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mercoledì 22 settembre 2021
 
 

Il Vaticano trasloca in Bahrain

13/08/2012  Il vicariato apostolico dell'Arabia del Nord, che si occupa della cura pastorale di due milioni e mezzo di fedeli, quasi tutti immigrati, si sposta dal Kuwait al Bahrain. Ecco perché.

Monsignor Camillo Ballin (foto: Terrasanta.net).
Monsignor Camillo Ballin (foto: Terrasanta.net).

Il Vaticano emigra in Bahrain.  La sede centrale del vicariato apostolico dell'Arabia del Nord si sposta dal Kuwait, come ha riferito il vicario apostolico, monsignor Camillo Ballin. Il vicariato si estende su un territorio grande sette volte l'Italia e si occupa della cura pastorale dei cristiani di quattro Paesi: oltre a Kuwait e Bahrain, il Qatar e l'Arabia Saudita. 

La prima motivazione dello spostamento è logistica: il Bahrain è più centrale rispetto al Kuwait, si trova di fronte all'Arabia Saudita e un ponte collega comodamente i due Paesi; geograficamente, dunque, permette movimenti più semplici verso gli altri Paesi del vicariato. La seconda motivazione riguarda la bruocrazia: in Bahrain ottenere visti di ingresso per presti, catechisti e leader cristiani è più facile. In segno di benvenuto, il Bahrain ha offerto al Vaticano un territorio sul quale costruire una nuova chiesa. Un gesto che il vicariato ha interpretato come simbolico segno di apertura.

I cristiani del vicariato dell'Arabia del Nord sono circa due milioni e mezzo: una comunità consistente, se si pensa che vivono in Paesi a stragrande maggioranza musulmana. I cristiani qui sono quasi tutti figli dell'immigrazione, lavoratori provenienti da Filippine, India, Bangladesh, Sri Lanka.  In Arabia Saudita i cattolici sono un milione e mezzo, in Kuwait e Qatar circa 350mila, in Bahrain tra 100 e 150mila. Una comunità multietnica ed eterogenea. E soprattutto una comunità silenziosa, nascosta, di cui fino a poco tempo fa non si parlava e non si sapeva molto: nella Penisola arabica, infatti, per i cristiani la vita non è facile, soprattutto in Arabia Saudita, dove è proibito costruire chiese e celebrare la messa. L'unica religione ammessa è l'islam: dal 2006 le autorità saudite si sono impegnate a garantire ai non musulmani il diritto di pregare in privato, nelle loro case. Ma ai fedeli di altre religioni continua ad essere assolutamente vietato pregare in pubblico. 

Per non parlare della conversione dall'islam al cristianesimo. Il 15 settembre a Riad, la capitale saudita, comincia il processo contro un cristiano libanese e un cittadino saudita accusati di aver fatto convertire al cristianesimo una ragazza saudita, impiegata in un'agenzia di assicurazioni, che ora abiterebbe in Gran Bretagna. Il caso ha suscitato grande scalpore nel Paese: l'opinione pubblica saudita chiede che i due uomini siano puniti in modo esemplare per conversione forzata.


Giulia Cerqueti

L'arresto di due oppositori in Bahrain (foto Reuters).
L'arresto di due oppositori in Bahrain (foto Reuters).

E' comprensibile che, nel commentare lo spostamento della sede del Vicariato dal Kuwait al Bahrain, le fonti vaticane tengano a tenere un profilo basso e ad addurre soprattutto motivazioni pratiche, logistiche. Ma la decisione non è priva di implicazioni e di possibili conseguenze.


Monsignor Camillo Ballin, il Vicario, nell'annunciare il trasferimento ha fatto un discreto cenno alla politica dei visti: quella del Bahrain, più morbida, agevolerebbe l'"organizzazione di incontri tra i sacerdoti e i cattolici di altri Paesi". La questione dei visti è spesso usata come una "barriera" contro le attività della Chiesa, e non solo nei Paesi del Golfo (basta pensare alla Russia). Ma solo qualche mese fa, proprio in Kuwait, monsignor Ballin si era trovato a fronteggiare l'offensiva del partito islamico Al Adala (La Giustizia) per limitare le costruzione di luoghi di culto cristiani nel Paese e, più in generale, per restringere la già non enorme libertà d'azione della Chiesa.

In quel caso, monsignor Ballin aveva osservato: "Quando la pratica religiosa è tutelata, anche la vita sociale è più semplice: quindi perché i fedeli stranieri non possono avere un luogo di culto? Noi vogliamo collaborare con il Governo per migliorare la società kuwatiana. Ma per fare questo abbiamo bisogno di potere assicurare una continua formazione religiosa dei nostri fedeli e questo richiede spazio, tempo e personale”.

Spazio, tempo e personale: proprio ciò che era a rischio in Kuwait e che il Bahrain (che ha già annunciato l'autorizzazione alla costruzione di una nuova chiesa) pare invece più propenso a garantire.

Allo stesso tempo, però, la nuova sede del Vicariato porta con sé un'ombra che non riguarda la Chiesa cattolica ma che andrà in qualche modo gestita. Il piccolo Stato di 33 isole sulla carta è una monarchia costituzionale ma nella realtà è retto in maniera assolutistica dalla famiglia Al Khalifa. Nella primavera del 2011, in sintonia con i moti di protesta della Primavera araba, anche i cittadini del Bahrain scesero in piazza per chiedere più democrazia e libertà. Le proteste (certo non le prime, anche nella storia recente del Paese) furono brutalmente stroncate dalla polizia, con molti morti, arresti arbitrari e processi-farsa. Gli Al Khalifa chiamarono in soccorso anche le forze armate dell'Arabia Saudita, che dispiegarono in Bahrain numerosi reparti corazzati.

Di fronte a tutto questo, e soprattutto considerando la presenza del vicino Iran (gli abitanti del Bahrain sono in maggioranza sciiti, anche se la casa reale e la casta dominante sono sunnite), la comunità internazionale ha preferito girare gli occhi e far finta di niente. Ora è tornata la calma, ma in futuro?

 Fulvio Scaglione

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