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lunedì 29 novembre 2021
 
Fiction
 

Non dirlo al mio capo: che fatica essere mamma e lavorare!

04/05/2016  “Non dirlo al mio capo!”, Rai 1: lei è una mamma che non trova lavoro, lui il legale che non l’assume. «La realtà è così»

Ancora oggi molte donne si vedono rifiutare un lavoro perché incinte oppure perché già madri. Un problema sociale che da qualche tempo interessa il mondo del cinema e delle fiction. Come quella in onda dal 28 aprile su Rai 1, Non dirlo al mio capo!, per la regia di Giulio Manfredonia. I protagonisti sono Lino Guanciale e Vanessa Incontrada. Lei è una trentenne, vedova da sei mesi, con due figli da mantenere e 34 inutili colloqui di lavoro alle spalle. Lui è un avvocato di successo, affascinante quanto cinico e spietato sul lavoro, e con un passato drammatico tutto da scoprire.
Il seguito ce lo raccontano i due protagonisti. Dice Vanessa Incontrada: «Succede che soltanto mentendo, nascondendo che sono mamma, ottengo un lavoro da praticante nello studio legale dell’avvocato».
Proprio come capita spesso anche nella realtà…
«Noi donne non siamo agevolate da questo punto di vista, inutile girarci attorno. Certo, io non mi devo lamentare, ma ho molte amiche che non possono permettersi una tata come capita a me. E questa disparità è quasi ovunque. Nei Paesi del Nord dell’Unione europea ci sono facilitazioni, anche economiche, che nel Sud non esistono. Questo vale, per esempio, in Italia ma anche in Spagna, che conosco bene. E anch’io, quando mi si presenta un nuovo lavoro, devo sdoppiarmi. Prima devo pensare a mio figlio, poi alle mie esigenze. Per una donna, quando arriva un bambino, si sposta decisamente il baricentro della vita».
Un tema come questo in una fiction Tv, in prima serata per di più, sembra un azzardo. Lino Guanciale precisa: «Il registro è realistico, ma stavolta lo si affronta attraverso la commedia. E che una commedia voglia aderire alla realtà mi sembra uno degli elementi più importanti della scrittura per il teatro come per il cinema e la Tv. Poi, si sa, in una commedia alcune tematiche rischiano l’effetto consolatorio, ma sto dalla parte di Bertolt Brecht quando diceva che certi argomenti li puoi trattare più con la commedia e con il comico che con la tragedia. La potenzialità tragica dei personaggi della commedia, infatti, disinnesca il rischio di minimizzare i problemi sociali».
E in Non dirlo al mio capo!, ecco, allora, che entrano in gioco i più classici dei temi di una commedia: lei s’innamora di lui e dopo un po’ è ricambiata. Dice ancora Guanciale: «Mi è toccato il ruolo del “cattivone”, un tipo convinto che l’aggressività sia vincente in un gruppo di lavoro, ma quando entra in gioco Lisa – questo il nome della protagonista – tutto cambierà. Difficile, però, parlare di colpo di fulmine. Il fatto è che questo personaggio femminile colpisce tutti per la sua sincerità. Lei è la porta per aprirsi ai sentimenti, tanto che riuscirà a spingere il freddo capo al ricupero di tratti di leggerezza, alla riscoperta di quanto la vita vada vissuta e goduta».
Interviene Vanessa: «Il mio è un triplo ruolo che mi ha divertito molto. C’è una Lisa normale, una Lisa in carriera e una Lisa mamma, quasi antagonista della Lisa che si  finge single. E quando lo spettatore crede che un problema  finalmente sia stato risolto, ecco che arrivano nuovi colpi di scena».
Quasi un doppio ruolo anche per Lino: «Sì, perché conoscere finalmente la realtà di Lisa riporterà il legale al cinismo di prima, anche se lei lascerà un segno indelebile su di lui».

Più complicato un ruolo da cattivo o da buono?


«Fare il buono è più difficile. Il cattivo ti costringe a scoprire tratti di malignità interiore da cui devi tenere le distanze. La credibilità del buono, invece, è più difficile».
Vanessa: «Questa, comunque, resta una commedia e sono convinta che molte donne s’immedesimeranno nella vicenda. Anche perché sappiamo tutte che ci sono uomini che possono fare molto e fanno, altri che vorrebbero, e altri ancora che nulla fanno e non capiscono. Tuttavia, sia ben chiaro che nella vita a me piace essere donna, non ho alcuna voglia di portare i pantaloni; non posso fare anche l’uomo».
«Certo è che la commedia può aiutare molte persone a discutere di un problema del genere», dice Guanciale. «Più in generale, siamo rimasti indietro come Paese di almeno vent’anni su troppe cose. E se la commedia s’incarica di mostrare certi temi, non mi stupisco. Quanto sarebbe bello se ci fossero più commedie capaci di parlare di gangli complicati della società, come l’omofobia, il razzismo, il dialogo interreligioso. Io non sono un credente, pur venendo da una famiglia cattolica, ma il tema dei rapporti tra le religioni mi attrae e penso che sarebbe interessante anche attraverso la commedia. Dobbiamo fare ancora molto, ma sono ottimista perché vedo che la televisione, magari attraverso una  fiction come questa, si sta già impegnando».

E Vanessa, cosa può dire alle donne, nelle vesti di Lisa?


«Nei suoi panni sento di poter dare un consiglio a chi ci guarderà: abbiate coraggio e concedetevi un po’ d’ingenuità nell’affrontare la vita. Buttatevi con coraggio, l’esempio viene da papa Francesco».

 
 
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