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domenica 24 ottobre 2021
 
 

America latina, avanti a sinistra

14/10/2012  La vittoria di Chávez in Venezuela conferma la tendenza "anti-imperialista", più o meno moderata, di buona parte del continente, dall'Argentina al Brasile.

Hugo Chavez nel suo ufficio presidenziale (Reuters).
Hugo Chavez nel suo ufficio presidenziale (Reuters).

Visionario e populista, carismatico, straripante, onnipresente sui mezzi di comunicazione, con doti da autentico showman. Hugo Chávez è uno dei leader più controversi del continente latinoamericano. Ideatore di un progetto di "socialismo del XXI secolo", nemico acerrimo della "borghesia oligarchica" e dell'"imperialismo statunitense", Chávez è al potere da 14 anni e con la nuova vittoria elettorale si conferma per altri sei. Ma lui, che pare avere vinto anche la battaglia contro il cancro, aspira addirittura ad arrivare fino al 2031.

Il suo mito è l'eroe venezuelano Símon Bolívar, il "Libertador" che lottò per l'indipendenza dell'America latina, la cui immagine campeggia nel suo studio presidenziale. Ironia della sorte, nei giorni scorsi, dopo i risultati delle elezioni, uno dei post largamente diffusi sui social network dai venezuelani era proprio una frase quantomai profetica e veritiera di Bolívar del 1819: "Niente è tanto pericoloso come lasciare che un cittadino resti al potere per lungo tempo. Il popolo si abitua a obbedirgli e lui a comandare, da qui hanno origine usurpazione e tirannia".

Ma lui, a quanto pare, non se ne cura. E, dal canto suo, il pueblo venezuelano neppure, se è vero che più del 54% dei cittadini (7,8 milioni) hanno votato per lui. In patria, Chávez è amato dal popolo, dalle classi più povere. Ma all'estero, tra i venezuelani espatriati, è tutto il contrario: «La grandissima maggioranza di chi vive fuori dal Venezuela è contraria a Chávez», conferma Jean Carlos Patiño, 35enne architetto, che vive da una decina di anni a Barcellona, con sua moglie Samantha, anche lei venezuelana. Entrambi, domenica 7 ottobre, si sono recati alle urne. 

Jean Carlos non torna in Venezuela da nove anni: il loro bambino, Alex, 5 anni, ha la cittadinanza sia spagnola che venezuelana, ma non ha mai messo piede nel suo Paese di origine. «I miei genitori da anni sono espatriati negli Stati Uniti», racconta Jean Carlos, «mio padre era docente universitario di Chimica a Caracas, mia madre lavorava nella PDVSA, la società petrolifera statale. Quando, a dicembre 2002, una parte dei dipendenti aderì a un grande sciopero indetto dai partiti di opposizione per chiedere che Chávez rinunciasse alla presidenza, circa 25mila impiegati furono licenziati, e mia madre tra questi. Così, i miei genitori hanno chiesto e ottenuto l'asilo politico negli Usa». Jean Carlos non sente la mancanza del Venezuela. Troppa violenza e criminalità: lo scorso anno nel Paese ci sono stati 19mila omicidi. Caracas è diventata una delle città più pericolose del mondo, con un altissimo numero di omicidi, di rapine, di sequestri lampo, che si consumano nell'arco di poche ore.  «A Caracas la gente muore quotidianamente per nulla, per un paio di scarpe o un telefonino. E' una follia. Non è il Paese dove vorrei far vivere mia moglie e mio figlio».

Un murales nella capitale venezuelana Caracas (Reuters).
Un murales nella capitale venezuelana Caracas (Reuters).

Negli Stati Uniti vive anche Horacio Medina: dirigente di Petroleos de Venezuela (PDVSA), è stato uno dei dipendenti cacciati dall'impresa dopo aver partecipato allo sciopero della fine del 2002. In seguito, trovare un altro lavoro per lui è stato impossibile. Così, nel 2005 è arrivato a Miami con la sua famiglia. «Anche la stragrande maggioranza dei venezuelani a Miami», commenta, «sono anti-chavisti e hanno votato per l'alternativa. Rispetto alle elezioni del 2006, il chavismo è cresciuto, ma anche l'opposizione democratica ha registrato un rafforzamento. Molti parlano di frodi elettorali. Ma, indipendentemente da questo, ritengo necessario che l'opposizione ottenga una revisione puntuale della legge elettorale. Credo che qualunque osservatore internazionale possa rendersi conto che il processo elettorale in Venezuela non si può considerare realmente democratico e trasparente: basti pensare alle minacce e le pressioni sugli impiegati statali, all'enorme potere dei mezzi di comunicazione controllati dal Governo che influenza l'opinione pubblica. Tutto questo ha inciso sul voto: l'opposizione di Capriles avrebbe potuto raggiungere il 50%». E aggiunge: «Il mio Paese, certo, mi manca molto. E spero di poterci tornare presto. Ora guardiamo con speranza alle elezioni dei governatorati in Venezuela il 16 dicembre: Chávez punta molto sul carisma, il lato emozionale; ma quando si deve votare per il governatore la gente è meno guidata dall'emozione e sceglie il candidato che offre migliori opportunità. Penso, quindi, che l'opposizione si rafforzerà ancora».

Ma perché in patria Chávez è tanto amato? «In Venezuela attualmente i dipendenti pubblici sono arrivati a 2 milioni e mezzo ed essi votano per lui per conservare il loro posto», spiega ancora Jean Carlos Patiño. «La classe media è sempre più esigua, il divario fra ricchi e poveri si va inasprendo. L'inflazione è la più alta del continente. Ma bisogna ammettere un fatto: la fascia più povera della popolazione non è mai stata meglio di adesso, non è mai stata tanto protetta come sotto il chavismo. Solo un esempio: il Governo ha stipulato degli accordi con la Cina per importare grandi quantità di elettrodomestici, come le lavatrici, e li distribuisce gratis ai più poveri. Così, per la prima volta, tanta gente povera si è ritrovata in casa una lavatrice o un'asciugatrice. Ci sono due tipi di chiavisti: da un lato la classe povera,  dall'altro - ed la più pericolosa - la gente abbiente e acculturata che sta dalla parte di Chávez per pura convenienza, che usa l'anti-imperialismo solo come facciata». 

Senza dubbio la vittoria di Chávez è una conferma della virata a sinistra dei Paesi più importanti del continente latinoamericano: una sinistra più moderata in Brasile con Dilma Rousseff; più decisa con Cristina Kirchner in Argentina. La Kirchner, in particolare, si è congratulata con l'omologo venezuelano quasi come se fosse stata la sua stessa vittoria: come ha commentato il quotidiano spagnolo El País, la "presidenta" ora potrebbe concretizzare la sua intenzione di riformare la Costituzione per ripresentarsi per un terzo mandato, sulla scia di quanto fatto dal leader venezuelano. Quanto al Brasile, i rapporti tra Chavez e la Rousseff continuano a essere buoni e distesi, così come già lo erano tra il presidente del Venezuela e Lula. Raúl Castro, a Cuba, è particolarmente sollevato: tra Caracas e L'Avana ci sono relazioni molto strette, sia in termini di fornitura del petrolio sia in campo sanitario (in Venezuela lavorano 30mila medici cubani).

Uno dei temi che fanno più discutere è quello delle nazionalizzazioni delle imprese private: mesi fa il Governo argentino ha espropriato il 51% della compagnia petrolifera Yps, controllata dalla spagnola Repsol, creando una frattura profonda con Madrid. Con ogni probabilità Chávez continuerà ad affermare il controllo statale sulle attività economiche attuando nuove nazionalizzazioni, ad esempio nel settore bancario e sanitario. L'amministrazione di Washington si è affrettata a congralutarsi con lui per la sua vittoria. Ma c'è da credere che il presidente bolivariano con aspirazioni rivoluzionarie resterà anche nei prossimi anni la spina nel fianco degli Stati Uniti.

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