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martedì 26 ottobre 2021
 
 

Varcare la soglia della fede, così il cardinale Bergoglio

01/07/2013  Credere, oggi. Proponiamo il testo dell'omelia pronunciata l'11 ottobre 2012 da Jorge Mario Bergoglio, allora arcivescovo di Buenos Aires, all'apertura ufficiale dell'Anno della fede.

Cari fratelli,
                tra le esperienze più forti degli ultimi decenni c'è quella di trovarsi davanti alle porte chiuse.
Il crescente senso di insicurezza sta portando a poco a poco a bloccare le porte, a porre sistemi di vigilanza, telecamere di sicurezza, a diffidare dell'estraneo che bussa alla nostra porta. Ci sono, sì, situazioni in cui le porte restano aperte. Ma la porta chiusa è un simbolo del mondo di oggi. È più di un semplice dato sociologico; è una realtà esistenziale che va segnando uno stile di vita, un modo di porsi di fronte alla realtà, di fronte agli altri, di fronte al futuro. La porta chiusa di casa mia, che è il luogo della mia intimità, dei miei sogni, delle mie esperienze di dolore così come delle mie gioie, è chiusa per gli altri. E non si tratta solo della mia casa materiale, ma anche del recinto della mia vita, del mio cuore. Sono sempre meno coloro che possono attraversare questa soglia. La sicurezza delle porte blindate custodisce l'insicurezza di una vita che si sente più fragile e meno permeabile alle ricchezze della vita e dell'amore degli altri.

L'immagine di una porta aperta è sempre stata il simbolo della luce, dell'amicizia, della gioia, della libertà, della fiducia. Quanto abbiamo bisogno di ritrovarla! La porta chiusa ci fa male, ci paralizza, ci separa. Iniziamo l'Anno della fede e paradossalmente l'immagine che il Papa ci propone è quella di una porta che dobbiamo varcare per poter incontrare ciò che tanto ci manca. La Chiesa, attraverso la voce e il cuore di pastore di Benedetto XVI, ci invita ad attraversare  la soglia, a varcarla compiendo un passo deciso e libero, a disporci a entrare in una vita nuova. La porta della fede ci riporta agli Atti degli apostoli: «Appena arrivati, riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede» (At 14,27).  Dio prende sempre l'iniziativa e non vuole che nessuno sia escluso. Dio bussa alla porta dei nostri cuori: «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap. 3,20).

La fede è una grazia, un regalo di Dio. «Solo credendo, quindi, la fede cresce e si rafforza; non c'è altra possibilità per possedere certezza sulla propria vita se non abbandonarsi, in un crescendo continuo, nelle mani di un amore che si sperimenta sempre più grande perché ha la sua origine in Dio» (Benedetto XVI, Porta Fidei, 7). Attraversare questa porta presuppone di intraprendere un cammino che dura tutta la vita mentre avanziamo davanti a tante porte che al giorno d'oggi si aprono. Molte sono porte false, porte che invitano in maniera più attraente ma più menzognera a mettersi in cammino, che promettono una felicità vuota, narcisistica e con una data di scadenza, porte che ci conducono a incroci che, qualunque sia la nostra scelta, provocheranno a corto e largo raggio dolore e sconcerto. Porte auto-referenziali che si esauriscono in se stesse senza garanzie di futuro. Mentre le porte delle case restano chiuse, le porte dello shopping sono sempre aperte.

Si attraversa la porta della fede, si varca questa soglia, quando la parola di Dio è annunciata e il cuore si lascia plasmare dalla grazia che trasforma. Una grazia che ha un nome concreto, e questo nome è Gesù. Gesù è la porta (Gv. 10,9). Lui e Lui solo, è e sempre sarà la porta. Niente va al Padre se non attraverso di Lui (Gv 14,6). Se non ho Cristo, non cammino incontro a Dio. Come porta ci apre il cammino verso Dio e come Buon Pastore è l'unico che ha cura di noi a costo della sua stessa vita. Gesù è la porta e bussa alla nostra porta affinché gli permettiamo di varcare la soglia della nostra vita. «Non abbiate paura... aprite le porte a Cristo», ci diceva il beato Giovanni Paolo II all'inizio del suo pontificato. Aprire le porte del cuore come fecero i discepoli di Emmaus chiedendogli di restare con noi perché possiamo varcare la porta della fede, e che lo stesso Signore ci aiuti a comprendere le ragioni per credere e per poter andare ad annunciarlo. La fede presuppone la decisione di stare con il Signore per vivere con Lui e condividerlo con i fratelli. Ringraziamo Dio per questa opportunità di valorizzare la nostra vita di figli di Dio, per questo cammino di fede che è iniziato nella nostra vita con l'acqua del Battesimo, quella inesauribile e feconda rugiada che ci ha resi figli di Dio e fratelli nella Chiesa. La meta, il destino finale è l'incontro con Dio con cui già siamo entrati in comunione e che ci chiede di convertirci, purificarci, elevarci, santificarci, per donarci la felicità a cui anela il nostro cuore.

Vogliamo ringraziare Dio perché ha seminato nel cuore della nostra Chiesa diocesana il desiderio di trasmettere e di donare a mani aperte il dono del Battesimo. Questo è il frutto di un lungo cammino iniziato con la domanda:  «Come essere Chiesa a Buenos Aires?», passato attraverso l'esperienza del Sinodo, per radicarsi nello stato di missione come opzione pastorale permanente. Iniziare questo anno della fede è una nuova chiamata a far penetrare nella nostra vita la fede ricevuta. Professare la fede con la bocca implica viverla con il cuore e mostrarla con la opere: una testimonianza e una presa di posizione pubblica. Il discepolo di Cristo, figlio della Chiesa non può mai pensare alla fede come a un fatto privato. Sfida importante e forte per ogni giorno, persuasi che «colui il quale ha iniziato in voi quest'opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù» (Fil 1,6).

Guardando la nostra realtà come discepoli missionari, ci domandiamo: che sfida comporta per noi attraversare la porta della fede? Attraversare la soglia della fede ci sfida a riscoprire che nonostante sembri che oggi a regnare sia la morte nelle sue varie forme e che la storia sia governata dalla legge del più forte o astuto, e l'odio e l'ambizione agiscano come motori di tante lotte umane, siamo tuttavia assolutamente convinti che questa triste realtà possa e debba cambiare, proprio perché «se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?» (Rm 8,31). Attraversare la soglia della fede implica non provare vergogna di avere un cuore di bambino che, credendo ancora all'impossibile, può vivere nella speranza: l'unica cosa capace di dar senso e trasformare la storia. È chiedere incessantemente, pregare senza sosta e adorare perché il nostro sguardo si trasfiguri. Attraversare la soglia della fede ci porta a implorare per ciascuno di noi «gli stessi sentimenti di Cristo Gesù» (Fil 2,5), sperimentando così un modo nuovo di pensare, di comunicare, di guardarci, di rispettarci, di essere in famiglia, di prospettarci il futuro, di vivere l'amore e la vocazione.

Attraversare la soglia della fede è agire, confidare nella forza dello Spirito presente nella Chiesa e che si manifesta anche nei segni dei tempi, è accompagnare il movimento costante della vita e della storia senza cadere nel disfattismo paralizzante del credere che ogni periodo passato fosse migliore; è urgenza per ripensare, riapportare, ricreare, impastando la vita con il nuovo lievito «di sincerità e di verità» (1Cor 5,8). Attraversare la soglia della fede implica avere occhi capaci di stupirsi e un cuore non pigramente abituato, capaci di riconoscere che ogni volta che una donna dà alla luce un figlio continua a scommettere sulla vita e sul futuro, che quando ci prendiamo cura dell'innocenza dei bambini garantiamo la verità di un domani e quando ci occupiamo teneramente della vita donata di un anziano compiamo un atto di giustizia e accarezziamo le nostre radici. Attraversare la soglia della fede è il lavoro vissuto con dignità e vocazione di servizio, con l'abnegazione di colui che ricomincia tutte le volte senza mollare, come se tutto ciò che è già stato fatto fosse solo un passo nel cammino verso il regno, pienezza di vita. È l'attesa silenziosa dopo la semina quotidiana, è contemplare il frutto raccolto ringraziando il Signore perché è buono e chiedendo che non abbandoni l'opera delle sue mani (Sal 137).

Attraversare la soglia della fede esige lottare per la libertà e la convivenza anche se il contesto zoppica, nella certezza che il Signore ci chiede di praticare la giustizia, amare la bontà e camminare umilmente con il nostro Dio (Mi 6,8). Attraversare la soglia della fede comporta la conversione permanente dei nostri atteggiamenti, dei modi e dei toni con cui viviamo, riformulare e non rattoppare o riverniciare, dare la forma nuova che Gesù Cristo imprime a quello che è toccato dalla sua mano e dal suo vangelo di vita, spronare a fare qualcosa di inedito per la società e per la Chiesa, perché «se uno è in Cristo, è una nuova creatura» (2Cor 5,17). Attraversare la soglia della fede ci porta a perdonare e saper strappare un sorriso, è avvicinarsi a tutti quelli che vivono nelle periferie esistenziali chiamandoli per nome, è prendersi cura delle fragilità dei più deboli e sorreggere le loro ginocchia vacillanti con la certezza che tutto ciò che facciamo per il più piccolo dei nostri fratelli lo facciamo a Gesù (Mt 25,40). Attraversare la soglia della fede implica celebrare la vita, lasciarci trasformare perché siamo diventati uno in Cristo alla mensa eucaristica celebrata nella comunità, e quindi impegnarci con le mani e con il cuore a lavorare per il grande progetto del Regno: tutto il resto ci sarà dato in aggiunta (Mt 6,33).

Attraversare la soglia della fede è vivere nello spirito dell'Assemblea di Aparecida, Chiesa dalle porte aperte non soltanto per ricevere ma fondamentalmente per uscire e riempire con il Vangelo le strade e la vita degli uomini del nostro tempo.
Attraversare la soglia della fede per la nostra Chiesa diocesana implica sentirci confermati nella missione di essere una Chiesa che vive, prega e lavora in chiave missionaria. Attraversare la soglia della fede è, in definitiva, accettare la novità della vita del Risorto nella nostra povera carne per renderla segno della vita nuova. Meditando tutte queste cose, volgiamo lo sguardo a Maria. Che la Vergine madre ci accompagni nell'attraversare la soglia della fede e faccia scendere sulla nostra Chiesa di Buenos Aires lo Spirito Santo come a Nazareth, affinché come lei adoriamo il Signore e andiamo ad annunciare le meraviglie che ha compiuto in noi.

(traduzione dallo spagnolo di Isabella Mastroleo; testo tratto dal sito: www.missionline.org)

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