un Dio che attende, ma di un Dio che viene incontro, che corre, che cerca e che gioisce del ritorno (o del ritrovamento) di chi si era perso. Ma vorrei proprio tornare alla parabola del figliol prodigo, la quale dovrebbe essere chiamata con il nome del protagonista del perdono, il padre, quindi la parabola del padre misericordioso (cf. Luca 15). Quando il figlio torna, il Padre non gli permette neanche di completare a frase dell’autofustigazione e della proposta di essere “servo”. Gli corre incontro, lo abbraccia e gli ridona la dignità di figlio, simboleggiata dall’anello al dito, dalle scarpe ai piedi e dalla festa. Al figlio maggiore, il padre sottolinea che quello che è tornato è suo «fratello». Se il Signore ci restituisce sempre alla dignità filiale, a maggior ragione possiamo essere certi nella speranza che ogni discepolo che torna, tornerà alla dignità della sua chiamata… e, in fondo, non dobbiamo far lavorare troppo la fantasia, abbiamo l’esempio nel capo dei discepoli e degli apostoli, Pietro, che abbiamo la gioia di contemplare diverse volte in questo tempo pasquale.

 
 
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