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mercoledì 10 agosto 2022
 
Utero in affitto
 

Utero in affitto: «Diritto con le spalle al muro»

09/04/2014  A scriverlo, in una sentenza molto interessante che ha assolto a metà una coppia milanese che ha fatto ricorso alla maternità surrogata in India, è il gup di Milano Gennaro Mastrangelo il quale afferma che la possibilità offerta della tecnica «potrebbe divenire strumento per la soddisfazione del desiderio di genitorialità della madre malata terminale, del padre psicotico» e via dicendo

Avere un figlio ad ogni costo è considerato ormai un diritto inviolabile da ricercare con ogni mezzo messo a disposizione dalla tecnica. Spesso, anche nelle aule dei tribunali italiani ci si adegua a questo principio in nome, appunto, di un presunto “diritto alla genitorialità” da far valere sempre e comunque. Anche in barba alla legge che in Italia vieta il ricorso alla fecondazione eterologa.
«A prescindere da ogni valutazione etica, (…) le possibilità offerte dalla scienza sono talmente vaste da potersi immaginare esiti tali da far obliterare qualunque considerazione per i diritti del nascituro, il quale potrebbe divenire strumento per la soddisfazione del desiderio di genitorialità della madre malata terminale, del padre psicotico, della coppia i cui figli sono stati dichiarati in stato di adottabilità e che intendano procrearne altri eludendo il controllo del tribunale dei minori, di genitori assai in là negli anni, dei cugini primi». A scriverlo, in una sentenza piena di dubbi, è il giudice per l’udienza preliminare di Milano Gennaro Mastrangelo che ha assolto una coppia milanese dall’accusa di alterazione di stato civile per avere fatto ricorso in India alla maternità surrogata totale ed essersi dichiarati all’anagrafe di Milano papà e mamma del piccolo, che in realtà è stato concepito col seme dell’uomo, l’ovulo di una donatrice esterna alla coppia e, infine, messo al mondo da una terza donna.

I due coniugi sono stati condannati a un anno e 4 mesi di carcere “solo” per falsa dichiarazione a un pubblico ufficiale sulla propria identità. Hanno spiegato di aver fatto ricorso alla fecondazione eterologa all’estero – precisamente all’Hospital Hill di Mumbai con il quale hanno stipulato un contratto – visto che la donna aveva perso la capacità riproduttiva in seguito alle cure per un tumore. Entrambi si sono detti consapevoli che la pratica è vietata dalla legge italiana, la legge 40 sulla procreazione assistita attesa oggi al verdetto della Corte Costituzionale, che vieta la «surrogazione di maternità» prevedendo all’articolo 12, comma 6, la pena da tre mesi a due anni e una multa da 600 mila a un milione di euro.

Nelle motivazioni, il gup Mastrangelo scrive che «il progetto genitoriale in questo caso non appare giustificato» e che le molte possibilità offerte dalla tecnica potrebbero «divenire strumento per la soddisfazione del desiderio di genitorialità della madre malata terminale, del padre psicotico…» e via dicendo. Condotte che mettono il diritto «con le spalle al muro» e in qualche modo costringono i giudici a valorizzare il «benessere» del minore «terzo inconsapevole di un contratto a cui è rimasto estraneo« al fine di non privarlo dei suoi genitori «tecnologici».
Il bimbo, adesso, è ora figlio riconosciuto della coppia. Il Tribunale per i minori ha, infatti, «bloccato» la procedura di adottabilità che era stata aperta nel caso in questione. Mastrangelo inoltre ha respinto la richiesta del difensore di concedere agli imputati il riconoscimento delle attenuanti dell'aver agito per motivi di particolare valore morale e sociale, affermando che «la condotta tenuta» è stata «finalizzata a realizzare un proprio desiderio, senza considerazione alcuna della socialità dell'azione intrapresa» pur «a prescindere da ogni valutazione etica, ovviamente preclusa in questa sede».      

 
 
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