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lunedì 25 ottobre 2021
 
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Vanessa Ferrari, anche gli dei dell'Olimpo si sono inchinati

02/08/2021  Una medaglia che vale molto più di un argento per la vita che contiene, per la determinazione, per la piccola cannibale che in pedana è diventata donna e l'ha dimostrato

Superb! Direbbero i francesi. Sarebbe uno spreco considerare “solo” un argento la medaglia di Vanessa Ferrari. Anche al netto dell’ineguagliabile battuta di Giorgio Cagnotto che a chi gli diceva “Solo secondo?” rispondeva implacabile: “Che lavoro fai? Ecco, prova a farlo meglio del resto del mondo tranne uno solo, poi ne parliamo”. Perché ci sono medaglie che hanno un valore che non si calcola. Per quando arrivano, per come arrivano, per la storia che hanno dentro, sotto, dietro. Poche medaglie sono state volute con la determinazione caparbia dell’argento che si è messa al collo Vani da Brescia. E vale ancora di più, adesso, che arriva come la ciliegina sulla torta di una storia spessa: la piccola cannibale del 2006, capace di diventare la prima donna (in erba, aveva 16 anni) della storia italiana a vincere il titolo mondiale nel concorso generale di ginnastica artistica, ha lasciato il posto a una donna matura e tutto quello che le arriva oggi ha un sapore più intenso, perché si conosce la strada impervia che ci vuole per arrivarci.

Era tutto potenzialmente lontano due mesi fa, al tempo dell’ultima intervista a Fc, quando la qualificazione ai Giochi era ancora in bilico, contesa con Lara Mori, alla prova di Coppa del mondo di Doha il 18 e il 19 giugno. S’era capito in quella gara, in cui ha vinto la sua prova al corpo libero, che Vanessa Ferrari, tornata sul podio europeo il 25 aprile scorso, a 30 anni voleva arrivare a Tokyo con tutta l’anima. Che se la voleva giocare per chiudere il suo conto aperto con i cerchi olimpici.

A Pechino 2008, che doveva essere la sua edizione, la ragazzina campionessa europea e del mondo si avvicinava alla maggiore età e a quella che si credeva allora fosse la maturità atletica per una ginnasta: ma Vanessa non stava bene, non era al meglio nel corpo e nella testa e il sogno infranto finì in lacrime lontano dai riflettori tra le braccia di papà in un corridoio del palazzo che ospitava la ginnastica olimpica. Le telecamere non videro quell’abbraccio. Chi c’era sì.

Londra 2012 sembrava lontanissima: 22 anni, si diceva allora, nella ginnastica dominata dalle bimbe cinesi che bruciava tutto e tutte alla velocità del suono, potevano già pesare. E invece Vanessa c’era, agguerrita e pronta, ma finì in lacrime un’altra volta non per accidenti suoi, ma per colpa di un regolamento sgarbato che impediva all’epoca di fare quello che hanno potuto fare il primo agosto Tamberi e Bashim nel salto in alto: condividere la medaglia a pari merito. Vanessa con identico punteggio della terza restò con in pugno una medaglia di legno e un quadriennio di rimpianti.

A Rio 2016, stesso copione, punteggio diverso, ma sempre quarto posto, non era legno ma cartone, tali e quali la zuppa e il pan bagnato. E 26 anni sembravano troppi per promettersi il futuro, nel volgere geologico di un quadriennio olimpico. Per altre lo sarebbero stati anche senza la rottura del tendine d’Achille nel 2017, l’ultima tegola, la più pesante, dopo una sequela di infortuni, e relativi interventi chirurgici uniti a una serie di disavventure di salute: «Ogni infortunio serio», ci raccontava Vanessa alla vigilia della qualificazione a Tokyo, «ti mette ko perché ti lascia il dubbio di non sapere se riuscirai a ritornare e ogni volta è ricominciare da zero. Passi dall’entusiasmo del “sì posso tornare” al fare i conti con il corpo che non è pronto mentre la testa corre avanti. La rottura del tendine d’Achille è molto lunga, ho pensato che non ce l’avrei fatta, le delusioni sportive invece si superano, ogni volta he ho deciso che volevo andare avanti me lo sono lasciate un po’ alle spalle. Il rammarico rimane ma devi guardare avanti. Poi sono stata sfortunata, nel 2015 ho avuto la monucleosi (la stessa malattia la cui convalescenza sta complicando l’Olimpiade a Gregorio Paltrinieri), stavo male e non capivo perché, mi allenavo con una fatica enorme, quando l’ho scoperto, ci ho messo tantissimo a uscirne, poi la tiroide, infine – quando il quadriennio olimpico già lungo è diventato un quinquennio - , per non farsi mancare nulla, ci si è messo pure il covid sintomatico, per dieci giorni sono stata malissimo, poi ho faticato a ricominciare».

Ma Vanessa non si è arresa mai, appena i sintomi se ne sono andati si è improvvisata un surrogato della palestra nel garage per non perdere tutta la forma. Voleva Tokyo con i denti. Pronta a pagare al centesimo tutti i conti che il tempo che passa chiede al corpo: «A questo livello», raccontava sognando una giornata come oggi, «dopo tutti questi anni non puoi mai sperare di stare bene al 100 % i problemi fisici ci sono sempre e devi gestirli al meglio, gli allenamenti che faccio ora sono diversi, meno ore, minori ripetizioni, devo lavorare più sulla qualità che sulla quantità perché il fisico non regge più i ritmi di un tempo e perché devo gestire le conseguenze degli infortuni patiti che ci sono. L’esperienza aiuta a capire sé stessi, il proprio corpo e come gestirlo. La tensione in campo gara c’è sempre perché è uno sport molto rischioso, ti giochi tutto in pochi minuti, ma anche quella va gestita: un po’ di tensione stimola, se eccessiva può bloccare».

Anche la testa, pur determinatissima e concentratissima, è diversa nella donna di oggi rispetto alla piccola cannibale di 15 anni fa e non è solo questione di timidezza spazzata via insieme all'adolescenza: «A 16 anni appena vinto il Mondiale mi sono detta: “bene, ho fatto il mio dovere”, pensavo alla prossima gara. Più passano gli anni ti rendi conto del valore. Facendo una vita in palestra, per me esisteva solo casa-palestra-casa: non avevo più respiro, due allenamenti al giorno, la sera a scuola, la domenica a rispondere alle esigenze dei media, a 16 anni rischi di scoppiare». Il cammino verso Tokyo, tre lustri dopo, ha avuto un ritmo diverso, imposto per la salute del corpo, scelto per la salute dell'anima: «Quando sono in campo gara sono sempre la stessa: determinata a fare bene, ma gestisco molto di più gli allenamenti, non mi piace stare tutto il giorno in palestra, ho imparato a staccare la testa, nelle fasi un po’ lontane dalle gare se da piccola non mi concedevo mai ferie oggi ho imparato a prendermele. Da tre anni ho comprato casa con Simone, mi piace vivere la casa, la famiglia, i miei cani. La mattina vado in palestra, al pomeriggio faccio le terapie, ma quando posso andare a casa e tirare il fiato sono felice». Quando ancora non era certa di poter salire sul volo per Tokyo ripeteva: «Vorrei comunque arrivarci stando bene fisicamente, serena, poter fare le gare anche divertendomi e giocarmi le mie carte, poi se arriva la medaglia meglio, ma vorrei uscirne soddisfatta di me stessa, per il mio percorso».

Il sorriso, consapevole, con cui è scesa dalla pedana di Tokyo il 2 agosto 2021, diceva della sensazione dell’obiettivo centrato. Il resto è storia non solo di oggi, Storia e basta di uno sport leggiadro quanto duro. Ha messo tutta la vita in quell’esercizio, Vanessa, forse il più bello mai eseguito in gara. Se aveva qualche dolorino lo ha nascosto bene: ai giudici, a sé stessa, a noi e agli Dei dell’Olimpo che dopo avere tanto chiesto, finalmente, hanno dovuto restituire. Chapeau.

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