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martedì 21 maggio 2024
 
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Vajont, perché la memoria diventi responsabilità. Ne parlano Marco Paolini e un sopravvissuto

09/10/2023  Il 9 ottobre del 1963, giusto 60 anni fa, si consumò tra le valli del Vajont e del Piave una delle tragedie più grandi del nostro Paese. Anzi la più grande. E la più prevedibile. Ripercorriamo quei momenti con l'aiuto di un sopravvissuto. Nel frattempo, in 180 teatri d'Italia stasera si rappresenta VajontS23, dal canovaccio del famoso monologo di Marco Paolini: ideata dall'attore, è la più grande "azione corale di teatro civile" mai realizzata. "Non più solo memoria, ma un contributo per dare risposte alle sfide della crisi climatica".

Il Vajont a 60 anni dal Vajont.  Il 9 ottobre del 1963 si consumò tra le valli del Vajont e del Piave una delle tragedie più grandi del nostro Paese. Anzi la più grande. E oggi ce n’è la certezza: la più prevedibile.  

   Quella sera alle ore 22,39 una massa franosa di circa 270 milioni di metri cubi di roccia precipita alla velocità di 90 km orari  nel lago formato dalla diga del Vajont, costruita tre anni prima dalla Sade-Enel. Un intero versante del monte Toc, la cui sinistra onomatopea doveva pur dire qualcosa ad ingegneri e progettisti, frana nel bacino. E’ come se 675 navi della stazza della “Costa Concordia” cadessero contemporaneamente nell’invaso. La frana causa un’onda alta centinaia di metri che, scavalcando la diga, travolge il paese di Longarone, cancellandolo dalla carta geografica assieme ad altri 12 villaggi. Vi perirono 1910 persone. Il processo penale finì nel 1971 con due sole condanne e moltissime assoluzioni. Il processo civile si concluse solo nel 1997. 

Ripercorriamo quelle ore e quanto accadde poi con la testimonianza di un sopravvissuto.  Ha solo 24 anni Giochino Bratti, giovane insegnante di Longarone, residente nel quartiere di Pians, risparmiato dalla distruzione perché più alto, quando frana il monte Toc, causando morte e distruzione.

Quella sera Gioachino non era sceso in centro, al circolo locale delle Acli, per la riunione stabilita: all’ultimo momento era stata sospesa. Un cambio di programma che gli avrebbe salvato la vita. E, rimasto a casa, stava ancora studiando sul manuale di letteratura francese per l’esame di lingua che avrebbe dovuto sostenere all’università. L’ultimo, prima della tesi. «Ricordo ancora la pagina sulla quale posavano i miei occhi, quando io e mia madre udimmo un grande rombo proveniente dalla diga. Usciti fuori da casa, nonostante il  buio della notte, si vedeva un’enorme massa bianca che scendeva dalla diga verso il paese e i lampi dei cavi elettrici che saltavano un po’ dovunque. L’acqua polverizzata per la forza d’urto dell’onda ci colpiva in faccia. ‘Mamma scappiamo’, esclamai. E ci rifugiammo più a monte, assieme ad altri compaesani del mio quartiere, arrivati prima di noi. Tutto durò tre minuti». Tre minuti in cui sarebbe consumata la più grande tragedia del nostro Paese. Una tragedia annunciata.

«Correndo giù, capii che era successo qualcosa di gravissimo. Poi, allo spuntare della luna e, ancor più all’albeggiare, l’entità del disastro ci divenne del tutto chiara», continua nel racconto Bratti: «Ma già di notte faceva impressione l’enorme accumulo di macerie, pietre e fango che ci impediva di andare avanti. Bisognava darsi da fare subito per soccorrere la gente. Purtroppo affioravano tra i detriti anche miseri resti umani. Ne ho visti tanti. Tornai a casa per procurarmi una torcia e un piccone e iniziai, come moltissimi altri, a scavare, cercando di estrarre chi fosse ancora vivo». Gioachino, oggi ottantaquattrenne, ricorda come fosse oggi d’aver soccorso, tra gli altri, anche Renato Migotti, che poi sarebbe diventato il presidente dell’associazione dei superstiti, che ora si chiama “Vajont, il futuro della memoria”. «Lo estraemmo da sotto le macerie. Il materasso che gli era finito sopra gli salvò la vita», precisa. «In quelle ore dominava un irreale silenzio». Quello ricordato anche dai versi  tradotti in 12 lingue, apposti all’ingresso del cimitero di Fortogna, frazione di Longarone, che raccoglie le vittime della tragedia: “Prima il fragore dell’onda, poi il silenzio della morte, mai l’oblio della memoria”. «Quando entro lì dentro e leggo  i nomi sui cippi, il ricordo di tanti amici, di conoscenti, dei ragazzi a cui avevo fatto il catechista, o dei miei compagni di gioco, dei miei colleghi di lavoro, mi assale e rinnova in me il dolore di quei giorni. Ma c’è chi come il nostro vescovo d’allora, monsignor Gioacchino Muccin, che tanto si prodigò per soccorrere i longaronesi, si scherniva dicendo: “Soffro per non aver sofferto abbastanza”». 

   Bratti, che nel Vajont perse “solo” uno zio sacerdote, don Bortolo Larese, arciprete di Longarone, sa di essere stato, come sopravvissuto, un miracolato. «E’ anche per questo che cominciai a impegnarmi per la rinascita del paese. L’impegno amministrativo mi avrebbe in qualche modo dato la possibilità di  restituire quanto la provvidenza mi aveva regalato». Bratti  fu eletto sindaco di Longarone nel 1975, e vi rimase fino al 1995. «Una dedizione  per la mia comunità – precisa - che non avrei potuto mantenere senza la comprensione e l’appoggio di mia moglie Mariangela, mancata due anni fa». 

    Com’è stata possibile la rinascita di un paese che “non esiste più”, parafrasando il famoso incipit con cui Giampaolo Pansa, giovanissimo inviato della Stampa, cercava di spiegare il disastro all’indomani di quel 9 ottobre di sessant’anni fa? «Il primo pilastro  - risponde Bratti - su cui abbiamo ricostruito è stata la tenace volontà di noi longaronesi di voler riedificare il paese dov’era sorto: il Comune lo dichiarò subito contrapponendosi all’idea del governo che voleva riedificare il paese in un altro luogo».

   Il secondo pilastro che risollevò il Paese dalla disperazione, per l’ex-sindaco, fu l’onda di solidarietà che superò quella mortifera del Vajont: «Dai primi soccorritori, come alpini, e i vigili del fuoco, ai grandi enti; dalle tantissime associazioni, ai  quotidiani nazionali, la Rai, la diocesi, gli scout: fu una gara di altruismo senza precedenti da tutt’Italia».   

«Non possiamo infine  disconoscere che fu determinante alla rinascita l’intervento tempestivo delle Istituzioni», osserva  Bratti: «La legge Speciale per il Vajont, le provvidenze economiche arrivate celermente, il sostegno alla ricostruzione delle attività economiche distrutte nella catastrofe avrebbero impresso un nuovo slancio nel territorio, portando lavoro e bloccando l’endemica emigrazione».  Certo, in questi 60 anni, non sono mancate le ombre per casi di speculazione o per certe scelte urbanistiche; e anche in seno alla comunità sono sorte divisioni e conflitti politici. «Ma nel frattempo la giustizia ha fatto il suo corso, individuando responsabili e colpe del disastro; e la nostra comunità ha superato la frattura tra vecchi e nuovi longaronesi, oggi tutti uniti nel dovere della memoria, con lo sguardo al futuro».   

Uno sguardo al futuro che lo accomuna a colui che trent’anni fa portò la vicenda del Vajont sullo schermo inchiodando gli italiani davanti alla tv col suo monologo e che oggi ripropone quell’opera in chiave  e forme diverse. Ci riferiamo a  Marco Paolini. Oggi la sua voce solista  è diventata un “coro”,  o come la chiama lui “un’azione corale di teatro civile”, forse la più grande mai realizzata:  in 180 teatri  sparsi in tutt’Italia, dai più grandi a quelli amatoriali,  sarà messo in scena .VajontS 23 che di quel monologo è il canovaccio semplificato.  Sono stati coinvolti 1200 luoghi informali tra scuole, biblioteche, quartieri, parrocchie, circoli sortivi, carceri. Oltre 4 mila saranno i narratori con un pubblico di 30 mila spettatori. Di grande impatto sarà lo stop contemporaneo di tutte le rappresentazioni alle  ore 22 e 39 minuti, orario preciso del disastro, per ascoltare  in silenzio i rintocchi della vecchia campana del campanile di Longarone, che  fu subito recuperata dalle macerie, e che ogni anno ricorda l’evento.  «Non  si vuole più riproporre una storia conosciuta e ormai salvata dall’oblio, né  fare solo opera di denuncia di quanto avvenuto, che fu il mio intento d’allora», dice  Paolini. «L’obiettivo  stavolta è più alto,  rivolto al futuro:  contribuire col teatro ad affrontare la sfida della crisi climatica. La tragedia del Vajont  deve parlare di oggi, di noi, del nostro rapporto con l’ambiente. Così, senza pretendere di dare soluzioni che non competono a uomini di teatro, può diventare, tuttavia, occasione di avviare “pratiche di prevenzione civile”. Tutto questo è possibile perché sulla scena  si sprigiona il potente algoritmo delle emozioni. Bisogna fare qualcosa che costa molto, perché se non lo facciamo il prezzo sarà infinitamente più alto. I mille cori di VajontS 23 servono a  ridare alle persone quell'energia, quella voglia di alzarsi in piedi e di provare a chiedere, interrogare prima di tutto se stessi, poi anche gli altri, in maniera non petulante ma costruttiva», conclude.

Agli spettatori dei VajontS23 nei 180 teatri sarà proposto un questionario per comprendere le abitudini e i comportamenti nel rapporto uomo-natura. La serata sarà trasmessa in diretta su Rai Radio 2 in una puntata speciale della trasmissione «Caterpillar» a partire dalle 21. Alle voci dei conduttori Massimo Cirri e Sara Zambotti dagli studi Rai di Milano, si aggiungeranno quelle di Teresa Mannino dagli studi Rai di Palermo, di Paolo Maggioni dal Piccolo di Milano - dove ci sarà Marco Paolini con un coro di 200 cittadini e narratori come il sindaco Beppe Sala e gli scrittori Marco Balzano e Benedetta Tobagi - e quelle di Pietro Sermonti e Neri Marcorè al teatro Brancaccio di Roma. VajontS23 è nato da un’idea di Marco Paolini per “Fabbrica del Mondo”, ed è stato realizzato da Jolefilm in collaborazione con Fondazione Vajont.

 
 
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