logo san paolo
venerdì 23 aprile 2021
 
IL PUNTO
 

Vaccinazioni anti covid, perché Israele, Usa, Inghilterra e Ue vanno a velocità diverse

25/02/2021  Vaccini anticovid nel mondo, non è una gara ma si presta a confronti. La mappa ci dice che in fatto di campagna vaccinale al momento il Paese che procede più spedito è Israele. Ma anche Stati Uniti e Inghilterra vanno più veloci dell’Unione Europea. Cerchiamo di capire le ragioni di queste differenze. Pro e contro

Prima di analizzare le situazioni dei diversi Paesi occorre fare una premessa: tutte le valutazioni che si potranno fare, e che solo alla lunga, a fine anno probabilmente, potranno dirci chi, a conti fatti, abbia avuto l’approccio alla vaccinazione anti covid più efficace, verranno con il senno di poi. Quando i singoli Paesi hanno iniziato a muoversi, a contattare le case farmaceutiche, a ragionare di strategie vaccinali, lo hanno fatto nella prima metà del 2020, quando ancora nessun vaccino era in procinto di essere approvato e dunque a rischio, alla cieca: scommettendo su una possibilità che avrebbe potuto verificarsi o meno. È importante capire questo, perché quando si è cominciato non erano disponibili tante informazioni che oggi invece sono a portata di mano e sarebbe una distorsione giudicare le scelte di allora senza tenere conto di questo aspetto e del fatto che alcune scelte si sono rivelate migliori o peggiori solo in corso d’opera. Altre informazioni, che arrivano man mano dalla comunità scientifica, di qui al momento in cui si potranno fare valutazioni definitive, cambieranno tante volte il quadro imponendo aggiustamenti in corsa.

IL SEGRETO DI ISRAELE

Al momento in cui scriviamo è Israele nel mondo il Paese che ha vaccinato di più e più in fretta. Vediamo come e perché. Israele, con 8,8 milioni di abitanti, 1,2 milioni in meno della Lombardia, secondo la mappa aggiornata in tempo reale di https://ourworldindata.org/ al 25 febbraio 2021 ha già vaccinato, oltre tre quarti della popolazione almeno con una dose, ma ha potuto farlo contando su una serie di fattori esclusivi, non ultima la disponibilità a pagare quasi il doppio rispetto ad altri contratti europei e americani. Ma anche su un’organizzazione sanitaria pubblica molto efficiente e digitalizzata, che si è servita anche dell’esercito (di leva obbligatoria per tutti, tre anni per gli uomini, due per le donne) per lo stoccaggio e la distribuzione. Tra l’altro è un Paese con una popolazione molto tecnologica anche tra gli anziani, cosa che ha consentito procedure organizzative digitali estese. Ma v’è di più: un accordo con la casa produttrice del vaccino Pfizer-BioNTech, ha trasformato di fatto Israele in un laboratorio sperimentale vivente, pronto a trasmettere al produttore tutti i dati relativi ai vaccinati: età, patologie, reazioni ecc. Chi lo ha stipulato assicura che non ci sia modo di risalire ai nomi delle persone e che dunque la sicurezza dei dati sarebbe salva, ma c’ è chi teme che qualcosa scappi in termini di violazione della privacy, anche se per la ricerca tutto questo potrà dare risposte importanti utili a tutto il mondo.

RUSSIA E CINA HANNO FATTO DA SOLE

  

Russia e Cina hanno finora agito, contando su una sorta di autarchia e autonomia vaccinale, nel senso che hanno prodotto, regolato e somministrato vaccini propri - in anticipo sui tempi del resto del mondo - ciascuno dentro i confini del proprio Paese e poi stipulato contratti con paesi “amici”, ma anche, almeno nel primo periodo, in assenza di dati trasmessi per verifica alla comunità scientifica internazionale. Un problema dunque di trasparenza, da cui la comunità scientifica non può prescindere. Qualcosa è cambiato quando Lancet, una delle principali riviste scientifiche, ha pubblicato poche settimane fa i dati relativi alla fase 3 della sperimentazione del vaccino russo noto come Sputnik, dati che hanno dissipato almeno una parte dello scetticismo. Il nodo comunque è sempre quello, la vericabilità e la trasparenza: «Se i produttori russi e cinesi aprono i loro dossier e mostrano trasparenza (…), allora potrebbero ottenere un’autorizzazione di commercializzazione condizionata come gli altri», ha spiegato Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ai deputati europei la sera del 2 febbraio. «Se fanno domanda all’EMA, il loro vaccino sarà analizzato in modo scientifico e indipendente». Ora si apprende che il vaccino russo è stato acquistato dal piccolo stato enclave di San Marino (ma non verrà somministrato a cittadini italiani) e autorizzato in Ungheria, senza attendere l’approvazione dell’Ema, l’agenzia regolatoria europea.

L'INTRAPRENDENZA AMERICANA

Gli Stati Uniti hanno al momento in cui scriviamo vaccinato un po’ meno del 20% della popolazione (ma con sensibili diseguaglianze sociali), sono riusciti a procurarsi un numero di dosi più celere e superiore rispetto all’Europa per una serie di fattori: intanto sono stati i primi a muoversi sul mercato già nel marzo 2020 quando un vaccino era di là da venire, costringendo per certi versi gli altri stati a darsi da fare per non rimanere indietro. L’iniziativa americana si è concretizzata soprattutto in un ingente investimento (si parla di 10 milioni di dollari) di risorse, gestito a livello federale, nella ricerca, nell’eventuale produzione e prenotazione di milioni di dosi di vaccini, che al momento non esistevano e che non si sapeva se mai sarebbero arrivati. A beneficiare di questo investimento è stata soprattutto l’americana Moderna. Ad accelerare il tutto ha contribuito il fatto che la Food and drug administration (Fda, agenzia regolatoria americana per il farmaco) ha approvato Pfizer e Moderna, in emergenza, con tempi più rapidi rispetto all’equivalente europea Ema.

L'EMERGENZA INGLESE

  

La Gran Bretagna, ormai fuori dall’Ue, e quindi legata solo a una propria agenzia regolatoria, nonché Paese dell’Università di Oxford, partner di AstraZeneca, nella ricerca su uno dei tre vaccini al momento approvati in Europa, si è trovata prima degli altri a fare i conti con la comparsa della cosiddetta variante inglese che si è manifestata prima lì in tutta la sua contagiosità. La situazione di totale emergenza ha fatto decidere l’agenzia regolatoria inglese con una rapidità che aveva fatto storcere il naso alla comunità scientifica europea, per timore di scarsa cautela. Anche maggiori perplessità, nell’immediato, aveva suscitato la decisione inglese di modificare il protocollo vaccinale rispetto alle indicazioni date dalle case farmaceutiche, nel mettere i vaccini in commercio: si è scelto infatti di ritardare la seconda dose per coprire con la prima più persone possibili. Questo fa sì che al 25 febbraio 2021 oltre un quarto della popolazione inglese abbia ricevuto la prima dose. Dati apparentemente buoni sull’esito di questo tentativo arrivano dalla Scozia, ma la comunità scientifica li osserva con cautela, anche perché solo il tempo potrà consentire di verificare la reale portata e durata della protezione della dose singola in assenza di protocolli sperimentali specifici. Anche se i dati che arrivano da quel laboratorio a cielo aperto che è Israele sembrano confermare anche l’utilità della dose unica, benché sul tema molti addetti ai lavori restino cauti.

EUROPA, CONDIVISIONE, CAUTELA E QUALCHE LENTEZZA BUROCRATICA E PREZZI PIÙ BASSI

A livello europeo i tempi di contrattazione sono stati più lenti rispetto a Inghilterra, Stati Uniti, Israele, in parte per la complessità burocratica di coordinare 27 Paesi, in parte per la decisione di non privilegiare una sola azienda ma di diversificare nell’incertezza di chi sarebbe davvero arrivato, in parte per la decisione di prenotare e acquistare con un unico centro in modo da un lato da strappare prezzi più bassi  (rispetto a Usa e Israele, almeno a giudicare dalle indiscrezioni), dall’altro da evitare una sperequazione tra Paesi europei con forza di contrattazione diversa, nella consapevolezza che nessuno esce da solo da una pandemia. Oggi qualcuno avanza il dubbio che si sia privilegiato il contenimento dei costi, rispetto alla rapidità. Altro tempo si è presa la contrattazione in tema di tutele legali alle aziende farmaceutiche: un argomento sul quale gli Stati Uniti sono stati più favorevoli alle aziende, riguardo alle loro eventuali responsabilità. L’Ema (agenzia regolatoria europea) ha approvato nell’ordine Pfizer BioNTech, Moderna e AstraZeneca, tra dicembre e fine gennaio 2021. Ma le forniture sono state rallentate rispetto alle previsioni e agli accordi e anche questo determina ritardi, mentre ovviamente si discute sulle garanzie dei contratti. Il fatto poi che i dati di AstraZeneca, pur approvato per tutti, abbiano indotto Ema a consigliarlo solo tra i 18 e i 55/65 anni di età per scarsità di dati al di sopra di quella fascia, ha condotto i Paesi – tra questi l’Italia – a modificare il piano vaccinale iniziale, portandolo a procedere in parallelo con la campagna per i più anziani e con quella per più giovani al lavoro in professioni di pubblica utilità, con qualche problema organizzativo che si sta vedendo parecchio anche in Italia, se è vero che eravamo all’inizio della campagna tra i più rapidi in Europa e ora rallentiamo. Forse anche perché un conto è organizzarsi per operatori sanitari ed Rsa, le situazioni logisticamente meno complesse, un conto è raggiungere tutta la popolazione. Il fatto che da noi l’organizzazione sia per la gran parte in capo all’autonomia delle Regioni non aiuta l’omogeneità del procedere. Il 25 febbraio inizia una due giorni di confronti a livello europeo: sul tavolo secondo la pressione per aumentare la produzione in Europa a costo di “imporre” la condivisione dei brevetti e una valutazione a proposito dell’opzione “singola dose per più persone”.

LA SFIDA PER I PAESI POVERI

  

Resta poi sul piatto, a proposito di brevetti, il grande tema dell’emergenza mondiale dei Paesi poveri. L’uscita dalla pandemia passa anche dalla protezione estesa anche a loro indipendentemente dalla capacità di spesa perché (Manhaus docet) non solo il virus non conosce confini, ma più lo si lascia circolare più sviluppa varianti resistenti. Ma la battaglia su quel fronte, perché il vaccino non sia un'esclusiva da ricchi, è ancora tutta da combattere.

 
 
Pubblicità
Edicola San Paolo
Collection precedente Collection successiva
FAMIGLIA CRISTIANA
€ 104,00 € 0,00 - 11%
CREDERE
€ 88,40 € 57,80 - 35%
MARIA CON TE
€ 52,00 € 39,90 - 23%
CUCITO CREATIVO
€ 64,90 € 43,80 - 33%
FELTRO CREATIVO
€ 23,60 € 18,00 - 24%
AMEN, LA PAROLA CHE SALVA
€ 46,80 € 38,90 - 17%
IL GIORNALINO
€ 117,30 € 91,90 - 22%
BENESSERE
€ 34,80 € 29,90 - 14%
JESUS
€ 70,80 € 60,80 - 14%
GBABY
€ 34,80 € 28,80 - 17%
GBABY
€ 69,60 € 49,80 - 28%
I LOVE ENGLISH JUNIOR
€ 69,00 € 49,90 - 28%
PAROLA E PREGHIERA
€ 33,60 € 33,50
VITA PASTORALE
€ 29,00
GAZZETTA D'ALBA
€ 62,40 € 53,90 - 14%