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lunedì 25 ottobre 2021
 
 

Una tragedia formato famiglia

01/02/2011  Al filone delle tragedie familiari celebrate in modo ossessivo dal circo mediatico, si è aggiunta la vicenda di Sarah Scazzi. La situazione attuale vede coinvolta tutta la famiglia

Le storie di sangue sono drammatiche e tragiche. Quando, poi, il teatro di un omicidio è un contesto familiare, allora i contorni del fattaccio diventano ancora più emblematici e, mediaticamente parlando, accattivanti. A questo tragico e cinico filone si può ascrivere a pieno titolo la vicenda di Sarah Scazzi, la quindicenne di Avetrana scomparsa a fine agosto e del cui assassinio sono stati accusati prima lo zio Michele Misseri e poi la cugina Sabrina, figlia di quest’ultimo.
La vicenda è emblematica non soltanto della degenerativa tendenza dei media a speculare sulle tragedie, ma anche di un certo tipo di rappresentazione dei legami familiari. Tra gli elementi che hanno portato la vicenda alla ribalta mediatica per lunghe settimane, due meritano una sottolineatura specifica. Il primo ha a che fare con quel perverso “fascino del male” che catalizza l’attenzione popolare. Il secondo è lo sfondo affettivo familiare che è stato teatro dell’assassinio, caratterizzato da legami parentali ambigui. È un filone che coinvolge i destinatari per quel meccanismo di empatia che spesso scatta di fronte

«Tutte le famiglie felici si assomigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo» (Lev Tolstoj).
Le famiglie Scazzi e Misseri sono molto tristi: la prima perché ha perso una figlia, la seconda perché al suo interno qualcuno ha agito per uccidere una giovanissima parente. I media si sono precipitati su questo caso con tutta l’invadenza di cui sono capaci. Sono stati setacciati gli equilibri interni ai due nuclei familiari e le relazioni incrociate. Ne è emerso un groviglio sentimentale di sapore arcaico, con la famiglia Misseri rappresentata come una piccola proto-società di stampo fortemente matriarcale e la famiglia Scazzi come una famiglia la cui normalità è stata squassata dall’assassinio della figlia. Una rapida ricognizione su come i mezzi di comunicazione hanno dipinto i membri delle famiglie Scazzi e Misseri può aiutare a mettere in evidenza le forzature tipiche della rappresentazione mediatica, che anche stavolta hanno avuto una parte fondamentale nel mantenere a lungo accesi i riflettori sulla vicenda.

1) Sarah, giovane vittima innocente. Sarah è stata descritta dai media a tinte cangianti: un’adolescente inquieta che sognava di andare a vivere altrove, una ragazza che poteva essere stata misteriosamente rapita, una quindicenne come tante sulla cui sparizione era calata un’ombra di mistero. Dopo il tragico epilogo, si sono sprecate le descrizioni di Sarah come una ragazza dolce e sensibile, che aveva molti sogni nel cassetto. Anche lei aveva le sue piccole trasgressioni nel linguaggio, nelle frequentazioni, nel desiderio di essere donna, nel conflitto generazionale con la madre, dalla quale cercava incessantemente attenzioni, tenerezze e affetto. Quello stesso affetto che sembrava trovare nella famiglia dello zio Michele, presso cui trascorreva molto tempo in compagnia della cugina Sabrina. Era forte anche il suo legame con il fratello, mentre la figura paterna era sentita più lontana anche in ragione dell’assenza del genitore, trasferitosi a Milano per motivi di lavoro. Proprio questa mancanza l’avrebbe portata a identificare un secondo padre nel mite zio Michele

2) Sabrina, figlia degenere e cugina traditrice.
Il movente dell’omicidio di Sarah sarebbe la gelosia della cugina Sabrina. In quest’ultima, Sarah vedeva una sorella maggiore ed era forte il legame fra loro, nonostante la differenza di età di 7 anni. Ma questo sodalizio affettivo si sarebbe rotto a causa di un amico comune: Sabrina era infatti innamorata al punto da “temere di perderlo” a causa della cugina. Quando Sarah, agli occhi di Sabrina, ha smesso di essere una bambina da coccolare per diventare una rivale, sarebbe scattato il desiderio di rivalsa e da esso l’omicidio.
Fino all’arresto del padre, Sabrina è stata protagonista lanciando appelli e offrendosi senza riserve a telecamere e microfoni. Dopo la prima confessione di Michele, ha preso nettamente le distanze da quell’uomo che “tanto aveva amato” ma che avrebbe dovuto “pagare fino in fondo” la presunta colpa. È emersa l’ambivalenza tra amore filiale e rigore di giustizia, insieme alla dinamica alterna di attrazione e repulsione verso il padre, diventata poi ostilità quando il padre le ha addossato tutta la responsabilità dell’assassinio.

3) Concetta, mamma immersa nel doloroso silenzio.
Il dolore per la perdita della figlia ha segnato Concetta, madre di Sarah. Dal momento della scomparsa, lei ha cercato in tutti i modi di attirare l’attenzione sul caso, chiedendo aiuto nella ricerca della figlia. Fino al giorno in cui ha appreso in diretta televisiva che Michele Misseri aveva indicato agli inquirenti il luogo in cui era stato gettato il cadavere di Sarah. Il volto impietrito di Concetta è rimasto una triste icona nell’immaginario collettivo.
Subito dopo, ha provato a uscire di scena. Il suo dolore si è ricomposto in un volontario allontanamento dal circo e lei, che si è dichiarata testimone di Geova, ha scelto di onorare la memoria della ragazza tacendo e confidando nel Signore. Ha ripreso la parola solo per manifestare il suo scetticismo e i suoi dubbi dopo la diffusione dei verbali degli interrogatori di Michele e di Sabrina. È rimasta a lungo chiusa in casa, pietrificata nel suo dolore. “Pentitevi” è l’appello che ha lanciato al cognato Michele e alla nipote Sabrina. A sostenerla non sono stati parenti e amici, ma la sua fede in Dio: “Geova è al mio fianco, ho fiducia in lui quando dice: fate posto all’ira, la vendetta è mia. La risurrezione sarà un tempo meraviglioso, perché potrò riabbracciare mia figlia”.

4) Cosima, matrona che rinnega il marito.
Cosima, moglie di Michele e madre di Sabrina, ha inizialmente accompagnato con la sua presenza l’esposizione mediatica della famiglia Misseri, per poi cercare di sottrarsi ai riflettori con l’atteggiamento di chi sa ma non vuol far sapere. Dopo il coinvolgimento del marito e della figlia, ha deciso di salvare Sabrina addossando a Michele ogni responsabilità. Ha gettato dubbi sulla stabilità psicologica dell’uomo, che sarebbe stato “destabilizzato dai tranquillanti” e non sarebbe stato abbastanza lucido per delineare la dinamica dell’assassinio. Ha scaricato il marito, ostentando un evidente cinismo verso colui che fino al momento dell’arresto era stato comunque il suo compagno di vita.
Insieme a Valentina, la figlia maggiore, ha eretto una barricata impenetrabile per i media. È stata rappresentata come una vera e propria matrona, capace di governare a suo piacimento i ritmi e le priorità domestiche mantenendo saldo nelle proprie mani il potere di condizionare i comportamenti dei suoi congiunti, espresso soprattutto nei confronti del marito Michele.

5) Michele, padre presente ma lontano.
Un padre- mostro o un genitore talmente buono e altruista da essere disposto a sacrificarsi per le colpe di una figlia? Il ritratto di Michele Misseri ha ancora contorni incerti. Appena si è autoaccusato dell’omicidio, è stato impietosamente sbattuto sulle prime pagine dei giornali, come un essere capace di uccidere a sangue freddo per assecondare i suoi più bassi istinti. La sua prima confessione è stata scioccante: avrebbe ucciso Sarah colto da un raptus dopo aver tentato un approccio sessuale. Scabroso anche il dettaglio, poi ritrattato, della violenza sessuale postuma che avrebbe esercitato sul cadavere della ragazza prima di gettarlo nel pozzo.
In seguito ha portato a compimento la sua accusa nei confronti della figlia prediletta: è stata Sabrina a uccidere la ragazza. La sua posizione si è progressivamente alleggerita man mano che (anche grazie alle sue testimonianze successive) sono emerse le colpe di Sabrina. Resta l’immagine di un uomo rozzo e ingenuo, disposto anche a “sacrificarsi” nella sua semplicità d’animo e nella rozzezza che la moglie e le figlie gli hanno sempre attribuito.

6) Giacomo, padre assente ma vicino.
Il padre di Sarah è apparso fin dalla scomparsa della figlia un uomo schivo. Con poche parole ha dato il segno del dramma vissuto: “Sarah era il bello della vita. Ogni volta che mi alzo dal letto penso sempre che non la vedrò mai più”. Nel cuore paterno di Giacomo questa perdita ha aperto la porta a un dolore senza fine, ai rimpianti, alla voglia di giustizia, ai tanti ricordi. Sarah “ stava sempre a ridere e scherzare” e lui non è riuscito a trovare le parole per esprimere il suo sgomento di fronte alla morte di quella figlia desiderata “a tutti i costi”. Ha manifestato il desiderio di tornare a incarnare il suo ruolo, garantendo alla moglie e al figlio il migliore futuro possibile, ipotizzando un trasferimento lontano dal paese di Avetrana.
Nella tragedia, il padre prima lontano è capace di rivelare uno spessore umano non secondario: “L’odio verso chi ha fatto del male alla mia bambina aumenterebbe il dolore. Quando scopri che un parente te l’ha ammazzata, questo basta e avanza per uccidere dentro anche te”. È lui a mettere sul piatto apertamente anche il senso dei legami interfamiliari: “Di chi ti devi fidare, se non dei tuoi parenti?”. La sua sentenza nei confronti dei parenti serpenti è netta: i Misseri “non esistono più”. Ma, nonostante tutto, è un uomo che non vuole serbare rancori; a patto che chi ha colpa “paghi fino in fondo” e sconti “una pena giusta per quello che ha fatto”.

7) Valentina, sorella dietro le quinte.
La sorella di Sabrina è stata sullo sfondo della presenza della sorella. Dopo la svolta nelle indagini, lei è stata quella che più apertamente la difende. Secondo lei, Sabrina “è innocente”. È stata decisa nello scaricare la colpa su Michele. Nei confronti del genitore non ha mostrato un particolare attaccamento, forse perché ha una sua vita fuori dal nucleo familiare d’origine. Ha provato a ricucire il legame con la zia scrivendole una lettera in cui ha riaffermato l’assoluta innocenza di Sabrina ma non del genitore: “Non ti chiederemo mai di perdonare papà, neanche noi l’abbiamo fatto”.
Ha cercato di rappresentare la propria come una famiglia normale, strutturata su legami solidi e trasparenti: “Non è vero che mio padre era la vittima in casa, non è vero che mangiava i nostri avanzi, non è vero che mangiava con le mani. La nostra era una famiglia normalissima. Papà da noi figlie è sempre stato coccolato, io e mia sorella lo abbiamo sempre difeso”. Ma è lei stessa a riassumere con efficacia la connotazione che i media hanno cucito addosso alla sua famiglia: “Stanno paragonando mio padre al cenerentolo della situazione, io e mia sorella saremmo le sorellastre, mia madre la matrigna. Invece la nostra è una famiglia come tante altre, umile e modesta, in cui si litiga tra moglie e marito come capita in ogni famiglia”.

8) Claudio, fratello addolorato.
Come il padre Giacomo, anche Claudio sta inizialmente sullo sfondo. Dopo il tragico epilogo, ha preso subito le difese della sorella rispetto ad alcune voci e a un presunto movente sessuale.
Dopo la prima confessione di Michele, il suo giudizio è tranciante. Lo zio “non deve più esistere” e “se si suicida fa l’unica cosa giusta della sua vita e si mette a pari con il disastro che ha combinato”. Quando emergono le colpe di Sabrina, Claudio rivaluta lo zio, che “ha sempre fatto una vita ineccepibile” e indirizza tutto il suo risentimento contro la cugina.
Poi la sua attenzione si sposta verso il ricordo di Sarah. Dichiara di non interessarsi più né di Michele né di Sabrina ma di concentrare la sua attenzione e i suoi sforzi per portare a compimento il progetto del canile per cani abbandonati tanto caro a Sarah e alla sua famiglia.

Le frammentarie sottolineature della connotazione mediatica dei protagonisti di questa triste e desolante vicenda consentono di tratteggiare il ritratto parallelo di due famiglie, unite da legami improvvisamente e irrimediabilmente lacerati dall’assassinio della ragazzina.
Restano molti dubbi, come inevitabilmente capita di fronte a qualunque rappresentazione mediatica del dolore e di vicende familiari tanto complesse e drammatiche. Innanzitutto, quanto corrisponde l’immagine veicolata da televisione e giornali all’effettiva essenza dei protagonisti? E, in secondo luogo, quanto l’invadente presenza dei mezzi di comunicazione a copertura del delitto di Avetrana ha pesantemente condizionato i loro comportamenti, le loro parole e affermazioni, e i loro pensieri? La risposta a queste domande non dipende soltanto dai mezzi di comunicazione, ma dal modo in cui ci si dispone di fronte a essi.

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