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Venezia affonda, aspettando il Mose

17/11/2019  Storia del sistema di paratoie che dovrebbe salvare la Laguna in caso di alta marea. Ci lavorano 4 mila persone ed è pronto al 95 per cento. Peccato che la sua inaugurazione sia prevista nel 2021. Ci sarà ancora la città per quella data? O sarà come Atlantide?

Resta giù il Mose. Non è ancora pronto. L’angelo custode di Venezia rimane in fondo al mare, come un Nettuno addormentato, non può ancora proteggere la Laguna. Uno dei suoi creatori, l’ingegner Alberto Scotti, lo ha detto chiaro e tondo, come fanno gli ingegneri seri: “Sarebbe stato un atto di pura incoscienza. Come guidare una Ferrari senza i freni”. Il Mose è pronto al 95 per cento. Ma senza quel 5 che rimane (compresi i collaudi) non se ne fa niente. Se ne riparla nel 2021, sempre che possa ancora servire a qualcosa.
Ai veneziani, quelli di “Venezia Venezia”, detto due volte per distinguerli da Mestre, non basta l’antico, speranzoso adagio: Piova piova, vien che te voio tanto ben, che te voio tanto mal, piova piova va in canal. Stavolta la piova non va nel canal, sommerge tutto, calli e campielli, ponti e monumenti, negozi e abitazioni. Restano i se, che cadono insieme alla pioggia fitta, tra lacrime, imprecazioni e preghiere: “Se il Mose fosse stato fatto prima, se non ci avessero mangiato sopra, se non ci avessero messo così tanto”. Ah, il Mose!
Anche se l’accento è spostato sulla prima sillaba, alla veneziana, il suo nome, acronimo di Modello Sperimentale Elettromeccanico, allude al patriarca biblico che divise in due il Mar Rosso e creò un passaggio all’asciutto per il suo popolo in fuga dall’Egitto. Finora di biblico però ci sono solo i tempi: l’iter legislativo del “Progettone”del sistema di paratoie che come ponti levatoi devono proteggere Venezia dalle maree è del 1966, al tempo dell’acqua granda che il 4 novembre di quell’anno sommerse la Laguna fino a un metro e 96 centimetri.

E intanto Venezia, bella e fragile come una ninfea di Monet, rischia di fare la fine di Atlantide, mentre il sistema che dovrebbe proteggerla, concepito 53 anni fa, ancora non è pronto: le 78 cerniere installate nelle bocche di porto del Lido, di Malamocco e Chioggia, capaci di trasformare la Laguna in una specie di piscina protetta, sono state tutte posate in fondo al mare (l’ultima paratoia  nel gennaio scorso) ma tra collaudi e altro ci vorranno ancora due anni. Questo capolavoro di ingegneria – semplice e complicato allo stesso tempo -  finora ha stupito solo per le sue lungaggini: la sua storia è un’incredibile sequela italica di imbrogli, sospetti “magna magna”, corsi e ricorsi giudiziari e quant’altro. Un carnevale sommerso dalle polemiche, non privo di arlecchinate amministrative, in un’attesa messianica che non si risolveva mai, sempre a un passo dal taglio del nastro poi rimandato.
 

L'arrivo alla bocca di porto di Malamocco, il 6 settembre 2016, di 4 paratoie del Mose.
L'arrivo alla bocca di porto di Malamocco, il 6 settembre 2016, di 4 paratoie del Mose.

Nel 2003 l'apertura dei cantieri

L’apertura vera e propria dei cantieri (oggi lunghi 18 chilometri popolati da quattromila lavoratori compreso l’indotto), è del 3 aprile 2003. Da allora, in attesa di dividere le acque, il Mose ha spaccato il mondo politico tra appassionati sostenitori e accaniti detrattori in maniera trasversale, da Cacciari a Bettin, dal Pd fino alla Lega. Gli ambientalisti, che lo vedono come il fumo negli occhi, hanno presentato al Tar e al Consiglio di Stato nove ricorsi, tutti respinti. I lavori si sono fermati infinite volte e intanto i costi sono lievitati più dell’acqua alta: 3.200 miliardi di lire nel 1989, diventati 4.987 milioni di euro nel 2013 fino ai 5.267 di oggi, ma ancora ce ne vorranno (forse) altri 226 per il completamento, per arrivare alla cifra “monstre” di 5.493 milioni di euro, tutti pagati dalla collettività, con finanziamenti statali gestiti dal “Comitatone” del Consorzio Nuova Venezia (diretto dal presidente del Consiglio) e sorvegliati dal Magistrato delle Acque.

Uno di questi, ora in pensione, parlò in un celebre articolo su un quotidiano locale di “rischio ruggine” scatenando un vespaio. Le accuse di inquinamento non arrivano solo dagli ambientalisti (la chiusura dei boccaporti impedirebbe l’ossigenazione della Laguna e ne comprometterebbe l’ecosistema) ma anche dell’Unione europea, che ha ulteriormente rallentato i lavori e ha chiesto misure “compensative”. Tra gli esperti si è detto di tutto: alcuni hanno addirittura preconizzato, come in un sistema di vasi comunicanti, la salvezza di Venezia ma l’annegamento di Chioggia, immaginatevi con quanta soddisfazione dei chioggiotti. E naturalmente non sono mancati gli ingegneri idraulici che hanno sostenuto progetti diversi per salvare Venezia, come una serie di iniezioni di acqua marina nel sottosuolo della città per rialzarne il livello. Proprio così: le bolle d’acqua marina avrebbero potuto salvare Venezia, capitale mondiale dei condizionali.
 

Le tre bocche di porto di Venezia.
Le tre bocche di porto di Venezia.

Tra burocrazia e il solito giro di mazzette

  

C’è anche chi ha fatto notare che il Mose richiede interventi e obiettivi contrapposti tra loro: se si difende la Laguna dalle maree allora non se ne può tutelare l’habitat o favorire la navigazione e l’approdo delle grandi navi commerciali o turistiche. Gli economisti li chiamano “trade off”, i romani (quelli che hanno costruito il Pantheon in pochi anni, nel 25 avanti Cristo) li chiamavano “aut aut”, ma la sostanza è sempre la stessa.  E come se non bastassero la burocrazia, i conflitti di competenza, i ricorsi giudiziari, i vincoli, le carte bollate e quant’altro, nel giugno del 2014 un blitz della Guardia di Finanza ha portato all’arresto di 35 tra imprenditori, manager, amministratori e politici (compreso l’allora presidente della Regione Galan), con cento indagati in tutto, aprendo le paratoie su una marea di tangenti, fatture in nero, illeciti penali e amministrativi. E alla fine, davanti alla “TangenMose”, alle serenissime mazzette legate ai ponti levatoi marini che non si levavano mai, qualche dubbio viene sulla lungaggine dei lavori dei decenni passati. Forse il Mose non finiva perché non doveva finire, essendo diventata anche una dispensatrice di fondi che poco avevano a che fare con la diga vera e propria. O forse no, chi lo sa.
Ma il Mose, quando sarà finito, non sarà un monumento. Necessiterà di manutenzioni a non finire. Altre polemiche infatti arrivano dai futuri costi di mantenimento, le cui stime vanno dai 60 ai 120 milioni di euro l’anno. Chi li paga? Lo Stato, per tre anni. E poi? A chi tocca? Finirà sulle spalle degli enti locali che aumenteranno il ticket su Venezia già esistente?
Di sicuro il sistema di paratoie “incernierate” dentro enormi vasche di calcestruzzo, che si alzano e si abbassano attraverso un sistema pressurizzato che gonfia e sgonfia l’acqua al loro interno, avrebbe impedito gli allagamenti devastanti di questi giorni. E invece ci tocca ancora aspettare, chissà quanto. I rinvii nella storia del Mose non si contano. E chissà se la Serenissima ancora resisterà fino ad allora, complici i cambiamenti climatici che la stringono come una tenaglia: da una parte lo sprofondo del terreno, dall’altro l’innalzamento del mare per le piogge e – si dice – lo scioglimento dei ghiacciai dell’Artide a causa dei cambiamenti climatici (quelli di Greta e dei Friday for future, per intenderci e infatti in rete circola una foto della ragazzina svedese che spunta dall’acqua alta come una Cassandra). Forse bisognerebe svegliarsi un attimino prima. Perché sarebbe malinconico tagliare il nastro del Mose su un paesaggio lagunare deserto, sotto “la piova”, con il campanile di San Marco affiorare dalle acque sulla linea dell’orizzonte.
 

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