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La loro festa
 
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Vaisakhi: la primavera dei Sikh a Novellara

18/05/2017  In provincia di Reggio Emilia sorge il secondo tempio sikh più grande d'Europa (dopo Londra). Qui i fedeli di tutta Italia si ritrovano ogni anno per celebrare la festa di Vaisakhi, che segna l'inizio della bella stagione dopo il lungo inverno. Nel 2011 Jesus ha partecipato alla celebrazione, per scoprire dall'interno il volto di una comunità religiosa mite, mistica e ricca di fascino: ecco il racconto (da Jesus n. 6, giugno 2011)

Il rosso, il giallo e l'azzurro. E ancora il verde, il bianco, l'indaco e tanto arancione. Un arcobaleno che si muove fluttuando e pregando, con un ritmo e una grazia che solo le donne indiane sanno esprimere. Abbigliate a festa nei loro sute (le vesti tipiche), richiamano i colori della natura al suo risveglio. Insieme alle famiglie, dove non mancano mai i bambini, ringraziano Dio, festeggiando, come ogni anno, il Vaisakhi, l'inizio della primavera.

Avviene da circa vent'anni a Novellara, provincia di Reggio Emilia, un angolo della Bassa Padana dove parte della comunità sikh presente in Italia si è stabilita da tempo. Non sono solo i colori a rendere unica questa festa, ma anche il portamento regale di questi indo-italiani.

Tra di loro c'è Sony, solo 30 anni, ma per un indiano è un'età matura, tanto che ha già due figli, di 2 anni e sei mesi. «Vengo da un piccolo villaggio del Punjab: lì si vive per lavorare. Per questo ho deciso di emigrare e sono felice della mia scelta», spiega senza incertezze. «Mi sento italiano a tutti gli effetti, ormai sono 12 anni che vivo qui, anche se non ho ancora la cittadinanza. Ho la carta di soggiorno e ogni 5 anni devo rinnovarla».

«La comunità, almeno vista dall'esterno, è molto coesa», spiega la sociologa Barbara Bertolani, che ha condotto varie ricerche sui gruppi punjabi in Italia. «Si integrano bene nella società italiana. Svolgono lavori umili nelle stalle, come mungitori, come operai nell'industria o come facchini. In piccola parte sono commercianti».

Si sono stabiliti soprattutto al confine tra Lombardia, Emilia e Veneto, oppure a sud di Roma. «Prima di essere assunto come operaio, ho fatto un po' di tutto», sorride Sony ricordando le peripezie degli anni passati. «Appena arrivato, sono stato facchino al circo Orfei; poi ho lavorato come bracciante agricolo, facendo la vendemmia; e per un periodo ho fatto anche il mungitore, tutto in nero. Oggi sono in regola e mi trovo molto bene».

I fedeli sikh in India sono circa 19 milioni, ma quasi un altro milione vive all'estero: oltre 400 mila in Gran Bretagna, 300 mila in Canada e 100 mila negli Stati Uniti. Nel nostro Paese, secondo stime approssimative dell'ambasciata indiana, se ne troverebbero circa 150 mila, di cui 70 mila ancora irregolari. Ma azzardare stime è piuttosto complicato: «Non esiste una rilevazione numerica attendibile delle comunità religiose in Italia », spiega Bertolani. «Infatti, non tutti quelli che provengono dal Punjab (regione con forte presenza sikh), sono di religione sikh. Inoltre, quando si organizza un censimento nazionale, non viene chiesta la religione di appartenenza e questo non aiuta la conta».

Il grande flusso della diaspora sikh in Italia è avvenuto negli anni Ottanta. Oggi è più difficile emigrare, visto che con l'aumentare degli arrivi l'ambasciata italiana ha irrigidito le modalità di rilascio dei visti. «Di solito a emigrare per primi sono gli uomini. A volte arrivano con un visto turistico, scaduto il quale rimangono in uno stato di clandestinità», prosegue la ricercatrice. «Per lo più si trattengono al Sud o nel Lazio, dove è più facile passare inosservati. Non appena ottengono i documenti, emigrano al Nord e cercano di portare in Italia anche la famiglia. Oggi molti uomini arrivano grazie ai decreti flussi. La maggior parte delle donne, invece, giunge in Italia grazie al ricongiungimento familiare».

«Oltre a mia moglie, qualche anno fa è arrivato anche mio cognato, ma non ha ancora trovato lavoro. Oggi non ce n'è più per nessuno», si rattrista Sony. Succede pure di peggio: «Molti che arrivano e non hanno parenti, rimangono clandestini e quindi vengono sfruttati », allarga le braccia la sociologa. Qualche mese fa la stampa ne ha dato notizia: nella provincia di Latina ci sono almeno 7 mila braccianti sikh pagati tre euro l'ora, alla mercé di proprietari terrieri che si fanno chiamare «padroni».

Usi e i segni tradizionali della cultura sikh e polemiche di vecchia data

A Novellara, il mattino della grande festa sikh, c'è un viavai frenetico: tutto deve essere pronto per la processione del pomeriggio. Le donne lavano il langer, la cucina comunitaria che fra qualche ora funzionerà per preparare il pasto non si sa bene per quante persone. Nessuno sembra preoccuparsene: qui i visitatori di qualsiasi religione sono benvenuti.

Alcuni uomini con il turbante, all'esterno del Gurdwara, il secondo tempio sikh più grande d'Europa (dopo quello di Londra), stanno lavando il trattore che trasporterà il carro con il Libro sacro, il Guru Granth Sahib. Sarà posto sotto a un baldacchino, anch'esso ripulito e coperto di ghirlande di fiori freschi e colorati per la processione solenne per le vie del paese.

In questo giorno speciale, oltre che dall'Emilia, i fedeli sikh giungono un po' da tutta Italia. Gli uomini col turbante, detti «khalsa» (puri), hanno ricevuto una sorta di battesimo, che li ammette in una nuova comunità ispirata ai principi religiosi tradizionali e strutturata secondo valori paramilitari. Sony è uno di loro e lo è anche Sally, la sua compagna.

«L'ho sposata solo quando ha accettato di seguire la mia strada», dice con franchezza l'operaio indiano. «È importante che questa scelta venga condivisa perché il matrimonio duri. La mattina prego per circa un'ora e mezza, al pomeriggio per mezz'ora e prima di dormire dico l'ultima preghiera. Non fate anche voi lo stesso, almeno la sera?», ci chiede. E poi aggiunge: «Quando segui le regole, preghi e una parte del tuo guadagno va in opere di carità, Dio ti esaudisce anche prima che glielo domandi».

I khalsa, insomma, sono una sorta di «consacrati», che mostrano la loro devozione indossando i kakaar, gli «articoli di fede»: i kesh, i capelli lunghi, non tagliati, simbolo di rispetto di come Dio ha creato l'uomo; il kanga, il pettine, simbolo di pulizia; i kaccha, i pantaloni, simbolo di autocontrollo e castità; il kara, il bracciale d'acciaio che rappresenta la forza infinita di Dio; e il kirpan, il pugnale cerimoniale, simbolo religioso di lotta contro ogni forma di ingiustizia.

Quest'ultimo oggetto è stato spesso causa di accese polemiche. Anche recentemente, un sikh è stato fermato al supermercato perché portava l'arma al fianco. In tribunale, però, il magistrato lo ha riconosciuto innocente: si tratta di un segno – ha stabilito – che gli permette «di professare liberamente la propria fede». La Lega Nord ha contestato il verdetto del tribunale di Cremona parlando di «sentenza choc». Ma mentre in altri casi l'aggressività anti-immigrati tipica leghista ha portato consensi elettorali, su questo fatto specifico l'opinione pubblica non è andata dietro ai consoli di Bossi: segno di un'accoglienza positiva della comunità sikh, che si è guadagnata la fama di gruppo tranquillo di lavoratori, mai coinvolti in episodi di violenza o di criminalità.

Il Vaisakhi, il Nagar Kirtan e il libro sacro del sikhismo

  

Bambini Sikh durante una processione religiosa nell'Amritsar (foto Ansa)

Bambini Sikh durante una processione religiosa nell'Amritsar (foto Ansa)

A differenza degli altri uomini col turbante, Ari Singh, 47 anni, ha caratteri somatici familiari: «Sono italiano e abito a Bracciano, vicino Roma», racconta amabilmente. «Non posso dire di essere un convertito perché la mia famiglia non mi ha mai battezzato nella fede cristiana. Ho abbracciato il sikhismo quando avevo 10 anni, ma il battesimo l'ho ricevuto a 18». Ari ha deciso di diventare sikh perché «è una religione che abbatte i pregiudizi». Di italiani sikh, ci conferma, ne esistono solo quattro o cinque. Oltre a gestire gli affari di famiglia, Ari va spesso in giro per il Bel Paese: «Mi piace aiutare le persone a meditare e amo far conoscere questa religione così accogliente».

La solenne processione sta per partire. Alla testa del corteo il trattore tirato a lucido trascina il carro sul quale è esposto il Libro sacro. Subito dietro alcuni guerrieri scalzi, con le spade sguainate, sono preceduti da una cisterna che purifica simbolicamente il suolo contaminato prima del loro passaggio. Altri guerrieri vestiti di bianco e blu precedono la fila della comunità orante. Prima le donne, poi gli uomini, tutti incedono in modo composto e con in mano cartelli che proclamano le sagge riflessioni del Libro.

Si stima che ogni anno 7-8 mila persone si ritrovino per celebrare questa festa. Alcuni con un megafono intonano preghiere e canti che tutti ripetono. Dopo un lungo tragitto, si giunge nella piazza davanti al Municipio di Novellara, dove alcuni "soldati" sikh simulano i duelli del passato.

Ad assistere non mancano il sindaco della città, un rappresentante della comunità cinese e un sacerdote. Tutti e tre portano il loro saluto pubblico. La grande festa del sikhismo, infatti, fa parte del progetto Nessuno escluso che il Comune di Novellara, già da qualche anno, sta portando avanti e che prevede la partecipazione reciproca delle diverse comunità, compresa quella italiana, alle feste religiose più importanti.

Dopo poco tutti si riversano nel campo sportivo. Qui Sony, da buon «khalsa» organizza, insieme ad altri, un gruppo di arti marziali che mostra le sue abilità fisiche con bastoni e grandi spade luccicanti. Da molti anni anche Ari pratica quest'arte, ma ci tiene a sottolineare che non ha nulla a che fare con la fede sikh: «La pratica marziale è legata alla tradizione, ricorda il fiero passato dei guerrieri del Punjab, ma la relazione con il sikhismo è paragonabile a quella che c'è tra il cristianesimo e il nuoto. È vero che molti preti nuotano, ma non significa che questo sport c'entri con la religione cristiana», sorride. I tornei si prolungano fino al tramonto. Il pubblico assiste incuriosito. La lunga giornata volge al termine.

Il giorno dopo, domenica, i fedeli si ritrovano nel tempio, per proseguire la festa del Nagar Kirtan. I volti hanno lineamenti affascinanti e freschi: sono la seconda o terza generazione di un'immigrazione recente. «La famiglia di origine è ancora una presenza molto forte nelle scelte dei figli, a differenza di quanto succede ad esempio in Gran Bretagna, dove il flusso migratorio dei sikh si è stabilito già nell'Ottocento. Oggi, quindi, le abitudini, le tradizioni e le sensibilità occidentali sono completamente assimilate dalla comunità sikh, almeno dai più giovani», chiarisce Ari.

Il sole splende. Prima della solenne cerimonia, i devoti, insieme ad altri volontari, calano con una grossa corda l'enorme pennone del tempio per lavarlo. In cima svetta il Khanda, simbolo del potere creativo universale: un cerchio con al centro una lama a due tagli. Il cerchio indica l'infinito, le due lame l'equilibrio spirituale e temporale dell'universo e il potere onnipotente del Creatore. Una volta innalzato nuovamente il pennone, i fedeli vi sostano davanti in preghiera. Alcune donne ci girano intorno, adoranti.

«Le donne più giovani spesso parlano l'italiano, a differenza delle più anziane», dice Barbara Bertolani. «Molte cercano un lavoro che si concili con le esigenze familiari. Aspirano per lo più a un mestiere in fabbrica». Capita, però, che se un sikh lavora nelle stalle, cerchi di fare impiegare con sé anche la moglie. «Io vorrei che mia moglie Sally trovasse lavoro, ma non è facile», chiosa Sony. «Sono sei anni che è in Italia, ma non parla bene l'italiano perché frequenta solo donne della nostra comunità».

Al tempio gli adepti arrivano alla spicciolata, ma senza sosta. Prima di entrare, si tolgono le scarpe, si lavano i piedi e si coprono il capo in segno di rispetto. Dalla porta centrale si scorge un grande stanzone in fondo al quale è posto l'altare: al centro un anziano fa oscillare solennemente il chauri (un ventaglio di pelo di yak) sul Guru Granth Sahib, il Libro sacro. Questo gesto esprime la venerazione per la parola rivelata da Dio. A lato un "predicatore" declama la Scrittura. «I missionari che commentano il Libro arrivano per lo più dall'India, qualcuno anche dal Regno Unito. Noi, qui, siamo solo degli organizzatori», chiosa Krishan Singh, soprannominato Ram, vicepresidente della comunità di Novellara, da 26 anni in Italia.

Le parole si alternano alle musiche tradizionali eseguite da un gruppo di musicisti. La folla è divisa: da una parte le donne, dall'altra gli uomini e nel mezzo una processione lenta e silenziosa che arriva davanti all'altare, dove tutti si prostrano e lasciano un'offerta. «Questa festa è un momento di ritrovo per tutti i sikh italiani ma la comunità di Novellara, che conta circa 700-800 persone, ogni domenica si incontra al tempio e, prima di pranzare insieme, legge il Libro per approfondire la conoscenza della fede», rimarca Ram.

Il Libro sacro del sikhismo è il punto d'arrivo di una storia complessa che parte dal XV secolo e ha origine nel Punjab, regione nord-occidentale divisa tra Pakistan e India, per opera della predicazione di Nanak, primo maestro sikh. Il suo pensiero fu influenzato dal sufismo e da alcuni movimenti marginali hindu. La nuova sensibilità espressa da Nanak assecondava l'esigenza di avere un rapporto diretto con Dio, senza la mediazione dei brahmini, la classe sacerdotale hindu che esigeva una ricompensa per le cerimonie. La relazione senza mediazioni col creatore, la rinuncia al formalismo del cerimoniale e alle pratiche esteriori, il rifiuto delle divisioni castali, sono alcuni degli elementi del sikhismo. Dopo Nanak seguirono altri nove guru che, secondo la tradizione, sono le manifestazioni dello stesso principio immortale che era nel fondatore. Alla morte del decimo – Guru Gobind Singh – non ci furono eredi e fu stabilito che ogni autorità passasse al Libro sacro.

Una competizione di arti marziali Gatka nell'Amritsar (foto Ansa)

Una competizione di arti marziali Gatka nell'Amritsar (foto Ansa)

«Nonostante il ripudio delle differenze sociali, spesso i matrimoni tra sikh si celebrano tra persone della stessa casta. Anche i matrimoni misti sono rari», racconta la sociologa italiana. «Oggi è interessante il cambiamento delle regole nei matrimoni combinati: la famiglia presenta al ragazzo/a una rosa di candidati/e. E i futuri sposi si conoscono almeno un po' prima di decidere. Ovviamente, entrambi possono rifiutare la proposta». Anche a Sony è stata data una scelta: «Sette anni fa sono tornato in India per sposarmi. I miei genitori mi hanno presentato la mia futura sposa e mi è piaciuta, per questo l'ho accettata», spiega sicuro. «Ora abbiamo due figli maschi, ma volevo tanto una bambina. Stiamo adottando una figlia di mia cognata: capita spesso in India, ma quanta burocrazia qui in Italia!».

È quasi ora di pranzo, ma già dalla prima mattina si sente un profumo di spezie. Ci si siede a terra, scalzi, l'uno accanto all'altro e si aspetta il proprio turno per mangiare: il chapati (pane tipico indiano) è accompagnato da riso basmati e lenticchie fritte. Il bicchiere è sempre colmo: il tchai (tè e latte) è servito senza sosta. Nel pomeriggio si svolgono una serie di spettacoli di Bhangra, una fusione di musica, canto e danza indiane. L'arancione, il verde, ma anche tanto blu e bianco continuano a intrecciarsi in un movimento armonioso.

Cala la sera. In ordine sparso la grande folla si dirada. Piano piano l'arcobaleno di colori scompare all'orizzonte. Tornerà puntuale alla prossima festa di Vaisakhi, perché, come dice il Libro sacro dei sikh, «l'anima di coloro che nutrono amore per Dio, è sempre con Lui».

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